Il personaggio dell’anno: Jina “Mahsa” Amini

Jîna ‘Mahsa’ Amini_Lo Spiegone
Remix di Matteo Savi

Trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato è una sensazione che abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita. Se il posto sbagliato però è l’Iran degli ayatollah, il momento sbagliato è la convergenza di pandemia da coronavirus, le sanzioni a stelle e strisce e la repressione statalista e, in più, si è una donna curda, la sensazione può risultare fatale. È il caso di Jina “Mahsa” Amini, la ventiduenne arrestata – e poi uccisa – dalla polizia religiosa il 13 settembre a Teheran per aver indossato in maniera scorretta il velo in un luogo pubblico. Da un punto di vista storico, il femminicidio di Stato perpetrato dal regime islamista iraniano ha fatto esplodere la rabbia di donne, minoranze etniche, studenti e lavoratori, dando il via a delle proteste senza precedenti in Iran che vanno avanti da mesi.

Delle proteste in corso in Iran se ne sta parlando in ogni sede: giornali, università, piazze, bar, uffici, case. Di Amini, invece, se ne parla troppo poco. L’obiettivo di questo articolo è di dare profondità a un nome ormai conosciuto ovunque, provando ad affiancare al volto, ormai un simbolo, della ventiduenne una storia.

Tra le strade di Saqqez e la facoltà di Diritto

Il 21 settembre 1999, a Saqqez – città curdo-iraniana con poco più di 165 mila abitanti – in pochi si sarebbero aspettati che il simbolo di una rivolta di oltre tre mesi sarebbe nata da una famiglia locale. Jina Amini, registrata all’anagrafe Mahsa in linea con quella legge iraniana che vieta l’uso di nomi non persiani, era nata da un impiegato della pubblica amministrazione locale e da una casalinga, esponenti meno politicizzati di una famiglia curdo-iraniana. 

Come ovvio che sia per una ventiduenne nata e cresciuta in una regione periferica della periferia del mondo, non si sa molto di Jina Amini. Nelle numerose interviste seguite al suo femminicidio, la famiglia l’ha sempre descritta come «una ragazza come tante della sua età», ripetendo più volte quanto fosse timida. Di Amini sappiamo tutto sulla sua morte e sulle sue conseguenze sociali. Della sua vita da “civile” e non da simbolo rivoluzionario, invece, sappiamo che ha frequentato la scuola femminile Taleghani nella sua città natale e che si è diplomata nel 2018. Dalla conclusione del suo percorso liceale al suo femminicidio, la vita di Amini è stata incentrato sullo studio: più di tre anni per prepararsi, fallire, tornare a studiare e infine superare il test d’ingresso alla facoltà di Diritto. 

Una vita «lontana da politica e attivismo», parola di cugino

In seguito al femminicidio di Amini, il regime di Teheran – dopo aver fatto risalire la morte della ragazza a «condizioni patologiche precedenti all’arresto»– ha provato a giustificarsi mettendo in mala luce la donna e la sua famiglia, rappresentandoli come attivisti, terroristi, rivoltosi. A smentire le voci, ci ha pensato il cugino in autoesilio di Jina Amini, Erfan Mortezaei: «Jina non ha mai fatto attivismo, è sempre stata lontana dalla politica e non si è mai interessata a certe cose». Sebbene il nucleo familiare degli Amini non fosse particolarmente politicizzato – di fatto non esistono indagini, precedenti legali o arresti al suo interno – la famiglia allargata vanta una tradizione rivoluzionaria. Il 26 settembre, Mortazeai ha interrotto il silenzio della famiglia per rilasciare un’intervista a Sky News, da Suleymaniyya, città curda-irachena nel nord est del Paese, dove si trova per sfuggire proprio alla repressione che Teheran riserva ai curdi: Mortazeai, infatti, come altri membri della famiglia allargata di Amini, è un guerrigliero peshmerga – nome col quale ci si riferisce ai guerriglieri curdi nazionalisti nel nord dell’Iraq – affiliato al partito Komala, gruppo curdo-iraniano riconosciuto come organizzazione terroristica da parte di Teheran. Ad oggi, in ogni caso, il nucleo familiare dal quale proveniva Amini non ha membri nel partito Komala, e gli stessi legami con i parenti collegati all’attivismo dell’organizzazione risultano tagliati.

Fenomenologia di un femminicidio di Stato: le ultime ore di Jina Amini

Il 13 settembre 2022, Amini si trovava a Teheran, città dove vive il fratello. In vicinanza di una fermata della metro, Amini è stata avvicinata da una pattuglia della polizia morale che, accusatala di indossare in maniera scorretta il velo – mostrando parzialmente i capelli – ha proceduto con l’arresto della giovane davanti al fratello. Successivamente, la stessa pattuglia ha comunicato alla famiglia che la ventiduenne sarebbe stata condotta in questura dove avrebbe ricevuto un “corso di rieducazione morale” dalla durata di un’ora, come da procedura. Tuttavia, un’ora dopo, alle domande del fratello giunto in questura per prendere la sorella al termine della classe di rieducazione, la polizia ha informato il familiare di Amini che la ragazza aveva avuto un infarto e un attacco cerebrale ed era stata trasportata in ospedale. 

Le dinamiche riferite dalla polizia, tuttavia, risultano poco chiare. Secondo diversi testimoni oculari, ad esempio, le persone (arrestate) che si trovavano sul cellulare su cui è stata condotta Amini, la giovane ha subito insulti, schiaffi e pugni durante il viaggio verso la questura. All’interno della questura stessa, inoltre, pare che nessuno abbia visto la ventiduenne curdo-iraniana nella classe di rieducazione, prova del fatto che Amini ha subito un pestaggio nella sala degli interrogatori che le ha causato danni cerebrali. Le stesse dinamiche del trasporto in ospedale appaiono altrettanto dubbie: tra l’orario della chiamata in ospedale riferita dai poliziotti, all’arrivo effettivo dell’ambulanza sono passati almeno trenta minuti; mentre il trasporto nella struttura sanitaria più vicina (l’ospedale Kasra) ha richiesto oltre un’ora e mezza. Tempistiche decisamente lunghe per un’operazione di routine. Infine, la famiglia non ha potuto visitare Amini per due giorni, ricevendo il permesso di entrare nella stanza in cui era ricoverata solo il 16 settembre, una volta morta. L’evento è stato testimoniato dalla giornalista Niloofar Hamedi, successivamente arrestata per aver pubblicato su Twitter lo scatto ritraente la famiglia di Amini nel corridoio dell’ospedale mentre riceveva la notizia del decesso, facendo luce su una dinamica istituzionalizzata per quanto frequente che ha visto e vede il lato peggiore della repressione di Stato iraniana normalizzato.

 

Fonti e approfondimenti

Ghajar A., “Exclusive: Family Confirm the Regime’s Claims About Mahsa Amini are Lies”, 22 settembre 2022.

Hafezi P., “Iranian woman whose death led to mass protests was shy and avoided politics”, 28 settembre 2022.

Kurdish Human Rights Network, “Iran: Kurdish woman dies after arrest and tortutre by morality police in Tehran”, 16 settembre 2022.

The New Arab, Iran: Mahsa Amini was ‘insulted and tortured’ before her death, cousin tells UK media, 26 settembre 2022.

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