Tra le pieghe del velo: l’hijab e i suoi significati

@alioueche mokhtar - WikiMedia Commons - License CC BY-SA 4.0

Hijab è un termine ombrello che comprende tutti capi d’abbigliamento usati dalle donne musulmane per coprirsi i capelli e in certi casi anche il volto. Semplice pezzo di stoffa dal punto di vista materiale, nel corso del tempo, in particolare durante il XX secolo, il velo è stato caricato con una miriade di significati, spesso tra loro contraddittori: simbolo di identità o repressione, strumento di segregazione o resistenza, tradizione da conservare o retaggio del passato da mettere al bando. 

Vaghezze giuridiche e interpretazioni mutevoli

Sintetizzare in poche righe la storia dell’uso dell’hijab in tutto il dar al-Islam («casa dell’Islam», la somma di tutti i Paesi musulmani o a maggioranza musulmana) è praticamente impossibile. Quella di indossare il velo non è mai stata una pratica omogenea e immutabile; al contrario, ha subito cambiamenti significativi nel tempo e nello spazio. Tali fluttuazioni sono dovute alla vaghezza riguardo l’abbigliamento dei credenti e delle credenti nella giurisprudenza islamica. 

Il Corano non prescrive esplicitamente alle fedeli di nascondere i capelli, limitandosi a raccomandare nella sura 24 un abbigliamento decoroso che copra le «parti belle» (un simile invito è rivolto anche agli uomini). Le regole intorno all’hijab sono il risultato dell’interpretazione data dai giuristi a poche righe del Testo Sacro; pertanto, hanno subito modifiche nel corso della storia e sono ancora oggi in continua evoluzione.

Nella storia della comunità musulmana, le mogli del profeta Muhammad furono le prime (e finché lui rimase in vita, le uniche) a mettere l’hijab. Non si tratta però di un’innovazione dell’Islam. La pratica del velo era infatti già radicata nel Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo. In molte delle civiltà dell’epoca antica e tardo-antica era obbligatorio per le donne rispettabili coprirsi i capelli in modo da differenziarsi dalle prostitute. Al velo erano inoltre associate una serie di pratiche volte alla segregazione femminile. Il principio di imporre un determinato abbigliamento come forma di controllo sulle donne è stato poi ripreso dal cristianesimo: più precisamente, nella prima lettera ai corinzi di san Paolo, ribadendo la subordinazione delle donne, ordina loro di coprirsi i capelli con un velo, o in alternativa di tagliarli. 

Con le conquiste territoriali in Medio Oriente, la comunità musulmana entrò in contatto con le idee delle varie culture preesistenti nell’area e le assorbì. Per quanto riguarda l’uso dell’hijab, la sua diffusione è andata di pari passo con l’allontanamento delle donne dalla vita pubblica. In epoca pre-islamica e agli albori dell’Islam, avevano invece un ruolo di primo piano nella società: oltre a poter raggiungere posizioni di leadership, avevano incarichi religiosi, prendevano parte alle battaglie (di solito incoraggiando i guerrieri, ma anche partecipandovi attivamente) e avevano la facoltà di chiedere la mano agli uomini di loro gradimento (secondo la tradizione, non solo il profeta Muhammad, ma anche il futuro califfo al-Abbas ricevette una proposta di matrimonio dalla sua prima moglie, più anziana e ricca). 

La graduale segregazione delle donne è un fenomeno che si è sviluppato soprattutto durante il califfato abbaside (750-1258). In questo contesto, l’hijab era allo stesso tempo un simbolo religioso (per seguire l’esempio virtuoso delle mogli del Profeta), una contaminazione culturale e l’espressione di tutte quelle pratiche che escludevano le donne dalla vita sociale

Come già accennato, non era tuttavia una regola universale: per esempio, la setta ismailita dei qarmati, che controllò il Bahrain e le coste dell’Arabia orientale nel X secolo, aveva bandito l’uso del velo.

Con il tempo e l’inevitabile frammentazione politica del dar al-Islam, il velo ha assunto forme e significati diversi. Ancora oggi è possibile osservare diversi tipi di hijab, il cui uso varia a livello geografico, generazionale, sociale e, non ultimo, a seconda della scelta personale. La stessa regolamentazione intorno all’abbigliamento femminile, di pari passo con l’acquisizione dei diritti, ha subito dei cambiamenti nei Paesi dell’area mediorientale. In molti casi, l’istituzionalizzazione dell’hijab in quanto forma di controllo sul corpo e sulle attività femminili è caduta, riportando la scelta di indossare o meno il velo nella sfera privata. 

Anche in quegli Stati che ancora impongono limitazioni all’abbigliamento di cittadine e cittadini è possibile osservare una certa varietà: per esempio, in Yemen e in Oman sono genericamente le donne più anziane a indossare i tradizionali abiti colorati, mentre le più giovani preferiscono le ‘abaya scure ispirate all’Arabia Saudita. Sempre sulle coste arabe del Golfo, la batoola, la tradizionale mascherina femminile in stoffa, è solitamente utilizzata dalle nuove generazioni solo in occasione di feste folkloristiche che richiedono di “rispolverare” l’abbigliamento tradizionale. 

Il significato del velo cambia quindi a seconda dei contesti. Può effettivamente essere un obbligo, non necessariamente istituzionalizzato dallo Stato di residenza, ma imposto dalla famiglia. Tuttavia, l’hijab può essere visto da chi lo indossa anche come un elemento identitario o addirittura una “protezione” che dà sicurezza fuori dalle mura domestiche. Per esempio, le attiviste della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA), pur condannando aspramente l’imposizione del burqa da parte dei talebani, ne riconoscono la proprietà di garantire il perfetto anonimato nel corso delle attività clandestine. Infine, talvolta l’hijab non simboleggia nulla di specifico; è semplicemente un’abitudine

Colonizzare per liberare

A partire dall’occupazione britannica dell’Egitto nel 1882, l’hijab venne adottato dagli europei come simbolo dell’arretratezza orientale e motivo valido per conquistare i territori musulmani: complice l’orientalismo dilagante dell’epoca, si era creata una retorica che giustificava il colonialismo come un modo per civilizzare i “barbari” e liberare le donne dai tirannici uomini che imponevano loro il velo. Poco importa che gli stessi avvocati di questo presunto affrancamento delle musulmane dal dispotismo orientale si opponessero, in patria, al suffragio delle connazionali. Inoltre, è interessante osservare come nell’immaginario europeo, nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, l’unica immagine da contrapporre a quella della donna orientale nascosta dietro strati di stoffa era quella dell’odalisca, seminuda e sessualmente disponibile per pochi privilegiati. 

Questa idea che la donna velata sia irrimediabilmente sottomessa a causa di un dispotismo connaturato all’Islam (visto erroneamente come una religione monolitica e immutabile) è ancora oggi presente in molte società occidentali. Basti pensare ai titoli dati ad alcune pubblicazioni al riguardo, come Il prezzo del velo. La guerra dell’Islam contro le donne o La schiavitù del velo, entrambi della giornalista italiana Giuliana Sgrena. Lo stesso Tiziano Terzani, solitamente restio a giudicare le culture diverse, esprime il proprio dispiacere nel vedere le donne in Asia indossare l’hijab

Di contro, coloro che si vestono in maniera più simile alle occidentali sono viste come indiscutibilmente più libere e moderne. 

Hijab o non hijab? A chi spetta decidere

Nel contesto dei rapporti spesso ineguali tra Occidente e mondo musulmano, il velo, o più precisamente la libera scelta di portarlo o meno, può diventare anche un simbolo di resistenza sia al colonialismo che a quelle forme di femminismo “bianco” che sembrano voler puntare all’omologazione culturale. 

I principi proposti dai colonizzatori vennero assorbiti dal giurista egiziano Qasim Amin (1863-1908) nel suo libro Tahrir Al-Mar’ah (“La liberazione della donna”), pubblicato nel 1899 e considerato l’atto di fondazione del femminismo arabo. Complice l’influenza orientalista, l’hijab era considerato l’emblema dell’oppressione maschile sulle donne e dell’arretratezza dei popoli mediorientali. 

Come Amin, molti altri attivisti e attiviste per l’emancipazione femminile sembravano voler proporre un’adozione acritica del modello occidentale, da applicare in ogni luogo indipendentemente dal contesto. Il gesto dell’attivista Huda el-Shaʿrawi (1879-1947), che nel 1923, di ritorno da un congresso femminista a Roma, alla stazione del Cairo si strappò pubblicamente il velo che le copriva la bocca, è emblematico e ha ancora oggi una forte valenza simbolica: eliminare gli strati di stoffa dal volto per abolire la cortina che impedisce alle donne di rivendicare i propri diritti

L’idea che l’hijab fosse un rimasuglio del passato e un ostacolo al raggiungimento della modernità venne condiviso anche da alcuni capi di Stato, come Mustafa Kemal (1881-1938) in Turchia e Reza Khan Pahlevi (1878-1944) in Persia, che infatti decretarono l’eliminazione del velo, oltre che degli abiti tradizionali maschili.  

In realtà, le donne delle classi più agiate avevano già iniziato a togliere il velo non come forma di protesta, ma semplicemente perché volevano seguire lo stile delle grandi case di moda europee. Questa motivazione potrebbe apparire frivola, soprattutto se paragonata al gesto di el-Shaʿrawi, ma in realtà dimostra la capacità di queste donne di decidere autonomamente come apparire e la polisemanticità del velo, che in questo caso non è uno strumento di oppressione, ma un semplice capo d’abbigliamento fuori moda.

All’idea che il velo fosse la radice dell’oppressione della donna e che la sua abolizione fosse un requisito irrinunciabile per una società moderna replicarono le fautrici di un femminismo diverso, locale, sviluppato dalle musulmane per le musulmane. Una delle pioniere fu Malak Hifni Nasif (1886-1918), una delle prime donne arabe (se non la prima) a pubblicare regolarmente articoli per una testata giornalistica diretta a un pubblico non esclusivamente femminile: secondo questa scrittrice e attivista, il punto focale per il raggiungimento dell’uguaglianza tra i sessi era l’istruzione, che avrebbe permesso alle donne di sfuggire all’ignoranza e all’ingenuità dovute a secoli di segregazione domestica. Finché le musulmane non avessero raggiunto una coscienza di sé e delle proprie capacità, l’adozione indiscriminata dei costumi occidentali sarebbe stata solo nociva. 

Alcuni decenni dopo, femministe e studiose del calibro di Nawal el-Saʻadawi (1931-2021) e Fatima Mernissi (1940-2015) – che non indossavano l’hijab – hanno osservato come neppure in Occidente le donne siano completamente libere: il velo, un oggetto tangibile, è semplicemente rimpiazzato da altre forme di oppressione meno visibili, come pressioni psicologiche e sociali, manipolazioni mediatiche e mercificazione.

Come affermato da Mernissi, non si può ridurre l’hijab unicamente a uno straccio imposto dal tirannico uomo sulla donna: si tratta di una pratica sociale con una miriade di significati e, pertanto, richiede un’analisi approfondita del contesto di riferimento

Tuttavia, per quanto concerne l’obbligo o meno di indossarlo, è possibile intravedere una costante: escludendo i Paesi in cui l’abbigliamento è legato alla scelta del singolo individuo, la prerogativa di legiferare sull’hijab è quasi sempre stata in mano a chi non lo indossa. Che si tratti di imporlo per ripristinare la tradizione e controllare le cittadine, come in Iran dopo il 1979 o nell’Afghanistan dei talebani, oppure di bandirlo o limitarlo per ostentare la modernità e la laicità del proprio Paese, come nella Turchia kemalista o nella Francia contemporanea, raramente le dirette interessate hanno potuto imporre il proprio punto di vista. 

Quella che dovrebbe essere una libertà individuale e una pratica alla quale la singola donna dà un particolare significato è troppo spesso un’imposizione dettata da altre persone che paternalisticamente si auto-attribuiscono la facoltà di decidere cosa sia consono. Nel capitolo di Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991 dedicato alle riforme di Mustafa Kemal, Marcella Emiliani scrive infatti:

«Ebbe così inizio una storia che sembra non avere ancora fine, cioè quella di ordinare alle donne del Medio Oriente di togliersi o rimettersi il velo a seconda del momento politico. Inutile dire che dovrebbe spettare alle donne una scelta del genere». (Emiliani, 2012: 28)

 

 

Fonti e approfondimenti

Layla Ahmed. 1995. Oltre il velo. La donna nell’Islam da Maometto agli ayatollah. La Nuova Italia Editrice.

Marcella Emiliani. 2012. Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991. Laterza.

Stano, Simona, “Sotto il velo dei media. Semiotica dell’hijab tra Oriente e Occidente, Quaderni di Donne e Ricerca, 25/2012.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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