La sentenza Citizens United v. FEC (2010)

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Con la sentenza Citizens United v. FEC, la Corte Suprema degli Stati Uniti rafforzò, applicandolo anche alle società, il principio già espresso nel 1976 in Buckley v. Valeo, secondo cui la spesa politica è una forma di libertà di parola protetta dal Primo emendamento della Costituzione.

La controversa decisione ha aperto, per aziende e sindacati, alla possibilità di spendere somme illimitate di denaro per sostenere i candidati politici scelti, a condizione che fossero tecnicamente indipendenti dalle campagne elettorali stesse.

I fatti

Nel 2002, il Congresso approvò il Bipartisan campaign reform act (BCRA), noto anche come McCain-Feingold act, dal nome dei suoi promotori, i senatori John McCain dell’Arizona e Russ Feingold del Wisconsin. In una delle sue disposizioni chiave, la Sezione 203, il BCRA impediva alle società o ai sindacati di finanziare comunicazioni elettorali, trasmissioni radiofoniche, televisive o satellitari, che si riferivano a un candidato e a una qualsiasi carica federale nei 60 giorni precedenti alle elezioni ed entro 30 giorni dalle primarie.

Nel 2008, l’organizzazione no-profit conservatrice Citizens United richiese un’ingiunzione contro la Federal election commission (FEC) presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti di Washington DC, al fine di impedire l’applicazione del BCRA al suo documentario “Hillary: The Movie”.

Il film, che il gruppo voleva promuovere e trasmettere alla vigilia delle primarie democratiche, era fortemente critico verso la senatrice di New York Hillary Clinton, possibile candidata alla guida del partito democratico.

Secondo Citizens United infatti, la Sezione 203 del BCRA violava il diritto garantito dal Primo emendamento alla libertà di parola sia nello specifico rispetto al film, sia in generale, non garantendo alle società di sostenere materialmente le proprie idee politiche. L’organizzazione affermò inoltre che anche altre disposizioni del BCRA relative alla divulgazione dei finanziamenti e alla chiara identificazione degli sponsor fossero incostituzionali.

La Corte distrettuale degli Stati Uniti si pronunciò contro Citizens United, citando la decisione della Corte Suprema in McConnell vs. FEC (2003), in cui quest’ultima aveva confermato le due caratteristiche principali del Bipartisan campaign reform Act del 2002 (BCRA): il controllo del soft money e la regolamentazione delle comunicazioni elettorali

La Corte distrettuale ritenne che il cortometraggio Hillary: The Movie configurasse una forma di «espresso patrocinio o il suo equivalente funzionale», come richiesto da un’altra decisione della Corte Suprema, Federal Election Commission v. Wisconsin Right to Life, Inc. (2003), perché trasmetteva agli elettori l’idea che la Clinton fosse inadatta ad assumere il ruolo per cui era candidata. Per questo motivo, la Corte stabilì che la sezione 203 del BCRS in questo caso era stata applicata in maniera corretta.

A seguito del ricorso, la Corte Suprema degli Stati Uniti accettò di rivedere la decisione del tribunale di grado inferiore nel marzo 2009. Sebbene inizialmente la Corte si aspettasse di pronunciarsi su motivi limitati, relativi al film stesso, successivamente chiese alle parti di depositare ulteriori memorie in merito all’opportunità di riconsiderare, in tutto o in parte, due precedenti verdetti, il già citato McConnell contro FEC e Austin contro Michigan Chamber of Commerce (1990).

Con un voto di 5 contro 4, la maggioranza dei giudici ritenne che il finanziamento aziendale delle trasmissioni politiche indipendenti non potesse essere limitato, nel rispetto del Primo emendamento. Essi ritennero infatti che il dibattito politico fosse indispensabile per la democrazia e questo vale anche per le società, e decisero quindi di far decadere le norme che proibivano alle organizzazioni profit e no-profit di intervenire in campagna elettorale anche con spot pubblicitari e altri strumenti mediatici.

Gli stessi giudici ritennero inoltre, che i requisiti di divulgazione del BCRA applicati al lungometraggio oggetto della controversia fossero costituzionali: la trasmissione era giustificata da un «interesse governativo» nel fornire «informazioni all’elettorato». La Corte confermò così gli obblighi di divulgazione per gli sponsor della pubblicità a indirizzo politico e il divieto di contributi diretti ai candidati da parte di società e sindacati.

Nella sua dissenting opinion, il giudice Stevens sostenne che gli estensori della Costituzione volevano garantire il diritto alla libertà di parola «ai singoli americani, non alle società», non considerando quindi quest’ultime sullo stesso piano rispetto ai cittadini in grado di votare ed esprimendo il timore che la sentenza minasse l’integrità delle istituzioni elette in tutta la nazione.

L’impatto e le conseguenze di Citizens United

Un sondaggio del Washington Post, in collaborazione con ABC News condotto all’epoca della pronuncia, mostrò che la maggioranza degli americani, sia repubblicani che democratici, non condivideva la decisione della Corte Suprema nel caso Citizens United e circa il 72% degli intervistati pensava che il Congresso dovesse fare qualcosa per ripristinare alcuni limiti alla spesa politica.

Con la sua decisione in Citizens United vs. FEC, la Corte Suprema confermò l’idea, ormai superata, che bastasse rendere obbligatoria l’informazione al pubblico circa le spese effettuate in una campagna politica al fine di prevenire la corruzione. Secondo la Corte infatti, nell’era di internet, il pubblico dovrebbe essere facilmente in grado di reperire informazioni sulla pubblicità politica finanziata dalle aziende e poter in questo modo comprendere se i candidati siano o meno legati agli interessi delle società. Ma per questi soggetti è estremamente facile evadere i controlli, ricorrendo a stratagemmi di vario tipo: ad esempio, alcune delle organizzazioni senza scopo di lucro in grado di spendere somme illimitate in campagne politiche hanno rivendicato il loro diritto all’esenzione fiscale come organizzazioni di “assistenza sociale”, non dovendo così rivelare l’identità dei loro donatori.

In un caso correlato del 2010, SpeechNow.org vs. FEC, la Corte d’appello degli Stati Uniti per il circuito di Washington D.C. citò come precedente su cui fondare le proprie argomentazioni la sentenza Citizens United, eliminando i limiti alla quantità di denaro che gli individui possono donare alle organizzazioni che hanno espressamente sostenuto i candidati politici.

Una delle conseguenze più rilevanti che hanno seguito la sentenza Citizens United riguarda la creazione dei cosiddetti super PAC. I contributi ai comitati di azione politica (PAC) erano stati precedentemente limitati a 5.000 dollari per persona all’anno. Dal momento che la spesa è diventata essenzialmente illimitata, centinaia di milioni di dollari sono stati versati in questi super PAC, consentendo a gruppi relativamente piccoli di individui e società facoltose di esercitare un’influenza smisurata sulle elezioni politiche. Secondo un rapporto del 2014 del Brennan center for justice, del miliardo di dollari speso per le elezioni federali dai super PAC dal 2010 fino a quel momento, quasi il 60 per cento proveniva da soli 195 individui e dai loro coniugi.

 

Fonti e approfondimenti

Federal Election Commission, Citizens United v. FEC, 03/09/2021.

History.com Editors, Citizens United vs. FEC, History.com, 26/03/2018.

Lau, Tim, Citizens United Explained, Brennan Centre for Justice, 12/12/2019.

Oyez, Citizens United v. Federal Election Commission, 16/09/2021.

Wood, Abby K., Citizens United turns 10 today., The Washington Post, 21/01/2020.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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