Stigmatizzazione e securitarismo non possono essere una soluzione

Remix foto da Cold Indrid

Nelle ultime settimane, l’opinione pubblica francese è stata scossa da due lettere pubbliche indirizzate a Emmanuel Macron. Entrambe le lettere – una firmata da ufficiali dell’esercito in pensione, l’altra da militari ancora in servizio ma anonimi – accusano il presidente della Repubblica di lassismo nei confronti della «guerra razziale […] contro il nostro Paese, le sue tradizioni, la sua cultura». La presunta minaccia, secondo i militari, proviene dall’islamismo, dell’antirazzismo e dalle «orde delle banlieues», ovvero le periferie abitate principalmente da immigrati di seconda-terza generazione, intenzionati ad «appropriarsi della Nazione». Tralasciando la non troppo velata minaccia di colpo di stato, anch’essa contenuta nelle lettere ma ritenuta dagli esperti inconsistente, l’avvenimento mette sotto i riflettori l’eterno conflitto tra Stato laico e Islam, rappresentato dalla comunità di fedeli, e la percezione che la società francese ha di quest’ultimi. Le lettere recapitate a Macron –  accolte con un certo grado di apprezzamento dalla leader del Rassemblement National, Marine Le Pen – rispecchiano gli umori e l’insofferenza di parte della popolazione francese nei confronti dei concittadini musulmani.

La vera sorpresa però – visto che le relazioni tra istituzioni e religione sono da sempre oggetto di dibattito – è che qualcuno consideri il governo di Macron “morbido” nei confronti della presunta minaccia islamica. Nell’ultimo anno l’esecutivo ha presentato due controversi progetti di legge (la “loi contre le separatisme”, nel dicembre 2020 e l’hijab-ban nel febbraio 2021) elaborati con l’intenzione di limitare le frange più radicali di una religione definita da Macron stesso come «in crisi a livello globale». Entrambe le leggi, approvate dall’Assemblea nazionale e dal Senato (che ora dovranno trovare un accordo su un testo comune in seno alla Commission Mixte Paritaire), includono emendamenti che vanno dal divieto per le minorenni di indossare l’hijab in pubblico alla proibizione dell’educazione domestica, passando per il controllo delle forze dell’ordine sulle attività di moschee e associazioni religiose.

Ancora una volta, a fare le spese di una campagna elettorale sempre più indirizzata verso temi securitari, come accade dagli attentati terroristici del 2015, sono i francesi musulmani, spesso considerati estranei alla società di cui fanno parte e sottoposti a una costante stigmatizzazione. Quest’ultima, è dovuta al tentativo dello Stato di combattere il terrorismo islamico tramite la regolazione normativa degli usi e costumi della loro religione, come nel caso delle leggi in discussione di cui sopra.

Da diversi decenni, i più prominenti scienziati sociali francesi e non, da Abdelmalek Sayad a Olivier Roy e Fahrad Khosrokhavar, individuano le cause della radicalizzazione religiosa nell’alienazione e nelle disastrose condizioni socio-abitative ed economiche che caratterizzano le periferie francesi. Nonostante ciò, la classe politica continua a preferire un approccio securitario a politiche sociali atte a diminuire il solco che divide due segmenti della società francese. Gran parte delle banlieues sono abitate da immigrati di seconda, terza e anche quarta generazione, gli stessi la cui qualità di vita è decisamente inferiore rispetto ai coetanei “franco-europei”. Nel 2017, secondo l’INSEE (Institut national de la statistique et des études économiques), la Francia contava 7,3 milioni di immigrati di seconda e terza generazione (circa l’11% della popolazione nazionale) di cui più della metà originaria di Paesi a maggioranza musulmana. Di questi, più del 30% risultava disoccupato (contro il 10% dei coetanei di origine “nativa”), mentre il 30% degli iscritti a scuola (soprattutto maschi di origine magrebina) usciva dal sistema educativo prematuramente e senza diploma. Povertà e alienazione, e non l’Islam di per sé, sono le cause principali di radicalizzazione: fenomeno che, come dimostrato da Roy nel suo “Generazione Isis” (2016), avviene principalmente sul web e nelle carceri, e non nei luoghi di culto. È il caso, ad esempio, dei fratelli Kouachi (ritenuti autori dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo nel 2015), entrambi con un trascorso in prigione e molto più vicini agli ambienti della micro-criminalità che alle moschee. 

Oltre ad apparire inutile, la “loi contre le separatisme” del dicembre 2020 non tocca neanche lontanamente le criticità sociali menzionate: è più una parvenza di sicurezza indirizzata al ceto medio e all’elettorato di destra. Essa non sembra rappresentare una soluzione a un problema estremamente complicato che affonda le radici nel razzismo strutturale del Paese, bensì una strategia politica elaborata con l’obiettivo di attirare e compiacere gli elettori più “moderati” del Rassemblement National, in vista delle elezioni del 2022. 

Ancora più inutile appare l’hijab-ban, su cui il Senato si è espresso favorevolmente a febbraio. La legge, sancisce il divieto per le minori di 18 anni di indossare l’hijab in luoghi pubblici e impedisce alle madri musulmane di indossare il velo quando partecipano o accompagnano le figlie in attività extra-scolastiche. Legittimo sospettare che il risultato sarà l’allontanamento delle giovani musulmane e delle loro madri da attività sportive o extrascolastiche, a meno che non vogliano rinunciare a una parte fondamentale del loro background culturale e della loro identità personale. Nonostante la società civile abbia risposto con una vasta mobilitazione che ha coinvolto donne musulmane di ogni estrazione sociale, la giustificazione dell’hijab-ban ricade nuovamente sui due approcci tipici della retorica governativa (ma non solo dell’esecutivo di Macron) sulla questione. Da un lato, c’è il bisogno di escludere ogni simbolo religioso dai luoghi pubblici nel tentativo di preservare la libertà di tutti e i valori repubblicani. Dall’altro, invece, la “sincera” ed etnocentrica necessità di proteggere le donne musulmane dalla sottomissione ai loro mariti, padri, fratelli e comunità (come sostenuto pubblicamente dal ministro dell’Interno Gérald Darmanin). In questo modo, però, si esclude a priori la possibilità che una donna musulmana possa decidere di indossare l’hijab e praticare la propria fede di sua spontanea volontà. Verrebbe quasi da chiedersi, come ha già fatto l’antropologa Abu Lughod: «Le donne musulmane hanno davvero bisogno di essere salvate?». Se la risposta è sì, dovremmo anche domandarci “da chi?”. Probabilmente non dall’Islam, quanto piuttosto dalla stretta securitaria e razzista che attanaglia la Francia: dietro la necessità di regolare ogni aspetto della vita religiosa della comunità franco-musulmana, si cela il bisogno di esercitare un rigido controllo su tutta la popolazione. 

Secondo le istituzioni, i musulmani e le musulmane francesi dovrebbero accettare di rivisitare parte delle loro usanze per conformarsi ai presunti valori repubblicani, in modo da venire considerati parte integrante della società. Si tratta, in maniera neanche troppo velata, dell’esercizio di potere di uno Stato laico che vede in sé stesso l’unica entità in grado di gestire e amministrare la vita religiosa, secondo i dettami e gli umori di una società divisa e spaventata, costantemente alla ricerca di un nemico.

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