“Dal fiume al mare”: la nuova resistenza dei giovani palestinesi

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Gli eventi dello scorso maggio e le violenze perpetuate fino ad oggi mostrano, ancora una volta, la brutalità dell’occupazione israeliana in Palestina. Al contempo, la credibilità dell’Autorità Nazionale Palestinese sembra sgretolarsi giorno dopo giorno. I giovani palestinesi, nati e cresciuti sotto l’occupazione, l’apartheid e la costante minaccia di uno sgombero forzato o di un attacco militare, hanno deciso di far sentire la propria voce opponendosi alla colonizzazione israeliana quanto alla vuota retorica della propria classe politica. Mettendo da parte divisioni settarie, religiose e politiche, cercano di unirsi per portare il proprio messaggio oltre i confini della Palestina ed esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.

La “generazione Oslo” in cerca di unità

I giovani palestinesi hanno iniziato a far sentire la propria voce e a ottenere un proprio spazio pubblico a partire dal 2011, sulla scia degli eventi collettivamente noti come Primavere arabe, inaugurando una nuova fase della resistenza all’occupazione. Nati negli anni intorno agli Accordi di Oslo, hanno conosciuto solo la colonizzazione. I patti del 1993, che avrebbero dovuto avviare un percorso di pace, hanno di fatto rafforzato nel tempo l’occupazione israeliana. 

Di contro, l’Autorità Nazionale Palestinese li ha esclusi dal processo democratico: con la soppressione delle elezioni previste per il maggio dello scorso anno, è stata negata l’occasione di votare per la prima volta ai palestinesi con meno di 34 anni. I più giovani hanno così perso definitivamente la propria fiducia nei confronti della leadership politica e delle sue infinite promesse. Rispetto al passato, i ragazzi e le ragazze palestinesi evitano di schierarsi con i partiti politici, dai quali non si sentono rappresentati, o con altri gruppi che fomentano la separazione, le faziosità e, quindi, la dispersione della resistenza. 

Parlando degli avvenimenti dello scorso maggio, durante un’intervista per la rivista statunitense “The Nation”, la giornalista di Gaza Maram Humaid, ha affermato:

 

«The most beautiful thing that happened during this past war, and maybe the only beautiful thing, was that Gaza rose up for Jerusalem. The blood, destruction, tears, and pain were incredibly costly. But, still, the best thing that happened, the most beautiful thing that happened, is that Gaza rose up for Jerusalem»

(“La cosa più bella accaduta durante l’ultimo conflitto, e forse l’unica cosa bella, è che Gaza sia insorta per Gerusalemme. Il sangue, la distruzione, le lacrime e il dolore hanno avuto un costo incredibile. Ma, tuttavia, la cosa migliore che sia accaduta, la cosa più bella che sia accaduta, è che Gaza sia insorta per Gerusalemme”)

Gli obiettivi e le speranze dei giovani attivisti sono esposti nel Manifesto della Dignità e della Speranza, circolato sul web a partire dallo scorso maggio; il documento fa appello a tutti i palestinesi, ovunque essi si trovino, affinché mettano da parte le divergenze e diano vita insieme a una “Intifada dell’unità”. La lotta contro la colonizzazione, l’apartheid e una classe dirigente corrotta e inefficente non deve essere condotta da milizie di matrice politica o religiosa, ma dalla popolazione palestinese nel suo complesso. 

In questa nuova resistenza, un ruolo fondamentale è giocato dalle tecnologie informatiche. Rispetto ai loro predecessori, i ragazzi e le ragazze della West Bank e di Gaza hanno a disposizione internet, uno strumento che permette loro di connettersi con i propri connazionali e con il quale raggiungono rapidamente, e a basso costo, qualsiasi parte del mondo per mostrare, nonostante le censure applicate da alcuni social network, la propria lotta contro l’occupazione. Alcuni gruppi, come Tal3at o il Palestinian Youth Movement (PYM), hanno adottato un approccio transnazionale, includendo sia i membri delle comunità palestinesi diasporiche sia chiunque voglia supportare la loro causa. Infatti, i movimenti localizzati all’estero condividono problematiche generazionali e obiettivi con altri collettivi giovanili anti-colonialisti, anti-razzisti, femministi e, almeno negli Stati Uniti, LGBTQ+. La creazione di alleanze intersezionali con gruppi locali funge da cassa di risonanza e porta l’attività della resistenza a un livello internazionale. Inoltre, questo approccio supera la cornice del diritto internazionale, all’interno della quale i palestinesi sono i passivi ricettori di scelte prese da altri Stati o organizzazioni: i giovani vogliono riprendere il controllo del proprio potere decisionale e delle loro capacità di essere agenti attivi. 

La necessità di un nuovo lessico

I portavoce della “generazione Oslo” sono giovani autori e attivisti come Mariam Barghouti, o i gemelli Muna e Mohammed el-Kurd, che attraverso i loro articoli e post sui social network sottolineano la necessità di adottare un nuovo vocabolario, più diretto e meno edulcorato rispetto al passato. Dopo gli Accordi di Oslo, i mass media ostentavano parole come “coesistenza” o “pace” per delimitare la narrativa sulla questione a concetti che, ancora oggi, vengono usati per spiegare le dinamiche dell’occupazione israeliana e della lotta armata palestinese come proprie di un “normale” conflitto. Un esempio di questo approccio sono le fotografie, circolate per anni su internet, di bambini in keffiah abbracciati a coetanei con la kippah, o di coppie miste israelo-palestinesi che si baciano da oltre un muro: anche se chi ha pubblicato questi contenuti era, probabilmente, in buona fede, gli effetti sono stati estremamente negativi. Il risultato di questa narrativa ha fatto sì che si arrivasse a un approccio che tratta la graduale erosione delle terre e dei diritti dei palestinesi come una mera disputa territoriale tra due Stati sovrani. 

I rappresentanti della nuova generazione palestinese, invece, vogliono chiamare le cose con il loro nome. Termini come “occupazione”, “colonizzazione” o “pulizia etnica” sono utilizzati senza alcuna esitazione o autocensura. D’altronde, senza un linguaggio adeguato, la questione non può essere affrontata con la giusta prospettiva. 

«You can’t solve a problem if you don’t think there’s a problem to start with. So let’s call it how it is, shall we?» (“Non puoi risolvere un problema se non pensi che ci sia un problema fin dal principio. Quindi chiamiamolo per quello che è, ok?”), sottolinea Mariam Barghouti in un video pubblicato su Instagram. In un altro post, la giovane scrittrice aggiunge: «To say “colonization”, “settlers”, “colonial regime” is not “activist talk”, “activist speech”, “radical”, “anti-semitic”. It is the Palestinian reality. […] Stop forcing Palestinians to downplay their reality because it makes you uncomfortable. Stop invalidating our language» («Dire “colonizzazione”, “coloni”, “regime coloniale” non è “un discorso da attivisti”, “radicale”, “anti-semita”. È la realtà palestinese. […] Basta costringere i palestinesi a minimizzare la loro realtà perché vi mette a disagio. Basta inficiare il nostro linguaggio»).

Anche gli obiettivi che vengono prefissati hanno bisogno di una riformulazione del linguaggio. Non si deve parlare tanto di quali diritti devono essere accordati ai palestinesi, perché questi sono inalienabili e non possono assolutamente essere messi in discussione da nessun accordo o negoziato, quanto di giustizia e decolonizzazione

“Dal fiume al mare”

La soluzione a due Stati è stata a lungo esaltata da molti Paesi occidentali che, se da un lato parlano di pace e convivenza, dall’altro finanziano l’apparato militare israeliano. Alcuni giovani palestinesi continuano a credere che questo progetto sia ancora realizzabile, ma si tratta di una minoranza. La maggior parte dei loro coetanei non crede più nelle strategie diplomatiche, che finora hanno portato solo ulteriori insediamenti illegali, espulsioni forzate, arresti, violenze, e all’assedio di Gaza. La “generazione Oslo” ha un obiettivo diverso rispetto alla soluzione a due Stati. Questo traguardo può essere riassunto in uno slogan: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”, (in inglese From the river to the sea, Palestine will be free). L’obiettivo finale è la liberazione, in un modo o nell’altro, dell’intera Palestina storica dalle rive del Giordano fino a quelle del Mediterraneo. Questa frase è stata usata per anni dai movimenti di resistenza, ma recentemente è tornato a farsi spazio nelle piazze palestinesi e in quelle di altri Paesi durante le manifestazioni di solidarietà. Come in passato, lo slogan ha ricevuto accuse di antisemitismo; in realtà, è antisionista, poiché invoca l’eliminazione dell’apartheid e della colonizzazione tramite la riunificazione di tutta la Palestina. Solo attraverso una creazione di un unico Stato sarà possibile spezzare l’egemonia coloniale israeliana e garantire il rispetto dei diritti di tutti i cittadini.

 

Fonti e approfondimenti

Ramzi Baroud, Young Palestinians have risen — now they need support, Arab News, 16/05/2021.

Kerent Benjumea, Palestinian Youth and the Futility of the Two-State Solution, Arab Center Washington DC, 30/09/2021.

Cecilia Dalla Negra, Palestina. L’Intifada dell’Unità, Qcode Magazine, 21/05/2021.

Mohammed El-Kurd, Let’s Talk About How the Media Covers Gaza, The Nation, 29/12/2021.

France24, 25 years after Oslo, young Palestinians see little hope, 11/09/2018.

Sheren Khalel, ‘From the river to the sea’: Palestinian advocates say call for freedom is not antisemitic, Middle East Eye, 04/12/2020.

Qassam Muaddi, Jenin: The centre of a nascent Palestinian armed resistance?, The New Arab, 12/10/2021.

Ruba Salih, Lynn Welchman, Elena Zambelli, The Palestinian Youth Movement (PYM): Transnational Politics, Inter/national Frameworks and Intersectional Alliances, School of Oriental and African Studies (SOAS), Working Paper 27, aprile 2017. 

Yaroslav Trofimov, Felicia Schwartz, New Solidarity Among Palestinians Creates Fresh Challenge for Israel, The Wall Street Journal, 23/05/2021.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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