Le relazioni israelo-giordane tra le mura di Gerusalemme

Luglio 2020 ha segnato un’ulteriore evoluzione del conflitto israelo-palestinese, con la promessa elettorale di Benjamin Netanyahu di annettere il 30% dei territori cisgiordani occupati. La minaccia dell’annessione si estende anche alla sezione est della città di Gerusalemme, la quale diventerebbe ufficialmente capitale dello Stato d’Israele, così come già promesso e annunciato dall’uscente Amministrazione Trump. 

Tale sconvolgimento di equilibrio nello Stato internazionale di Gerusalemme non altera solo la concreta prospettiva di ottenere una risoluzione del conflitto israelo-palestinese secondo il principio dei due Stati, ma irrita anche le già precarie relazioni bilaterali tra Israele e il vicino Regno hashemita di Giordania. I due Paesi, infatti, formalmente in pace dal 1994, continuano a scontrarsi sulle ricorrenti incursioni delle autorità israeliane nell’area sacra della Spianata delle Moschee, della quale il Regno di Giordania detiene la custodia internazionalmente riconosciuta. 

La Giordania, custode e mediatrice

Una delle zone più conflittuali all’interno della città di Gerusalemme è la cosiddetta Spianata delle Moschee (“al-Haram al-Sharif” in arabo), un’area di centoquarantacinquemila metri quadri, tra le cui mura di epoca erodiana sorgono la Moschea al-Aqsa e la famosa Cupola della Roccia. Lo stesso sito è conosciuto anche come “Monte del Tempio”, l’area sulla quale sorgeva l’antico Tempio ebraico di Gerusalemme costruito da re Salomone, così come riportato dall’Antico Testamento. 

Tra queste mura si scontrano ancora oggi, quotidianamente, le pretese di legittimità di Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese e del Regno hashemita di Giordania. Quest’ultimo ne detiene la custodia ufficiale, così come sancito dall’art. 9.2 del Trattato di Pace del 1994 tra Israele e Giordania, da un accordo di tutela firmato nel 2013 dall’Autorità Palestinese e dalla corona hashemita e da due successivi accordi fra lo Stato di Israele e la Giordania. 

La gestione e la tutela dei siti religiosi islamici di Gerusalemme è da sempre terreno di scontro tra Giordania e Israele. La gestione della Spianata delle Moschee è tradizionalmente e normativamente gestita dalla Fondazione islamica dei Waqf di Gerusalemme, un’associazione civile islamica incaricata di gestire l’amministrazione della Moschea di al-Aqsa, della Cupola della Roccia e dell’area circostante. L’autorità del Waqf di Gerusalemme, prima sotto la giurisdizione della corona giordana, fu sospesa in seguito alla Guerra dei Sei Giorni nel 1967, per poi essere restituita da Israele con la fine delle ostilità ed essere definita a livello legale nel trattato di pace tra Tel Aviv e Amman. Oggi, il Regno di Giordania provvede al finanziamento delle attività del Waqf e ne supervisiona direttamente il funzionamento, anche tramite una linea telefonica diretta tra l’ufficio del re Abdullah II e la direzione del Waqf

La custodia hashemita dei siti religiosi islamici è una carica di massima importanza per la Giordania: simbolo dell’importante ruolo di mediazione che il Regno hashemita ricopre nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e legittimata dalla presunta discendenza della famiglia hashemita dal profeta islamico Maometto. Negli anni, l’avvento della destra israeliana al governo di Tel Aviv ha però messo in pericolo la custodia de facto dei siti religiosi islamici e la questione della preservazione dello status quo è diventata un motivo di attrito tra i due vicini.

Le tensioni sulla Spianata delle Moschee

Sebbene la direzione di al-Haram al-Sharif sia stata definita legalmente nel 1994, negli anni i casi di sconfinamento nell’area sacra della città vecchia da parte delle autorità israeliane e di ultranazionalisti sionisti sono diventati sempre più frequenti. 

In origine, la prassi prevedeva che l’accesso alla Spianata delle Moschee fosse consentito a persone di ogni fede e nazionalità, mentre il diritto di preghiera e pellegrinaggio nel sito era riservato solo ai musulmani. L’occupazione di Gerusalemme Est, nel 1967, fu il punto di svolta. 

Dapprima, con la scusa di tutelare l’adiacente Muro del Pianto, il governo israeliano approvò la costruzione di una stazione di polizia permanente all’entrata della Spianata. Negli anni, le forze di sicurezza israeliane hanno acquisito sempre più discrezionalità nel garantire l’accesso a fedeli musulmani palestinesi e provenienti da tutto il mondo, mettendo in discussione il controllo de facto dell’ingresso al sito religioso. 

Dopo il 1967, ogni infrazione da parte delle forze di polizia e delle autorità israeliane è stata interpretata come un affronto diretto al mondo arabo e alla causa palestinese, fomentando rivolte e violenze tra le vie di Gerusalemme e oltre. La seconda intifada palestinese, scoppiata nel 2000, fu provocata proprio da una visita illecita alla Spianata dell’allora ministro degli Affari Esteri israeliano, Ariel Sharon. 

Il braccio di ferro per il controllo effettivo dell’ingresso e l’utilizzo religioso della Spianata delle Moschee è diventato progressivamente uno dei nodi cruciali delle relazioni tra Israele e Giordania. 

Solo nel 2015, dopo un anno di rivolte a Gerusalemme, dovute a continui sconfinamenti illeciti da parte delle forze israeliane, un accordo tra i due Paesi ha ribadito e meglio definito il rispetto dello status quo nella gestione del sito sacro islamico. L’intesa, concordata sotto l’egida dell’allora Segretario di Stato statunitense, John Kerry, ha cercato, da un lato, di riaffermare l’autorità del Waqf e la supervisione giordana delle aree religiose, anche attraverso la costruzione di telecamere di sicurezza nel sito, per collegare in via diretta al-Haram al-Sharif con il Palazzo Reale di Amman; dall’altro, di sancire il diritto dei musulmani di pregare e degli ebrei di visitare.

Al Haram Al Sharif e Gerusalemme nel centro del Medio Oriente

Gli scontri tra autorità de facto israeliana e de jure giordana nella Spianata hanno raffreddato le relazioni bilaterali tra lo Stato d’Israele e il Regno di Giordania. 

Non solo. Le sorti della storica città di Gerusalemme costituiscono un barometro nel misurare l’autorità legittima di una o dell’altra parte, con conseguenze sulla stabilità dell’intera regione levantina e del mondo arabo in generale. Nel contesto della storia contemporanea del Medio Oriente, infatti, l’occupazione della città da parte delle forze israeliane, nel 1967, è il promemoria della disfatta araba di fronte alla creazione di uno Stato che viene ancora considerato illegittimo da una buona parte dell’opinione pubblica araba. 

Il controllo e la custodia dei diversi siti religiosi sono tra i fattori che irritano le relazioni tra Amman e Tel Aviv e tra Tel Aviv e il resto delle capitali del mondo arabo.

Al-Haram al-Sharif, o Monte del Tempio, rimane il simbolo dello scontro tra due identità ancora largamente concepite come opposte. Il controllo giordano de jure sui siti religiosi islamici rappresenta la speranza dell’intero mondo arabo di riappropriarsi delle terre occupate dal 1948 in poi e di vendicare la causa del popolo palestinese. Per lo Stato d’Israele, invece, la rilegittimazione del Monte del Tempio e dell’intera Gerusalemme come luoghi esclusivamente ebraici, oltre al valore ideologico e religioso, sancirebbe finalmente la bontà universale della sua esistenza nella regione. 

La recentissima normalizzazione dei rapporti di Tel Aviv con il proprio vicinato arabo potrebbe rinvigorire le pretese israeliane di fare di Gerusalemme Eest la capitale legittima dello Stato ebraico, così come già previsto dalla proposta di pace dell’Amministrazione Trump. D’altra parte, il ruolo centrale della Giordania come mediatore regionale e custode è rimesso in discussione con la possibilità che Israele alteri lo status di al-Aqsa a favore dei Paesi arabi firmatari degli accordi di normalizzazione. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Adnan Abu Amer, “The scrumble for Jerusalem”, Al Jazeera, 11/5/2020.

Jubeh, Nazmi. 2016. “Jerusalem’s Haram al-Sharif: Crucible of Conflict and Control”. Journal of Palestine Studies. 45(2): 23-37.

Ministero degli Affari Esteri di Israele, 1994, Israel-Jordan Peace Treaty.

Walid M. Sadi, “Jordan’s role over holy sites in East Jerusalem legal and sovereignty-related, The Jordan Times, 12/8/2020.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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