Il personaggio dell’anno: Shireen Abu Akleh

Una foto della giornalista Shireen Abu Akleh
@Al Jazeera Media Network - WikiMedia Commons - License CC BY-SA 4.0 (Remix Lo Spiegone by Matteo Savi)

Il 2022 è stato uno degli anni più letali per i civili palestinesi, con oltre duecentoventi persone morte per mano delle forze di occupazione israeliane. Tra le vittime vi è la giornalista di Al-Jazeera Shireen Abu Akleh51 anni, con doppia cittadinanza palestinese e statunitense, uccisa durante un reportage nella città di Jenin. 

La morte di una voce per la Palestina

Nata e cresciuta a Gerusalemme, Shireen Abu Akleh è stata una delle prime reporter sul campo per l’emittente qatariota Al-Jazeera, per la quale ha iniziato a lavorare nel 1997. Raccontando la seconda Intifada (2000-2005) è divenuta un’icona giornalistica e una delle più importanti narratrici della lotta quotidiana del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana

Lo scorso 11 maggio, Shireen Abu Akleh è stata uccisa da una pallottola che l’ha colpita alla testa durante un raid israeliano nel campo profughi di Jenin, che insieme a Nablus è diventato negli ultimi anni uno dei centri principali della resistenza all’occupazione

Le autorità israeliane hanno cercato subito di scaricare le colpe, sostenendo che la giornalista si fosse ritrovata nel mezzo di un fuoco incrociato per essere poi uccisa da una pallottola vagante, avendo cura di sottolineare come il colpo mortale fosse stato sparato dai palestinesi. 

Tuttavia, le testimonianze dei colleghi di Abu Akleh che erano con lei durante il raid, i vari filmati della sparatoria fatale e le ricerche della ONG israeliana per i diritti umani B’Tselem hanno smentito fin da subito queste affermazioni. Il gruppo di reporter si trovava in un’area lontana dai combattenti palestinesi, ma prossima alle postazioni dei cecchini dell’IDF (Israeli Defence Force), ovvero militari addestrati ai tiri di precisione. Abu Akleh, come gli altri giornalisti, indossava l’elmetto e il giubbotto antiproiettile con la scritta “PRESS” bene in vista, in modo da rendersi identificabile. Inoltre, il colpo mortale l’ha raggiunta sotto l’orecchio, un punto molto preciso e non coperto dagli indumenti protettivi, che rende l’ipotesi della pallottola vagante abbastanza assurda. 

Le forze di occupazione non hanno dato pace a Shireen neppure durante il suo funerale: mentre la bara veniva trasportata verso la chiesa per la cerimonia funebre (la famiglia Abu Akleh è cristiana), la polizia israeliana ha attaccato brutalmente i partecipanti alla processione, strappando le bandiere palestinesi e malmenando chiunque opponesse resistenza. 

Ridurre i palestinesi al silenzio

Nei mesi successivi alla morte di Abu Akleh, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e diversi media internazionali, compresi CNN e The Washington Post, hanno cercato di fare luce sulla vicenda. Le varie inchieste hanno smentito le ipotesi del fuoco incrociato e della pallottola vagante proposte dalle IDF, che però hanno dichiarato di non aver intenzione di avviare un processo penale.

Il dipartimento di Stato USA ha rilasciato un breve comunicato in cui dichiara che, molto probabilmente, il colpo fatale è partito dalla postazione dei militari israeliani, ma non ci sarebbero stati motivi per uccidere intenzionalmente Abu Akleh, etichettandone quindi la morte come il risultato di «circostanze tragiche». Tuttavia, il corpo del testo tradisce un immenso bias filo-israeliano nel momento in cui dichiara le azioni difensive degli abitanti di Jenin «attacchi terroristici». Il comunicato appare, quindi, un dovere burocratico dovuto più alla cittadinanza statunitense di Abu Akleh che non alla sua morte in sé. 

B’Tselem ha sottolineato la cultura dell’impunità all’interno dell’IDF: sebbene la pratica dell’open fire, sparare sui civili anche quando non vi sono situazioni di minaccia alla vita, sia ufficialmente proibita, quasi quotidianamente palestinesi non armati vengono uccisi dalle forze di occupazione e i responsabili non vengono perseguiti

Secondo colleghi e attivisti in tutto il mondo, la morte di Abu Akleh è stata volontaria e mirata a silenziare una voce critica e rispettata che raccontava al mondo l’occupazione della sua terra. La veterana del giornalismo non è stata l’unica vittima tra coloro che cercavano di denunciare i crimini israeliani. Dal 1967 sono stati almeno ottantasei i giornalisti palestinesi uccisi, di cui oltre cinquanta a partire dal 2000, mentre durante i bombardamenti dello scorso anno sulla Striscia di Gaza l’ufficio principale di al-Jazeera è stato distrutto. 

Proprio l’emittente qatariota ha deciso, all’inizio di dicembre, di sottoporre il caso alla Corte penale internazionale dell’Aia per ottenere giustizia: non solo per Shireen, ma per tutti i giornalisti palestinesi impunemente messi a tacere. 

 

 

Fonti e approfondimenti

B’Tselem. 2022. The killing of Shireen Abu Akleh.

Ekin, Annette, “‘They silenced her’: The fight for justice for Shireen Abu Akleh, Al-Jazeera, 07/12/2022.

Patel, Yumna, “Israel kills veteran Al Jazeera correspondent Shireen Abu Akleh in occupied West Bank, MondoWeiss, 11/05/2022.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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