Le ragioni dietro la disfatta dell’esercito afghano

Esercito afghano
@David Quillen - Wikipedia - Wikipedia commons

Con il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan, si è assistito alla fulminea avanzata dei talebani; una vera e propria cavalcata trionfale che ha visto gli insorti raggiungere e occupare la capitale del Paese, Kabul, lo scorso 15 agosto. In poco più di una settimana, l’esercito afghano, che almeno sulla carta rappresentava una forza combattiva di circa 270.000 uomini, si è dissolto nel nulla, quasi senza opporre resistenza.

Si è trattato di uno dei più grandi fallimenti della storia a stelle e strisce, nonché del vaporizzarsi di un investimento totale di ben 88 miliardi di dollari. Con tali risorse finanziarie, stanziate nell’arco di quasi due decenni, le varie amministrazioni statunitensi si erano illuse di poter costituire un esercito capace di proteggere e mantenere il controllo dell’Afghanistan una volta che le forze occidentali si fossero ritirate. 

Certamente, i limiti dell’esercito afghano erano ben noti, ma nessuno a Washington D.C. si aspettava che le forze di Kabul potessero crollare in così poco tempo. Solo qualche settimana prima della caduta della capitale, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, aveva dichiarato in conferenza stampa: «L’eventualità che i talebani prendano il sopravvento ed entrino in controllo dell’intero Paese è altamente improbabile»

Sebbene le dichiarazioni del presidente fossero troppo ottimistiche, anche negli ambienti militari ci si aspettava che ci sarebbero voluti mesi prima che le forze dei talebani riuscissero a prendere il controllo delle città e dei centri più importanti del Paese. Il generale Mark Alexander Milley, capo dello stato maggiore congiunto (Joint Chiefs of Staff), il 18 agosto, nel corso di una conferenza stampa, aveva dichiarato che nessuno aveva previsto il collasso di un esercito di quella entità in soli 11 giorni, suggerendo la scarsa leadership afghana e il basso morale delle forze di Kabul come reali cause della catastrofe.  

Le ragioni del disastro sono molteplici e trovano le proprie radici sia nelle scelte delle varie amministrazioni USA che si sono susseguite nella gestione del conflitto, sia nell’inettitudine degli ufficiali dell’esercito afghano.

Il rischio di un “vuoto di sicurezza”

Quando nel 2001 gli Stati Uniti iniziarono le prime operazioni militari all’interno del Paese, gli obiettivi che l’allora Presidente George W. Bush si proponeva erano limitati. Gli USA avevano come scopo principale quello di neutralizzare la presenza di al-Qaida in Afghanistan e di porre fine al governo dei talebani, eliminando così la possibilità che le cellule terroristiche presenti nel Paese potessero attaccare nuovamente la popolazione USA sul proprio territorio (come accaduto negli attentati alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001).

Tali obiettivi limitati vennero raggiunti in pochi mesi, ma sradicata la presenza di al-Qaida e deposto il governo afghano, gli Stati Uniti si trovarono di fronte a un dilemma non trascurabile. Infatti, lasciare l’Afghanistan al proprio destino avrebbe significato la creazione di un vuoto a livello di sicurezza in Asia Centrale e, di conseguenza, la possibilità che l’Afghanistan potesse divenire nuovamente un santuario del terrorismo internazionale. Gli USA si impegnarono quindi in un processo di State Building, il quale comprendeva anche la costituzione di un esercito che potesse difendere il Paese dai talebani.

Il tentativo di costituire un esercito afghano moderno

Creare un esercito da zero non è un’impresa da poco; così, posti di fronte al dilemma concernente il tipo di forza da creare, gli Stati Uniti decisero di applicare il modello che conoscevano meglio: il loro. Si diede inizio quindi alla costituzione di un esercito afghano moderno, basato sull’utilizzo di equipaggiamento sofisticato e dipendente dal supporto aereo. Inoltre, le attività addestrative si basarono più sulle tattiche di combattimento, lasciando invece poco spazio all’acquisizione di capacità di pianificazione, logistica, comando e controllo, proprie di ogni esercito efficiente.

Il risultato fu la creazione di una forza militare totalmente dipendente dall’expertise occidentale, ma anche dal supporto fornito dagli americani a livello logistico, di rifornimenti e d’intelligence.

Tali limiti vengono ancora più accentuati se si tiene in considerazione che il 40% della popolazione afghana è analfabeta. Ciò significa trovarsi in una situazione in cui, come riportato dalle testimonianze di alcuni ufficiali statunitensi, parte delle reclute e dei soldati in servizio non sono capaci né di leggere, né di scrivere. Ne risulta l’impossibilità per una parte del personale di portare a compimento alcuni tipi di incarichi cruciali per la vita militare, come per esempio ordinare i pezzi di ricambio necessari al mantenimento dell’equipaggiamento, ma anche leggere mappe o coordinate. 

Nonostante questi limiti, nei passati sette anni, le forze armate afghane sono riuscite a opporre una degna resistenza alle forze dei talebani, anche quando non affiancate dalle unità di terra occidentali. Tuttavia, tali limitati successi dipendevano fortemente dal supporto aereo USA. Una volta venuto meno questo elemento, la capacità combattiva delle forze afghane si è ridotta drasticamente. Certamente, il governo di Kabul disponeva di una forza aerea propria non trascurabile, composta da 200 velivoli circa. Ma tale forza dipendeva, in termini di rifornimento, dalle potenze occidentali e dai contractors da esse ingaggiati; una volta venuto meno tale supporto, l’aeronautica afghana esisteva solo sulla carta.

Corruzione

Ma la rapida dissoluzione dell’esercito afghano non può essere spiegata unicamente in termini militari. Gli altissimi livelli di corruzione tra gli ufficiali di alto e medio rango, nonché il dilagante clientelismo tra i ranghi dell’esercito hanno certamente giocato un ruolo di primo piano.

Come evidenziato da John F. Sopko, ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan, l’esercito di Kabul contava 270.000 uomini solo sulla carta, ma le liste dell’organico venivano aggiornate solo di rado e i generali intascavano le paghe di soldati non più in servizio o addirittura mai esistiti. O ancora, sempre come riportato da Sopko, alcuni generali si appropriavano delle scorte di cibo destinate ai soldati per poi rivenderle alla truppa stessa. In alcuni casi, benzina e armamenti venivano addirittura venduti ai talebani.

Di fatto, come riportato dal Washington Post, proprio nei mesi precedenti al ritiro delle forze statunitensi, i talebani avevano offerto diversi accordi agli ufficiali locali, che, sotto il nome di “cessate il fuoco”, prevedevano invece somme di denaro in cambio degli armamenti delle forze governative

Inoltre, molti ufficiali potrebbero essere stati spinti a cercare un accordo con i talebani nel tentativo di mantenere una posizione di potere anche all’indomani della vittoria degli insorti, o anche più semplicemente in cambio della garanzia di aver salva la vita.

Un esempio virtuoso: le forze speciali

Sebbene sia semplice accusare le forze governative di inettitudine, non mancano gli esempi virtuosi. Infatti, gli americani sono riusciti a costituire e addestrare un reparto di forze speciali veramente capace di resistere ai talebani. 20.000 in tutto, questi commando si sono distinti nel corso del conflitto per la loro efficacia nel neutralizzare le forze nemiche, ma anche per la loro volontà di combattere fino alla fine.

Tuttavia, essendo l’unica forza valida a disposizione dell’esercito afghano, il governo di Kabul ha finito per impiegare tali soldati anche per fornire supporto alle unità regolari. Ciò è risultato nello snaturamento delle unità di commando, le quali, invece di essere utilizzate unicamente per operazioni speciali, hanno finito per essere impiegate per molte missioni che le truppe regolari non erano in grado di compiere. Ovviamente 20.000 uomini, per quanto ben addestrati ed equipaggiati, non possono bastare a far fronte ai talebani, i cui numeri si stimano intorno ai 60.000 guerriglieri, o addirittura circa 200.000 se si considerano le milizie alleate

Il fattore morale

Gli argomenti affrontati fin qui non bastano però a spiegare da soli la vaporizzazione dell’esercito afghano. Un fattore fondamentale da prendere in considerazione è quello del morale. Come può un esercito di tali dimensioni dissolversi nel nulla quasi senza combattere? 

Come spiegato da Stephen Biddle, professore di relazioni internazionali alla Columbia University, questo non è il primo caso di una resa di massa di simili proporzioni. Dopo la ritirata degli Stati Uniti dal Vietnam nel 1975, le forze vietnamite del sud collassarono in soli due mesi. A Mosul, Nel 2014, un esercito iracheno di 30.000 soldati si è dissolto di fronte a un’offensiva di soli 2.000 guerriglieri dello Stato Islamico. Le guerre non finiscono con la distruzione totale di uno dei due eserciti in campo, ma più semplicemente quando la maggior parte dei combattenti di una delle parti in conflitto decide di non continuare a combattere e di arrendersi. Le unità di un esercito combattono fintanto che sanno che le altre forze del proprio esercito faranno lo stesso, se tale sicurezza viene messa in discussione, i soldati tenderanno a evitare lo scontro. Dopotutto, perché mettere a repentaglio la propria vita quando non vi è la certezza del supporto delle altre unità? 

Queste semplici riflessioni di Biddle si adattano alla perfezione al caso afghano. I soldati dell’esercito governativo hanno smesso di combattere poiché sapevano che molte unità si erano già arrese o che si sarebbero arrese di lì a poco. Continuare a resistere ai talebani avrebbe significato solo la morte e la persecuzione delle proprie famiglie. In alcuni casi, sono stati proprio gli ufficiali, in virtù degli accordi di “cessate il fuoco” stipulati con i talebani a ordinare ai propri uomini di non opporre resistenza; perché combattere se i tuoi ufficiali ti hanno già venduto? Se a ciò si aggiunge l’inettitudine e la corruzione dei generali afghani, o il fatto che molti soldati non ricevevano nemmeno il proprio stipendio da mesi, non deve stupire il fatto che un esercito di circa 200.000 uomini si sia dissolto in così poco tempo

 

Fonti e approfondimenti

Bryan Bender e Paul Mcleary, The $88 billion gamble on the Afghan army that’s going up in smoke”, Politico, 13 agosto 2021.

Jonathan Beale, “Afghanistan: How the Taliban gained ground so quickly”, BBC, 13 agosto 2021.

Jonathan Landay e Idrees Ali, “Taliban surge exposes failure of U.S. efforts to build Afghan army”, Reuters, 15 agosto 2021.

Josef J. Collins, What Went Wrong in Afghanistan?, Defense One, 2 settembre 2021.

Hilary McQuilkin e Meghna Chakrabart, “Why The Afghan Military Collapsed”, WBUR, 18 agosto 2021.

Lynne O’Donnell, “What Went Wrong With Afghanistan’s Defense Forces?”, Foreign Policy, 11 agosto 2021.

Max Boot, “How the Afghan Army Collapsed Under the Taliban’s Pressure, Council of Foreign Relations, 16 agosto 2021.

Military.com, “Why the US-Trained Afghan National Army Have Been Defeated with Ease by the Taliban”, 15 aosto 2021.

Paul D. Shinkman, “Despite Taliban Onslaught, Signs of Optimism Emerge in Afghanistan, Congressional Watchdog Says”, US News, 29 luglio, 2021.

Paul D. Shinkman, “From 300,000 to a Few Hundred: What Happened to Afghanistan’s Army”, US News, 18 agosto 2021.

Raju Gopalakrishnan, Alasdair Pal, Cynthia Osterman, “Taliban enter Afghan capital as US diplomats evacuate by chopper”, Reuters, 15 agosto 2021.

Sam Gollob Michael E. O’Hanlon, “AFGHANISTAN INDEX -Tracking variables of reconstruction and security in post-9/11 Afghanistan”, Foreign Policy, august 2020.

Stephen Biddle e Yuri M. Zhukov, Afghanistan’s security forces unraveled this month. What broke their seven-year stalemate with the Taliban?, The Washington Post, 31 agosto 2021.

Steve Chaggaris,”What will Afghanistan mean for Joe Biden’s presidency?ʺ, Aljazeera, 16 agosto 2021.

Susannah George, Afghanistan’s military collapse: Illicit deals and mass desertions, The Washington Post, 15 agosto 2021.

 Tom Bowman e Monika Evstatieva, “The Afghan Army Collapsed In Days. Here Are The Reasons Why”, NPR 20 agosto 2021.

 

Editing a cura di Francesco Bertoldi

 

 

 

 

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