Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan

NATO Training Mission-Afghanistan - Wikimedia Commons

Il 7 ottobre 2001, l’allora presidente George W. Bush annunciò l’inizio di quella che sarebbe stata una “guerra lampo” in Afghanistan. Il prossimo 11 settembre, le truppe statunitensi lasceranno il Paese, decretando così, la fine dell’operazione militare Enduring Freedom, durata alla fine vent’anni.

Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo

Questo detto talebano è la descrizione che meglio ci restituisce il quadro e l’epilogo finale della guerra che gli Stati Uniti dichiararono al regime dei talebani e, quindi, a Osama bin Laden perché ritenuti i principali responsabili degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. 

La guerra in Afghanistan è stata la più lunga di sempre per gli Stati Uniti. Nei vent’anni di conflitto, sono stati eletti tre presidenti statunitensi, ognuno con diverse strategie per sconfiggere i talebani, ognuno acquistando e impiegando armi sempre più sofisticate nel conflitto, ognuno provando, almeno in teoria, a contenere la violenza. Nessuno di loro ci è riuscito. 

Le forze afghane, al contrario, sono riuscite a mettere in atto quella che è stata la loro strategia, fin dal primo giorno di battaglia. Il regime dei talebani, infatti, oltre a condurre i militari statunitensi sul proprio difficile terreno, ha utilizzato dall’inizio della guerra la tattica maoista dell’hit and run, “colpisci e fuggi”, che ha sempre decretato la vittoria degli afghani, chiunque fosse l’invasore, da Alessandro Magno, ai mongoli, passando per gli inglesi e l’Unione Sovietica. I metodi di combattimento hi-tech delle squadre specializzate dell’esercito statunitense, le decine di migliaia di dollari con cui la CIA ha corrotto gli ufficiali dell’esercito afghano e ha pagato stipendi ad almeno trentamila soldati afghani “fantasma”, non sono serviti a nulla contro i fucili d’assalto e i più semplici sistemi IED (Improvised Explosive Device), ordigni esplosivi improvvisati, usati dai combattenti talebani, che li attivano con un semplice circuito elettrico. 

Se nel 2001 i talebani erano ritenuti dagli Stati Uniti il nemico da sconfiggere, alla fine della guerra, essi sono diventati partner con cui trattare l’exit strategy del conflitto, che sancisce, di fatto, la resa statunitense. Il 29 febbraio 2020, infatti, il presidente Trump ha firmato con i rappresentanti del regime talebano l’accordo di Doha, voluto dal presidente statunitense affinché i talebani ponessero fine agli attacchi verso le truppe del suo Paese. In cambio, il regime talebano ha ottenuto l’obbligo da parte degli Stati Uniti di indicare, non oltre il 1 maggio 2021, una data entro la quale le truppe statunitensi e NATO lasceranno il Paese. Gli Stati Uniti avevano invitato anche il governo afghano presieduto da Ashraf Ghani al tavolo di discussione di questo accordo, ma i talebani si sono rifiutati di incontrarlo, affermando di non riconoscere la sua autorità. 

Restare con modalità e obiettivi diversi

Il generale Scott Miller, comandante delle forze militari statunitensi e NATO in Afghanistan, ha dichiarato a fine aprile che non c’è una soluzione militare per il conflitto. Sebbene molti analisti internazionali si dicano molto preoccupati in merito al ritiro delle truppe dal Paese, l’amministrazione Biden è convinta che questa sia la strada giusta, l’unica possibile. Il 2002 è ormai lontano, eppure allora, in una missione esplorativa a Kabul, Biden, a quel tempo presidente della Commissione Esteri del Senato, chiese di dispiegare una forza di sicurezza internazionale che avesse mandato di: «sparare e uccidere la gente». Nel 2021 però, le priorità di politica estera degli Stati Uniti sono evidentemente cambiate e si chiamano Cina e Russia. 

Sebbene la CIA abbia inserito l’Afghanistan nel report annuale sulle valutazioni di rischio di aprile 2021, considerandolo tra i Paesi a più alto pericolo di attentati terroristici e, inoltre, consideri il regime talebano pronto a conseguire una vittoria militare sul governo afghano, gli Stati Uniti dichiarano proprio nell’accordo di Doha di essere fiduciosi che le forze di sicurezza afghane siano ormai pronte e autonome nell’affrontare il terrorismo interno e nell’agire affinché il regime talebano non provochi una guerra civile nel Paese. Tuttavia, al terzo punto della prima parte dell’accordo, possiamo leggere: «gli Stati Uniti riaffermano la loro disponibilità a continuare a condurre operazioni militari in Afghanistan con il consenso della Repubblica islamica dell’Afghanistan al fine di interrompere e sfiancare gli sforzi di al-Qaeda, ISIS e altri gruppi terroristici internazionali o individui che vogliano effettuare attacchi contro gli Stati Uniti o i suoi alleati, coerentemente con gli impegni assunti nell’ambito degli accordi di sicurezza esistenti tra i due governi.» 

L’accordo di sicurezza esistente è il Security and Defense Cooperation Agreement, stretto tra USA e Afghanistan nel 2014. Secondo questo accordo, che scadrà nel 2024, le basi strategiche che si trovano sul territorio afghano saranno a uso esclusivo delle forze statunitensi. Da queste basi, che hanno una posizione strategica su tutta la regione, gli Stati Uniti possono operare una politica di controllo funzionale ad agire, potenzialmente, in Iran, Russia, Cina, Pakistan e India. 

In una recente intervista, il Segretario di Stato Antony Blinken ha dichiarato: «solo perché le nostre truppe stanno tornando a casa, non vuol dire che ce ne stiamo andando. Assolutamente». Perdere la guerra non equivale a lasciare l’Afghanistan, considerato dagli Stati Uniti, inoltre, uno tra i primi partner commerciali.

Racconta quello che non cambia

L’operazione Enduring Freedom, precedentemente chiamata “Giustizia infinita”, così come immaginata dall’amministrazione di George W. Bush, avrebbe dovuto sradicare il regime dei talebani e consegnare alla popolazione afghana un Paese libero, democratico e stabile dal punto di vista della sicurezza. L’Afghanistan è diviso attualmente in 400 dipartimenti amministrativi, di cui 133 presieduti dal governo centrale, mentre 75 dal regime talebano. I restanti 192 sono terra di nessuno, o di una riconquista che molto probabilmente scoppierà in una guerra civile tra il regime dei talebani e il governo centrale. 

Sangin, nella provincia di Helmand, nel nord dell’Afghanistan, è oggi il centro di quello che secondo alcuni diventerà presto il nuovo Emirato islamico dell’Afghanistan. Questa cittadina è considerata dai combattenti talebani l’immagine della resistenza islamica e un modello di Afghanistan libero. Qui le forze armate statunitensi e NATO hanno combattuto per quindici anni senza successo, fino al momento della resa, quando i talebani hanno gridato alla vittoria. Da quel momento, essi hanno concentrato la loro forza contro il governo afghano e  dalla loro vittoria detengono il potere, soprattutto economico, della città. Questa cittadina è anche nota, infatti, per essere la capitale afghana del traffico di oppio, altro eterno problema e fattore di corruzione del Paese che gli Stati Uniti avevano promesso di estirpare. 

Pur avendo speso almeno 9 miliardi di dollari nel tentativo di debellare il traffico di narcotici in Afghanistan, un rapporto del 2021 al Congresso statunitense da parte dell’Ispettore generale speciale per la ricostruzione afghana (SIGAR), ha concluso che l’investimento non ha avuto quasi nessun effetto e che il dominio afghano nel business globale dell’oppio è rimasto senza rivali. Negli ultimi anni poi, l’Afghanistan è diventato un importante produttore di droghe sintetiche illegali, specialmente metanfetamina, più economica e più redditizia della coltivazione dell’oppio. 

Secondo alcuni autori, gli Stati Uniti stanno sottovalutando il vuoto di potere e di controllo territoriale in cui si tradurrà la loro ritirata, così come fecero in Iraq nel 2011 dove quel vuoto di potere, colmo però di dolore e rabbia, sentimenti che facilmente possono trasformarsi in violenza, portò alla nascita dell’ISIS. La stessa Al-Qaeda, inoltre, si rafforzò proprio dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalla prima guerra del Golfo (1991). Da allora infatti, gli Stati Uniti divennero il primo nemico da combattere per Al-Qaeda che aveva visto nell’invasione dell’esercito statunitense una violazione dei luoghi sacri dell’Islam in Arabia Saudita, in particolare nelle città sante di La Mecca e Medina.

La situazione attuale in Afghanistan è considerata ancora più pericolosa. Quando gli Stati Uniti si ritirarono dall’Iraq, infatti, non c’era un singolo gruppo terrorista in grado di rovesciare il primo ministro democraticamente eletto Nouri al Maliki a Baghdad. I talebani, invece, hanno questo potenziale e non fanno mistero della loro intenzione di reintrodurre un governo teocratico in Afghanistan, rappresentando quindi una minaccia esistenziale per il governo democraticamente eletto del presidente Ashraf Ghani. Inoltre, le alleanze strette e di lunga data dei Talebani con Al-Qaeda, la rete di militanti islamisti Haqqani e i Tehrik-i-Taliban pakistani li dotano di ulteriori capacità di attacco che non esistevano in Iraq al momento del ritiro statunitense del 2011.

Come nel 2011 in Iraq, ora in Afghanistan gli Stati Uniti hanno fretta di dimenticare e far dimenticare, di lasciarsi alle spalle la sconfitta, mai del tutto ammessa. La popolazione afghana però, ha lo stesso frettoloso desiderio di dimenticare?

 

Fonti e approfondimenti

Ansar, Massoud, “Analysts: Extremist groups emboldened by US withdrawal”, Tolo News, 25/04/2021.

Hoffman, Bruce e Ware Jacob, “Leaving Afghanistan will make America less safe”, War on the Rocks, 05/05/2021.

Joint Declaration between the Islamic Republic of Afghanistan and the United States of America for Bringing Peace to Afghanistan, 29/02/2020. 

Mannocchi, Francesca. 2019. “Porti ciascuno la sua colpa”. Editori Laterza. Bari.

Menon, Rajan, “The end of the war in Afghanistan is in sight”, The Nation, 28/04/2021.

Office of the Director of National Intelligence, “Annual Threat Assessment of the US Intelligence Community”, 09/04/2021.

Qazizai, Fazelminallah, “After America: inside the Taliban’s new emirate”, New Lines, 14/04/2021.

Quirico, Domenico e Secci, Laura. 2019. “La sconfitta dell’Occidente”. Neri Pozza editore. Vicenza.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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