Ricorda 2000: la Seconda Intifada e il fallimento del processo di pace in Palestina

Era il 28 settembre del 2000 quando Ariel Sharon si recò per una passeggiata alla Spianata delle moschee, accompagnato da una scorta armata composta da mille soldati israeliani. Interpretata dai palestinesi come provocazione, la visita al luogo sacro e gli eventi che seguirono di lì a poco furono la goccia che fece traboccare il vaso in una situazione già estremamente tesa, scatenando le rivolte conosciute come Seconda Intifada, o Intifada al-Aqsa.

Il 2000 può quindi essere considerato un anno spartiacque per il conflitto israelo-palestinese, poiché sancì in maniera definitiva il fallimento del processo di pace iniziato nel 1993 con gli accordi di Oslo e, probabilmente, della soluzione a due Stati basata sui confini pre-1967 come possibile risoluzione alla questione palestinese.

L’intifada

Il termine intifada (in arabo: انتفاضة) può essere tradotto con “sussulto”, “sollevazione” ed è stato utilizzato per indicare le due insurrezioni palestinesi cominciate, la prima, nel 1987 e la seconda, appunto, nel 2000, che per intensità e portata si distinsero dalle altre proteste contro l’occupazione israeliana.

La Prima Intifada scoppiò nei territori palestinesi a fine 1987, a seguito di un incidente avvenuto presso un check-point e causato in maniera accidentale da militari israeliani. Nell’incidente persero la vita alcuni rifugiati palestinesi di ritorno verso la Striscia di Gaza dopo una giornata di lavoro in Israele: il fatto scatenò una serie di proteste che dilagarono spontaneamente dalla Striscia alla Cisgiordania, a Gerusalemme Est, e che si concretizzarono in atti di disobbedienza civile e rivolte, anche violente.

Nel tentativo di reprimere le proteste l’esercito israeliano intervenne subito con la forza, ma queste proseguirono e divennero anzi più strutturate e organizzate nel corso del tempo, trovando infine l’appoggio delle principali organizzazioni palestinesi, come l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Yasser Arafat. I moti proseguirono per anni e persero di intensità solo a partire dal 1990, per poi concludersi nel 1993 a seguito della firma degli accordi di Oslo. Secondo B’Tselem, organizzazione non-profit israeliana per i diritti umani, dall’inizio delle proteste alla firma degli accordi vennero uccisi 1.108 palestinesi e 160 israeliani.

Le cause che portarono allo scoppio della Prima Intifada e alla tenacia con cui la popolazione supportò le proteste così a lungo sono da ricondursi alle condizioni di vita sotto occupazione e al senso di abbandono provato dagli arabi-palestinesi in quel periodo storico.

All’indomani della Guerra dei Sei giorni del 1967, Israele si impose come forza occupante nei territori palestinesi e attuò una serie di azioni che limitarono fortemente le libertà della popolazione, nonché uno sviluppo sociale ed economico a livello locale. La confisca delle terre, l’impedimento o riduzione dell’accesso alle risorse idriche del territorio si aggiunsero alla comparsa delle prime colonie, che crebbero di numero con l’inizio degli anni Ottanta. Di pari passo al peggioramento delle condizioni di vita, aumentò lo spirito nazionalistico palestinese, al quale si contrapposero però le dure politiche repressive di Israele (“Iron Fist”), soprattutto da metà anni Ottanta.

Allo stesso tempo, la questione palestinese stava perdendo di impeto sullo scenario internazionale: dallo scoppio del conflitto tra Iraq e Iran, quest’ultimo aveva sostituito Israele come principale minaccia per il mondo arabo per la prima volta dal 1948. L’inizio della Prima Intifada riportò il focus sulla Palestina e diede eco alle istanze palestinesi. Con il prolungarsi delle rivolte divenne chiaro che la popolazione non avrebbe accettato di vivere sotto occupazione: ciò alimentò sia una linea più conservatrice che spingeva per adottare politiche ancora più dure, sia un fronte più moderato e incline a trovare un compromesso con la controparte. Una controparte che divenne sempre più “palestinese” e non più soltanto “araba”.

Il fallimento di Oslo

Gli effetti dell’Intifada si ripercossero sul panorama politico interno israeliano e portarono alla nomina a Primo ministro di Yitzhak Rabin, leader di una coalizione moderata, che vedeva favorevolmente una soluzione pacifica al conflitto arabo-israeliano e israelo-palestinese in cambio della rinuncia a parte dei territori occupati. Nel 1993 Rabin firmò gli accordi di Oslo, con i quali Israele riconobbe per la prima volta l’OLP quale interlocutore ufficiale del popolo palestinese e il suo diritto a governare su parte dei territori occupati. In cambio, l’OLP rinunciò all’uso della violenza per ottenere la creazione di uno Stato palestinese e riconobbe il diritto di Israele a esistere.

Gli accordi di Oslo aprirono la strada a una serie di altri accordi che portarono al ritiro dell’esercito israeliano da parte dei territori occupati e al trasferimento di autorità ai palestinesi in alcuni settori economici, sociali e di welfare. Mentre il confronto sulle questioni più complicate, come lo status di Gerusalemme, i rifugiati e il destino degli insediamenti ebraici – che continuarono ad aumentare – venne rimandato. Le tensioni continuarono a crescere e vi furono numerosi scontri e attacchi ai danni dei civili da ambo i lati. Lo stesso Rabin venne ucciso da un estremista israeliano nel 1995, dopo la firma di Oslo II.

La linea dura promossa dal Likud di Benjamin Netanyahu, vincitore alle successive elezioni del 1996, minarono ulteriormente la tenuta degli accordi. La situazione non migliorò nemmeno nel 1999 con l’elezione di Ehud Barak, allora leader del partito laburista. Le ultime speranze per una soluzione pacifica caddero con il fallimento dei negoziati al summit di Camp David tra Barak e Arafat, mediati da Bill Clinton.

Era il luglio del 2000: pochi mesi dopo le tensioni salirono nuovamente fino allo scoppio della Seconda Intifada, vista da molti come la ripresa di quei moti del 1987 che si erano conclusi con la speranza di un accordo di pace che rimane tuttora incompiuto.

Un luogo sacro: la Spianata delle moschee e il Monte del tempio

La Spianata delle moschee, dove il 28 settembre del 2000 Ariel Sharon, allora leader del partito Likud, si recò per una passeggiata ritenuta provocatoria, è il principale complesso religioso di Gerusalemme ed è un luogo sacro sia per i musulmani che per gli ebrei. Situata su una collina all’interno della città vecchia, dalla conquista di Gerusalemme gli israeliani ne controllano gli accessi. Questi sono aperti a tutti, ma solo ai musulmani è permesso pregare al suo interno. Il complesso, chiamato in arabo al Haram al Sharif (الحرم الشريف), è il terzo luogo sacro più importante per l’Islam dopo la Mecca e Medina.

Lì si trovano la moschea al-Aqsa e la cosiddetta Cupola della roccia, che sorge sul luogo dove, secondo l’Islam, Maometto salì al cielo: sulla stessa roccia dove – concordano le due religioni – Abramo stava per sacrificare suo figlio Isacco. Sempre lì però sorgeva il Tempio di Salomone, il principale luogo sacro per gli ebrei, che venne distrutto dai Romani nel 70 d.C. e di cui oggi rimane solo un muro esterno, situato pochi metri più in basso della moschea al-Aqsa: il Muro del Pianto (Kotel in ebraico). Gli ebrei si riferiscono all’intero complesso come Har HaBáyit (in ebraico: הַר הַבַּיִת), “il monte della casa”. Tra le altre cose, uno dei punti sui quali Arafat e Barak non trovarono un accordo fu proprio un nuovo compromesso su gestione e sovranità sulla Spianata delle moschee.

La Seconda Intifada

Subito dopo il gesto di Sharon, avvenuto tra l’altro pochi giorni dopo l’anniversario dei massacri di Sabra e Shatila, si sollevarono nuove proteste da parte palestinese nella città vecchia di Gerusalemme, che vennero represse nel sangue. Il giorno successivo, numerose proteste ebbero luogo anche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza; la controversa uccisione del dodicenne Muhammad Al-Durrah da parte delle forze israeliane, ripresa da una televisione francese, divenne il simbolo di una nuova Intifada, conosciuta anche come al-Aqsa Intifada.

Questa seconda Intifada si distinse dalla precedente per una maggiore violenza sia da parte israeliana, che venne accusata subito di un uso sproporzionato della forza contro i civili , sia successivamente da parte palestinese. Lo scoppio delle rivolte contribuì alla caduta di Barak e all’ascesa di Sharon, oppositore degli accordi di Oslo e promotore degli insediamenti nei territori occupati, che divenne Primo ministro nel febbraio 2001.

Nei mesi che seguirono, organizzazioni come Hamas, Jihad Islamico Palestinese e le Brigate dei Martiri di al-Aqsa perpetrarono numerosi attacchi suicidi contro i civili nelle città israeliane, a cui gli israeliani risposero con incursioni militari, arresti e uccisioni mirate di presunti terroristi palestinesi. Nel marzo 2002 Israele, con l’Operazione Scudo Difensivo, rioccupò le principali città palestinesi. Il 16 giugno 2002 iniziò la costruzione di una barriera di separazione in Cisgiordania, oggi lunga quasi 600 km, con lo scopo formale di impedire ulteriori attacchi.

Durante la Seconda Intifada persero la vita circa 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani, la maggior parte civili, cosa che riportò al centro del dibattito il tema della sicurezza. Le ricadute economiche e sociali sulla popolazione palestinese furono enormi, le sedi dell’Autorità palestinese vennero occupate, mentre proseguiva l’espansione delle colonie. Con la morte di Arafat nel novembre 2004 e la salita al potere di Mahmud Abbas all’interno dell’OLP, che invitò ai colloqui di pace, gli scontri si placarono fino al cessate il fuoco dichiarato a inizio febbraio 2005.

La decisione fu però contestata da Hamas con il lancio di missili dalla Striscia di Gaza verso Israele: un atto che causò ulteriori controversie all’interno della già divisa compagine palestinese. La spaccatura fra Hamas e Fatah, principale gruppo interno all’OLP, divenne poi netta nel 2006, a seguito dei risultati ottenuti alle elezioni per l’Autorità palestinese e l’inizio del conflitto nella Striscia di Gaza.

 

Fonti e approfondimenti 

Encyclopedia of the Palestinians, Facts on File Library of World History, Taylor & Francis Ltd, 2005

H. Hasan, Remembering the Second Intifada, Middle East Monitor, 28/09/2017

La Seconda Intifada, Ovovideo.com

Il Post, Perché la moschea di Gerusalemme è così importante per i palestinesi, 23/07/2017

 

Grafica: Marta Bellavia – Instagram: illustrazioninutili_

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