Orientalismo e “Grande divergenza”: perché l’Occidente si crede superiore?

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John Frederick Lewis - Wikimedia commons - pubblico dominio

Con il termine “orientalismo” si è soliti definire la branca degli area studies focalizzata su varie regioni dell’Asia, oppure una corrente pittorica dell’Europa ottocentesca che aveva tra i suoi soggetti preferiti scene più o meno fantasiose ispirate al mondo arabo-musulmano, esemplificata da opere come La grande odalique di Jean Auguste Dominique Ingres o Les Femmes d’Algiers di Eugène Delacroix. Nel 1978, lo studioso palestine Edward Said ha dato alle stampe un rivoluzionario saggio, intitolato appunto Orientalismo, in cui fornisce una terza accezione di questa parola: con questo termine, l’autore intende un fenomeno culturale e politico strettamente legato al colonialismo e a una presunta superiorità dell’Occidente. 

L’immagine europea dell’Oriente

Edward Said era ben consapevole di come gli occidentali vedessero gli “altri”: nato nel 1936 a Gerusalemme, visse la Nakba sulla propria pelle e fu costretto a fuggire in Egitto con la famiglia. Dopo esser quindi cresciuto in due colonie inglesi, arrivò infine negli Stati Uniti, dove venne assunto come professore di letteratura presso la Columbia University di New York. Sono state proprio queste esperienze personali a spingerlo ad analizzare l’immagine che gli occidentali avevano costruito intorno agli orientali, concentrandosi in particolare su quella degli arabi (e musulmani). 

Le ricerche su svariate fonti letterarie, soprattutto britanniche e francesi, portarono Said a elaborare il concetto di orientalismo: una serie di visioni, discorsi e approcci fatti dagli occidentali per altri occidentali che costringono quello che viene definito Oriente in una posizione subordinata e stereotipata

L’orientale, e più precisamente l’arabo-musulmano, è incastrato in una posizione opposta a quella dell’occidentale: è irrazionale, chiuso a ogni forma di cambiamento, pigro, lussurioso, misogino, bellicoso, desideroso di soggiogare il mondo civilizzato e ogni aspetto della sua vita è dominato dall’Islam. Essendo queste caratteristiche immutabili, gli orientali diventano un oggetto (non soggetto) di studio prevedibile e facile da categorizzare e analizzare.

Said fa coincidere la nascita dell’Orientalismo “moderno” con la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, iniziata nel 1789; il condottiero francese portò con sé un folto gruppo di accademici per studiare il territorio appena conquistato e la sua popolazione (e per riportare in patria qualche prezioso reperto archeologico ancora oggi in mostra al Louvre di Parigi, come il bassorilievo dello zodiaco di Dendera, asportato utilizzando polvere da sparo). 

Tuttavia, la rappresentazione anche negativa dell’altro non è certamente una novità del XVIII secolo. Fin dall’Antichità, gli incontri (e scontri) tra popoli diversi hanno generato resoconti, diari di viaggio e anche opere di fantasia la cui redazione è stata filtrata attraverso la cultura e la sensibilità di chi scriveva. Basti pensare a Erodoto, alle memorie di Marco Polo e Ibn Battuta (storico e giurista maghrebino del XIV secolo), alle descrizioni dei crociati fatte da Osama Ibn Murshid (intellettuale arabo del XII secolo) o al romanzo cinese Viaggio in Occidente. Questi scritti, e molti altri, hanno spesso raccontato le civiltà con le quali i loro autori sono venuti a contatto in modi tutt’altro che lusinghieri. Ma cosa distingue queste opere dagli studi degli orientalisti? Perché Edward Said, pur citando brevemente La Divina Commedia di Dante Alighieri e gli arabi che lo scrittore fiorentino ha collocato nei gironi infernali, ha focalizzato il suo saggio sugli studiosi europei vissuti dal XVIII in poi e non, per esempio, sugli scrittori dell’Antica Roma (che comunque consideravano gli orientali effeminati e frivoli, in opposizione ai virili e disciplinati latini) o le cronache medievali? 

Colonialismo, conoscenza e potere

L’orientalismo moderno e contemporaneo è legato a una precisa volontà politica: conoscere l’altro per poterlo meglio dominare, imponendo una visione “addomesticata” e quindi controllabile dell’Oriente. Non a caso, la nascita dell’orientalismo elaborato da Said coincide proprio con l’avvento del colonialismo e con quella visione paternalistica secondo la quale gli orientali avessero bisogno dell’intervento occidentale per essere “corretti”, perché la loro cultura, mentalità e, soprattutto se si parla di Medio Oriente, religione impedivano il progresso. Come dimostra la politologa Jennifer Pitts, a partire dal XIX secolo, molti intellettuali europei si schierarono a favore delle conquiste territoriali in Asia e Africa, in quanto considerate l’unico mezzo per civilizzare i popoli locali. L’unico modo per salvare gli orientali e le orientali era abbracciare i valori portati dall’Occidente. Lo scrittore Rudyard Kipling coniò l’espressione White Man’s Burden (“fardello dell’uomo bianco”) proprio per definire l’obbligo morale di civilizzare gli altri popoli, indipendentemente dal fatto che questi ultimi fossero già dotati di una propria civiltà, anche se discostata dai parametri europei. Questo approccio è riscontrabile anche in diversi documenti d’archivio britannici della Indian Office Records: l’orientale che si oppone all’europeo è un ingenuo selvaggio che non riesce a comprendere come le imposizioni della potenza coloniale siano per il suo stesso bene. Il fatto che questi popoli da “salvare” si trovassero (e si trovino) in regioni geopoliticamente strategiche o ricche di risorse rare è un dettaglio trascurabile.

La “Grande divergenza”: una superiorità circostanziale

Colonialismo e orientalismo sono emersi in concomitanza con un incontro impari tra Oriente e Occidente che ha visto prevalere quest’ultimo. Un effettivo vantaggio tecnologico ha facilitato le conquiste territoriali, portato gli europei ad attribuire ai “bianchi” una superiorità morale e culturale. Lo storico Kenneth Pomeranz, esperto di storia della Cina, ha però fornito un’altra interpretazione a questo divario tecnologico, elaborando la teoria della “Grande divergenza”. Secondo lo studioso californiano, fino al XIX secolo circa le grandi civiltà dell’Asia non avevano nulla da invidiare all’Europa dal punto di vista tecnologico, economico e sociale. Tuttavia, una serie di circostanze hanno portato l’Occidente a distaccarsi dagli altri. 

Innanzitutto, rivoluzioni tecnologiche e avventure coloniali richiedono un’ingente disponibilità di ricchezze da investire e una situazione interna abbastanza pacifica. Il caso della Cina del 1400 è esemplificativo; all’inizio del secolo, la flotta Ming guidata dall’ammiraglio Zheng He (musulmano ed eunuco) aveva attraversato più volte l’intero Oceano Indiano, arrivando fino alle coste dell’Africa orientale. Il Celeste Impero sarebbe quindi potuto diventare una potenza marittima e commerciale (nel mondo dell’Oceano Indiano, avere una posizione dominante significava essere capaci di raggiungere il maggior numero di mercati e merci possibile, non imporre la propria volontà con le armi; questa attitudine al commercio navale pacifico si rivelerà poi fatale durante le Guerre dell’Oppio, quando la flotta cinese non ebbe speranze contro la marina britannica). Tuttavia, nel 1433, la Cina subì un’invasione da parte dei popoli del nord: i fondi destinati alla flotta vennero quindi improvvisamente tagliati e reindirizzati alla difesa dei confini settentrionali, ponendo fine all’avventura marittima cinese e lasciando il campo libero, alcuni decenni più tardi, agli europei, a cominciare dai portoghesi, seguiti poi da olandesi, inglesi e, in misura minore, francesi. Per questo motivo, alcuni storici hanno proposto di anticipare l’inizio della “storia moderna” dal più eurocentrico 1492 al 1433. Altri hanno invece suggerito come data convenzionale il 1453, anno della conquista (o caduta, a secondo del punto di vista) di Costantinopoli per mano del sultano ottomano Mehmet II: la fine dell’Impero Bizantino fu uno dei motivi che spinsero la Corona di Spagna a finanziare la spedizione atlantica di Cristoforo Colombo, in modo da trovare una rotta per l’Asia che non attraversasse i domini musulmani.

Secondo gli studi di Pomeranz, la scoperta dell’America fu proprio uno dei fattori che innescarono la Grande divergenza: dal “Nuovo Mondo” si riversarono in Europa nuovi prodotti (spesso coltivati dagli schiavi importati dall’Africa) e grandi quantità di metalli preziosi che produssero quella ricchezza in eccesso da destinare allo sviluppo industriale e, di conseguenza, al miglioramento sociale ed economico. Inoltre, nuovi spazi da conquistare e terre coltivabili allentarono la pressione demografica nel “Vecchio Continente”.

A questo, si aggiungono le risorse minerarie presenti in Europa: il carbone, la materia prima della Rivoluzione Industriale era già presente nel sottosuolo e pronto a essere utilizzato

L’importanza della geografia e delle circostanze storiche è stata sottolineata anche dallo storico e geografo Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie, pubblicato per la prima volta nel 1997: durante tutto il corso della storia, le civiltà più prosperose e ricche sono state quelle che avevano a disposizione le risorse necessarie allo sviluppo, come fiumi per irrigare le coltivazioni, flora e fauna addomesticabili, posizioni strategiche per la difesa o l’allacciamento di contatti, prodotti rari da commerciare, ricchezze del sottosuolo, assenza di rivali di eguale o maggiore potenza.

Pertanto, l’Occidente non è riuscito a dominare il resto del mondo grazie a presunti meriti intellettuali o alla superiorità morale, ma tramite fattori circostanziali: si è solo ritrovato al posto giusto, nel momento giusto

 

 

Fonti e approfondimenti

Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, 2013.

Jennifer Pitts, A turn to Empire. The Rise of Imperial Liberalism in Britain and France, Princeton University Press, 2006.

Kenneth Pomeranz, The Great Divergence: China, Europe, and the Making of the Modern World Economy, Princeton University Press, 2001.

Edward Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, 2003.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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