Ricorda 1922: la questione georgiana e la lotta per l’autonomia all’interno dell’URSS

La questione georgiana
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Unported - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0

Sono passati 100 anni da quella che Vladimir Il’ic Lenin definì “la questione georgiana”. Nel 1922, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Georgiana – Paese del Caucaso che si affaccia sul mar Nero – si consumò un conflitto tra i vertici del partito comunista sulle modalità di unificazione della Georgia all’URSS. Da una parte, il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) Josip Stalin, nato proprio in Georgia, propose che tutte le repubbliche sovietiche nate dalla disgregazione dell’impero zarista venissero inglobate nella più grande di esse, quella russa. Dall’altra, il Comitato centrale georgiano lottò affinché alla Georgia venisse garantita l’autonomia locale. 

Ripercorrere questi eventi ci permette di comprendere come è avvenuto il processo di costituzione dell’Unione Sovietica e i principali attriti che hanno caratterizzato in seguito la storia regionale. 

La conquista sovietica della Georgia

Nel 1918, alla caduta dell’impero zarista, la Georgia proclamò la propria indipendenza: alle prime elezioni parlamentari, tenutesi l’anno successivo, vinsero i menscevichi del Partito Social-Democratico con circa l’80% dei voti, e i bolscevichi furono dichiarati fuorilegge

Mosca riconobbe la neonata Repubblica di Georgia solo nel 1920, ottenendo in cambio la riammissione alla legalità per i bolscevichi. Questi ripresero la lotta contro il governo menscevico, sostenuti da Josip Stalin e Sergo Ordžonikidze, rappresentante del comitato centrale del PCR in Transcaucasia. Stalin e Ordžonikidze convinsero Lenin ad appoggiare l’invasione della Georgia e così, nel 1921, l’Armata Rossa conquistò Tbilisi con l’aiuto dei bolscevichi locali.   

Iniziò così la sovietizzazione del Paese, affidata proprio a Ordžonikidze, che sfruttò la forza militare e le modalità del comunismo di guerra per sedare la resistenza interna al Paese. Ordžonikidze, così come Stalin, faceva parte del gruppo di bolscevichi saliti ai vertici in qualità di comandanti militari durante la guerra civile, che adottò gli stessi metodi anche nella successiva gestione del potere. Per questa ragione, l’operato di Ordžonikidze in Transcaucasia fu criticato da Lenin, che arrivò a sostenere che Sergo agisse senza il consenso del partito. 

Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica

Secondo i piani di Stalin, Georgia, Armenia e Azerbaigian dovevano essere unite in un’unica entità politica. Sosteneva che l’Unione Sovietica dovesse essere unificata sia a livello politico-amministrativo sia sul piano economico, proprio a partire dalle Repubbliche del Caucaso. In Georgia, però, lo spirito nazionalista era forte e il comitato centrale georgiano, guidato da Filipp Makharadze, si oppose al progetto di creazione di una Repubblica Socialista Sovietica Transcaucasica

La Georgia degli anni Venti del Novecento era un Paese prospero, che attraverso il mar Nero intratteneva solide relazioni commerciali con molti Stati europei. L’unione con Armenia e Azerbaigian, stremate dalla guerra civile, avrebbe obbligato la Georgia ad aiutarle a colmare il divario economico a proprie spese. Inoltre, l’adozione di una valuta unica avrebbe abbassato il potere d’acquisto della moneta georgiana. Infine, la Federazione avrebbe avuto competenza in materia militare, finanziaria, di affari esteri, trasporti e comunicazioni: chiaramente, la sovranità e indipendenza degli Stati membri sarebbero state fortemente limitate. 

Anche sotto l’impero zarista l’identità nazionale georgiana era sempre stata molto forte e attenta a preservare le specificità locali. Il popolo georgiano, dunque, temeva che le autorità sovietiche pianificassero di cancellare la cultura locale. 

Tuttavia, nonostante le proteste della Georgia, il 12 marzo 1922, l’autorità sovietica proclamò la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica e il 22 ottobre 1922 il comitato centrale georgiano si dimise in segno di protesta. Tutti i membri del comitato furono sostituiti da bolscevichi vicini a Ordžonikidze e sostenitori di Stalin. Il 30 dicembre 1922, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica fu tra i membri fondatori dell’URSS insieme a Russia, Ucraina e Bielorussia. 

Nel 1936 entrò in vigore la nuova Costituzione dell’URSS, nota come Costituzione di Stalin, che ridefinì il sistema federale sovietico. Di conseguenza, nello stesso anno, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica venne sciolta e al suo posto nacquero le Repubbliche Socialiste Sovietiche della Georgia, dell’Armenia e dell’Azerbaigian. In Georgia, le proteste contro l’autorità centrale non si placarono; ad esempio, nel 1924 si scatenò una rivolta contadina, duramente repressa da Ordžonikidze.

Il contrasto tra Lenin e Stalin sulla questione georgiana

La questione georgiana intorno all’inclusione della Georgia nell’Unione Sovietica fu un momento importante per la dirigenza bolscevica, che dovette affrontare il problema della gestione delle minoranze nazionali che avevano composto l’impero zarista. In particolare, la vicenda fu il motivo del profondo contrasto tra Lenin e Stalin. 

Nel 1923, un anno prima di morire, Lenin scrisse un documento intitolato “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” in cui difese la libertà delle Repubbliche di uscire dall’URSS e denunciò le violenze compiute dalla maggioranza russa nei confronti delle minoranze etniche, che vengono identificate come una forma di imperialismo. Nello scritto, Lenin fece riferimento proprio alla questione georgiana, invitando a ripensare i rapporti tra centro e periferia dell’URSS. Tuttavia, il documento fu censurato e iniziò a circolare solo a partire dalla fine degli anni Cinquanta, nel contesto della destalinizzazione.  

Stalin, invece, sosteneva la necessità di centralizzare il potere, evitando spinte centripete che potessero destabilizzare la nazione: tutte le “repubbliche sorelle” avrebbero dovuto sottostare a Mosca. Questo indirizzo prevalse e pertanto, dopo la morte di Lenin, la politica interna sovietica nei confronti delle minoranze nazionali fu improntata allo sciovinismo grande-russo. Tra gli anni Trenta e Cinquanta, circa 3 milioni e mezzo di persone appartenenti a minoranze etniche furono deportate in altre parti dell’Unione Sovietica. Al contempo, le autorità sovietiche imposero il russo come lingua ufficiale, mettendo al bando le lingue locali – soprattutto nei Paesi dove il dissenso era più forte, come nelle Repubbliche baltiche. Inoltre, i sistemi sociali e le tradizioni preesistenti, incluse quelle religiose, furono spazzati via per imporre l’ideologia di Stato. 

 

Fonti e approfondimenti

Benvenuti, F., Tra la guerra civile e la Nep: L’Affare georgiano, Studi Storici Anno 17, n. 1, Fondazione Istituto Gramsci, pp. 167-180, 1976

Lenin, V., “Sulla questione delle nazionalità o della “autonomizzazione”, Archivio Lenin, 1922

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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