Ricorda 1922: La fine dell’Impero ottomano

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Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Wikimedia commons - pubblico dominio

Dopo aver raggiunto l’apice nel XVI secolo, l’Impero ottomano entrò in una fase di stagnazione, che portò all’inizio del Novecento (nel 1922) alla caduta della Sublime Porta. I motivi furono molteplici, ma tra questi si possono annoverare la corruzione interna, che aveva abolito la selezione meritocratica dei vertici politici e militari a favore di un passaggio ereditario delle cariche, e le pressioni esterne da parte delle potenze europee. La dissoluzione territoriale a seguito della Prima guerra mondiale fu l’ultimo chiodo sulla bara di una dinastia che aveva regnato per seicento anni.

Il nazionalismo in un Impero multiculturale

Sebbene i sultani della dinastia fondata da Osman I (1258 circa-1326) all’inizio del XIV secolo fossero turchi, discendenti da signori della guerra nomadi provenienti dall’Asia Centrale, l’Impero da loro governato era stato fin dalla sua fondazione multietnico e multireligioso. Per la maggior parte della sua storia, l’Impero ottomano si è basato sulla tolleranza non solo verso i popoli conquistati, ma anche nei confronti degli stranieri. Per fare un esempio, dopo la Reconquista da parte dei re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1492 e la caduta del Sultanato di Granada (ciò che restava del Califfato di al-Andalus), si registrarono casi di famiglie ebree che preferirono trasferirsi a Costantinopoli piuttosto che rimanere nell’Europa cristiana. Questo multiculturalismo è stato un punto di forza dell’Impero, in quanto le differenze non venivano sanzionate, ma assorbite e integrate: ciascuna comunità contribuiva alla comune prosperità pur conservando la propria identità e un certo margine di autonomia. Gli stessi giannizzeri, membri della fanteria d’élite, e i ministri che coadiuvavano il sultano erano scelti tra i giovani cristiani dei Balcani.

Tuttavia, intorno al XIX secolo il multiculturalismo si trasformò in uno svantaggio.

Già dalla fine del XVII secolo, Istanbul aveva iniziato a perdere territori a favore della Russia zarista, dell’Impero Asburgico e di altre potenze europee, le quali erano già titolari delle cosiddette “Capitolazioni”, contratti di libero commercio all’interno dei domini ottomani. A seguito delle vittorie sul campo di battaglia, gli europei sfruttarono questi accordi mercantili per imporsi come protettori dei sudditi non turchi e non musulmani all’interno dell’Impero. Nello specifico, la Gran Bretagna si autoproclamò tutrice di protestanti ed ebrei, la Russia degli ortodossi, gli Asburgo e la Francia dei cattolici e delle altre Chiese orientali. 

Il presunto soccorso a queste comunità era in un certo senso paradossale: le stesse nazioni che predicavano la liberazione dei popoli balcanici, anatolici e mediorientali erano potenze coloniali, le quali non si ponevano problemi nel reprimere il diritto all’autodeterminazione dei nativi dei territori assoggettati, alcuni dei quali erano stati peraltro strappati all’Impero stesso. Per esempio, lo stesso Impero britannico che aveva sostenuto la Grecia nella guerra d’indipendenza (1821-1830) contro il “despota orientale”, aveva soffocato nel sangue i moti indiani del 1857 noti come la “rivolta dei Sepoy” e imposto militarmente alla Cina la volontà della Compagnia delle Indie Orientali tramite le Guerre dell’oppio (1839-1842, 1856-1860).

Con la promessa di fornire protezione alle comunità assoggettate, gli europei portarono anche una novità tipicamente ottocentesca: il nazionalismo. L’idea che ogni popolo dovesse avere un proprio Stato sovrano omogeneo per lingua, cultura e religione si radicò anche tra i sudditi dell’Impero, dando vita a una serie di rivolte indipendentiste, a cominciare dalla già menzionata rivoluzione greca. Le comunità non musulmane iniziarono a sentirsi più legate ai correligionari europei che non agli altri sudditi dell’Impero. 

Proprio nel corso dell’Ottocento, la tolleranza e la fiducia verso i “diversi” che avevano caratterizzato la Sublime Porta per secoli crollarono, portando a vari episodi di violenza incoraggiati dallo stesso Stato centrale a danno di comunità non musulmane. Contemporaneamente, nei Paesi balcanici che avevano appena ottenuto l’indipendenza i sentimenti anti-turchi avevano costretto le minoranze musulmane alla fuga verso ciò che rimaneva dell’Impero per evitare di essere massacrate. 

Il “malato d’Europa” e i Giovani Turchi

All’erosione territoriale dovuta sia alle sconfitte belliche che alle pressioni indipendentiste e l’interferenza delle potenze straniere negli affari interni si aggiungevano altri problemi, in particolare gli ingenti debiti contratti per sostenere i continui conflitti, la corruzione e il clientelismo dovuto all’ascesa di famiglie influenti che distribuivano cariche a piacimento. La Sublime Porta tentò di imporre una serie di riforme burocratiche, istituzionali e militari al fine di centralizzare il potere statale. In particolare, le cosiddette Tanzimât promulgate a partire dal 1839 sancirono l’uguaglianza tra tutti i sudditi, la creazione della coscrizione militare e un sistema di prelievo delle tasse controllato direttamente dallo Stato (e quindi non più affidato ai notabili locali).

Tuttavia, questi tentativi non furono sufficienti ad arginare tutti i problemi che si erano andati ad accumulare nel corso dei decenni. L’Impero ottomano iniziò a essere chiamato il “malato d’Europa”, contro il quale però nessuno sferrava il colpo finale per paura dello scoppio di un conflitto per accaparrarsi territori e risorse. 

Mentre il sultano Abdülhamid II (regno 1876-1909) tentava un riaccentramento dell’autorità della Sublime Porta tramite una modernizzazione imposta dall’alto e l’uso dell’Islam come collante sociale, nel 1908 i dissidenti del Comitato Unione e Progresso (Cup), fondato nove anni prima a Parigi, organizzarono il cosiddetto colpo di stato dei Giovani Turchi. L’organizzazione non tentò di deporre immediatamente il sultano, ma gradualmente divenne la forza politica dominante dell’Impero, promuovendo un nazionalismo laico basato sulla turchicità come collante identitario. L’accento sul panturchismo ebbe ripercussioni negative sulle minoranze ancora presenti, prima tra tutte quella armena: a partire dal 1915, durante il primo conflitto mondiale, circa tre quarti dei due milioni di armeni che vivevano nel territorio ottomano furono vittime di genocidio

Il colpo di grazia

La Prima guerra mondiale vide l’Impero Ottomano schierarsi con la parte perdente. Già prima della fine del conflitto, le potenze vincitrici avevano deciso come spartirsi i territori esterni all’Anatolia tramite una serie di trattati, tra cui quello stipulato segretamente nel 1916 tra Mark Sykes e François Georges-Picot per la divisione del Medio Oriente tra Gran Bretagna (che nel frattempo stava facendo il triplo gioco, trattando sia con lo sharif Hussain della Mecca per ottenerne l’appoggio in cambio della creazione di uno Stato arabo, che con il suo rivale Abdelaziz ibn Saud, fondatore dell’Arabia Saudita) e Francia. A questo accordo seguì l’anno successivo la Dichiarazione Balfour, che avrebbe portato tre decenni dopo alla Nakba del popolo palestinese. 

L’armistizio di Mudros del 1918 e il trattato di Sèvres del 1920 sancirono la fine dell’Impero e la divisione dei territori ottomani come già deciso dalle potenze europee. Il periodo compreso tra la firma dei due documenti vide l’ascesa di un personaggio che sarebbe stato fondamentale negli anni a venire, un generale turco di nome Mustafa Kemal, che già si era distinto durante la battaglia di Gallipoli contro la Gran Bretagna e quando la Grecia invase l’Asia Minore nel 1919, si mise alla testa dell’esercito di difesa.

In seguito, opponendosi alla collaborazione tra il sultano e le potenze vincitrici viste come occupanti illegittimi, creò ad Ankara un nuovo Parlamento, che nel 1921 varò una propria Costituzione. Per un breve periodo coesistettero quindi due governi, quello della Sublime Porta e quello di Ankara. Al momento di negoziare il trattato di pace con la Grecia, Kemal, che sarebbe poi divenuto noto come Atatürk (“Padre dei turchi”), decise di porre fine a questo dualismo. Il 1° novembre 1922 il Parlamento di Ankara soppresse definitivamente il sultanato di Istanbul e l’ultimo sovrano della dinastia ottomana, Mehmet VI, prese la via dell’esilio. Dopo oltre sei secoli, l’Impero Ottomano era caduto ed era nata la Turchia repubblicana. 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Alessandro Barbero, Il divano di Istanbul, Sellerio, 2015.

Karen Barkey, Empire of Difference. The Ottomans in Comparative Perspective, Cambridge University Press, 2008.

Marcella Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, Laterza, 2012.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

 

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