L’Iran ai tempi delle sanzioni

di Manuel Mezzadra

I primi casi di Covid-19 in Iran risalgono al 19 febbraio scorso. In tempi rapidissimi, la Repubblica Islamica è diventata il primo Paese del Medio Oriente per numero di contagi. L’Iran è da tempo sull’orlo della crisi economica e il forte stress a cui è stato sottoposto il sistema sanitario non ha migliorato la situazione. Per Teheran, la sfida mondiale posta dalla pandemia è inoltre resa più difficile dalle pesanti sanzioni statunitensi. Si tratta infatti di un filo rosso che unisce e aggrava molte delle problematiche presenti nel Paese e riemerge in questo momento di crisi globale.

Le sanzioni introdotte a seguito del ritiro statunitense dal JCPOA nel maggio 2018, e il conseguente avvio della politica di “massima pressione”, rappresentano la decisione più dura presa dal governo di Donald Trump nel tentativo di isolare diplomaticamente ed economicamente Teheran. Istituendo “il più alto livello di sanzioni economiche” nella storia delle relazioni tra i due Paesi, Trump ha cercato di riportare l’Iran al tavolo negoziale. Mossa che non ha avuto, per ora, gli effetti desiderati. Basti pensare all’escalation culminata nella morte del generale Qasem Soleimani lo scorso gennaio. Le sanzioni sempre più restrittive continuano a colpire tutti i settori dell’economia, in particolare il mercato petrolifero iraniano, e a favorire la svalutazione del Rial con effetti disastrosi sulla società. Il peggioramento delle condizioni economiche che ne è derivato ha contribuito a sua volta alle proteste di piazza degli ultimi anni. Cerchiamo dunque di capire come si è evoluto nel tempo il sistema sanzionatorio di Washington.

Teheran e le sanzioni: una conoscenza di vecchia data

 È importante sottolineare come le sanzioni statunitensi imposte nel 2018 non rappresentino un unicum nella storia iraniana. Negli anni ’80, a seguito della crisi degli ostaggi fra USA e Iran, Washington designò il regime come “sponsor del terrorismo” ponendolo sotto embargo e imponendo su Teheran una serie di sanzioni per vietare l’acquisto di armi e di tecnologie militari ostacolando, così, il settore finanziario del Paese.

A queste si aggiunsero anche misure ad hoc per alcuni individui e organismi iraniani, selezionati dall’OFAC – il braccio del Dipartimento del Tesoro USA che si occupa specificatamente delle sanzioni – con l’intento di punire abusi dei diritti umani e supporto al terrorismo. Nella lista dell’OFAC comparivano fra gli altri numerose banche e istituti di credito nazionali, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (i cosiddetti Guardiani della rivoluzione o Pasdaran) e numerose milizie sciite.

Queste sanzioni, definite “primarie”, colpiscono direttamente istituzioni e soggetti iraniani e si affiancano tuttora alle cosiddette “secondarie”, vale a dire quelle misure che coinvolgono entità o Paesi terzi che violano i divieti statunitensi esportando armamenti o conducendo transazioni finanziarie con l’Iran.

Negli anni ’90 l’amministrazione Clinton bloccò gli investimenti e il commercio con la Repubblica Islamica. Nel corso del tempo allargò le sanzioni anche al mercato petrolifero ed energetico, così da aumentare la pressione su Teheran.

A partire dalla Risoluzione 1696/2006, anche il Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite prese provvedimenti e impose sanzioni all’Iran. Basandosi sui report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), riguardanti la non conformità del Paese alle disposizioni di sicurezza standard, l’ONU impose misure stringenti al programma nucleare iraniano. Con ulteriori risoluzioni nei due anni successivi colpì anche il programma missilistico, impose un ulteriore embargo sugli armamenti e congelò molti asset finanziari a disposizione del governo.

Nel 2010, al quadro sanzionatorio si aggiunse anche l’Unione europea. Allineandosi alla Risoluzione 1929/2010 del CdS, l’UE appoggiò infatti il rafforzamento delle misure collegate alle attività del programma balistico iraniano, serrando ulteriormente l’embargo sugli armamenti, bloccando banche, fondi e risorse finanziarie governative e intensificando i controlli per entità riconducibili a tale piano strategico.

Un ulteriore giro di vite arrivò nel 2012/2013 quando gli USA inasprirono le sanzioni, allargandole al settore automobilistico. Anche l’UE aggiunse nuove sanzioni al punto che queste diventarono estese quasi quanto quelle degli Stati Uniti, interessando i settori petrolifero, energetico, petrolchimico e finanziario tout court. Si giunse così alla messa al bando completa di tutte le banche iraniane dal network SWIFT, il sistema globale che permette lo scambio di transazioni tra i vari istituti finanziari.

Il punto di svolta fu rappresentato dal JCPOA nel 2015. L’accordo firmato dall’Iran e dai cinque membri permanenti del CdS più la Germania (P5+1), fu fortemente voluto dall’amministrazione Obama. Questo prevedeva un piano di significativo contenimento del programma nucleare iraniano sotto il controllo dell’AIEA in cambio dell’abolizione della maggior parte delle sanzioni. Occorre però precisare che, anche a seguito del JCPOA, tutte le sanzioni “primarie” riguardanti gli armamenti, gli individui e le istituzioni in supporto al terrorismo e riconducibili ad abusi dei diritti umani sono rimaste e continuano a essere pienamente in vigore.

Trump e la “massima pressione”

 Le forti critiche di Trump nei confronti dell’amministrazione precedente non hanno risparmiato neanche il JCPOA, definito dall’attuale presidente “un patto orribile e impari che non andava firmato”. Non stupisce quindi che il primo passo della strategia di “massima pressione” su Teheran sia stato proprio il ritiro degli USA da tale accordo e la conseguente entrata in vigore di tutte le sanzioni pre-JCPOA, comprese quelle “secondarie”.

Da maggio 2018, il presidente degli Stati Uniti non si è limitato a reimporre le vecchie sanzioni, ma ha cercato di ostacolare in maniera ancor più significativa l’economia e l’establishment iraniani. La lista Foreign Terrorist Organizations (FTO) dell’OFAC si è allungata comprendendo, ad oggi, i nomi di più di mille individui e istituzioni. Le misure economiche sono state estese anche al settore metallurgico, mentre sono aumentate quelle nei settori petrolifero, dell’export e finanziario.

L’intransigente linea degli Stati Uniti non è stata esente da critiche: le Nazioni Unite, la Corte internazionale di giustizia, la Cina e soprattutto l’Unione europea hanno sollevato molti dubbi sulla politica di Trump in Iran, sostenendo come questo tipo di sanzioni non solo risulti in un indebolimento politico ed economico del Paese, ma sottopongano tutta la popolazione a una pressione senza precedenti. Questo anche nell’ottica della promettente ripresa economica che si prospettava a seguito del JCPOA. Non vi è stata tuttavia una risposta comune e in concerto fra i vari attori, che hanno piuttosto agito singolarmente nel bene dei propri interessi.

Quale futuro dopo il Covid?

L’avvento della pandemia ha peggiorato una situazione già difficile, se consideriamo gli impedimenti causati dalle sanzioni statunitensi, ulteriormente appesantite proprio in piena crisi Covid-19, nonostante le richieste di sospensione della comunità internazionale. Gli USA affermano che le misure non coinvolgerebbero farmaci e beni umanitari, tuttavia molte aziende estere sono scoraggiate dal commerciare con Teheran proprio per paura di essere sanzionate. Le misure rimangono infatti in vigore nel caso in cui questi beni siano destinati a entità riconducibili alla lista FTO.

Un primo tentativo di alleviare le sofferenze iraniane arriva da Francia, Gran Bretagna e Germania, che avvalendosi dello strumento INSTEX, creato nel 2019 proprio per aggirare le sanzioni, hanno inviato aiuti umanitari al Paese. La realtà iraniana rimane però critica e se sommata a un’economia fortemente compromessa già prima del virus, gli scenari possibili alla fine della pandemia sono tutt’altro che positivi. Per l’Iran, non rimane altro che attendere un più incisivo intervento della comunità internazionale o un eventuale, quanto improbabile, cambio di rotta degli Stati Uniti.

 

Fonti e approfondimenti

Hasan, “The Coronavirus Is Killing Iranians. So Are Trump’s Brutal Sanctions“, The Intercept, 18 marzo 2020

U.S. Department of State, Iran Sanctions

Katzman, “Iran Sanctions”, Congressional Research Service Report, 14 aprile 2020

Malley, A. Vaez, “The Coronavirus Crisis is a Diplomatic Opportunity for the United States and Iran, International Crisis Group, 18 marzo 2020

Human Rights Watch, “Maximum Pressure”: US Economic Sanctions Harm Iranians’ Right to Health, ottobre 2019

Oliphant, J. Rothwell, “Britain, France and Germany bypass US sanctions to provide Iran with medical aid, The Telegraph, 31 marzo 2020

Pietromarchi, “Iran’s healthcare system threatened by US sanctions: Rights group“, Al-Jazeera, 29 ottobre 2019

White House, “Remarks by President Trump on the Joint Comprehensive Plan of Action, 8 maggio 2018

Six charts that show how hard US sanctions have hit Iran, BBC News, 8 dicembre 2019 https://www.bbc.com/news/world-middle-east-48119109

U.S. Department of the Treasury, “Government Fully Re-Imposes Sanctions on the Iranian Regime As Part of Unprecedented U.S. Economic Pressure Campaign“, 5 novembre 2018

 

 

 

 

 

 

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