Lo smart working fa bene alla salute dell’ambiente?

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di Cecilia Nardi 

A più di due anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19 e dalle restrizioni imposte per arginare i contagi, è tempo di bilanci, da tanti punti di vista, uno su tutti quello dello smart working

Se da una parte ha permesso a molti lavoratori di continuare a svolgere quasi regolarmente le loro attività (primi fra tutti quelli dei settori della pubblica amministrazione, dell’istruzione e della ricerca), dall’altra parte ha spesso creato disagi in ambito organizzativo, mettendoci di fronte alle disuguaglianze digitali che caratterizzano il nostro Paese. Al di là delle sfide che lo smart working ha posto in ambito di organizzazione del lavoro e transizione digitale, un aspetto controverso è quello del suo impatto ambientale

Cos’è lo smart working 

Secondo il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo smart working (in italiano, spesso tradotto come “lavoro agile”) è una modalità di svolgere il lavoro subordinato, senza vincoli orari o spaziali, adottando, invece, un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi stabilita tramite accordi tra dipendente e datore di lavoro. Da questa definizione, normata dalla legge n. 81/2017, emerge chiaramente che il lavoratore in smart working gode di estrema flessibilità organizzativa, anche sull’utilizzo della strumentazione che consente lo svolgimento della normale attività lavorativa anche al di fuori della sede ufficiale di lavoro. 

L’aspetto legato al luogo in cui viene posta in essere l’attività lavorativa è quindi solamente marginale e può dirsi tutt’altro che una prerogativa dello smart working, al contrario del telelavoro. Questa seconda tipologia di prestazione prevede, infatti, che essa venga svolta necessariamente al di fuori del contesto aziendale e avvalendosi di tecnologie digitali

Fare smart working, quindi, significa poter scegliere con autonomia e responsabilità gli orari di lavoro; utilizzare con flessibilità i diversi strumenti in base alle esigenze; scegliere i luoghi di lavoro all’esterno della sede aziendale o all’interno dell’ufficio in base all’attività lavorativa da svolgere. Anche se durante la pandemia il lavoro a distanza è stato spesso sovrapposto al lavoro da casa nel dibattito pubblico, lo smart working può essere svolto anche in luoghi come hub aziendali, coworking, biblioteche e altri spazi pubblici o privati, secondo le esigenze e le preferenze del lavoratore. 

I numeri dello smart working in Italia 

A un anno dal primo lockdown (marzo 2021), l’Osservatorio sullo Smart Working 2021 del Politecnico di Milano stima che l’Italia abbia raggiunto il picco massimo di lavoratori smart working (5,37 milioni), suddivisi tra grandi imprese (1,95 milioni), piccole-medie imprese (830.000), microimprese (1,15 milioni) e Pubblica Amministrazione (1,44 milioni). Nei periodi successivi questi numeri sono calati consistentemente, soprattutto nel settore pubblico (1,08 milioni), fino ad attestarsi sui 4,07 milioni di lavoratori in smart working a settembre 2021. 

Tuttavia, il rientro in sede caldeggiato dalle politiche governative non ha segnato un declino sostanziale dello smart working. Al contrario, man mano che le restrizioni si sono allentate, sono diventati via via più frequenti i modelli di lavoro ibridi, ossia che alternano nel corso della settimana o del mese giorni di lavoro in presenza con giorni di lavoro a distanza. 

La previsione per i due anni successivi rispetto ai numeri registrati a settembre 2021 è quella di un incremento dell’8% dei lavoratori ibridi o totalmente da remoto, prevalentemente nel settore privato (soprattutto per le aziende di medio-grandi dimensioni), ma anche in ambito pubblico. Infatti, il 55% delle grandi aziende e il 25% delle pubbliche amministrazioni ha avviato interventi di modifica degli spazi e dell’organizzazione per adattarli al nuovo modo di lavorare, intervenendo sull’organizzazione degli ambienti di lavoro o sulla rimodulazione degli spazi. 

Una questione tutt’altro che trascurabile nel panorama italiano è quella delle disuguaglianze digitali. Secondo l’ultimo rapporto di Auditel-Censis del 2021, circa 14 milioni di utenti non accedono alla rete internet o lo fanno con una connessione di bassa qualità e discontinua (ad esempio utilizzando lo smartphone). Inoltre, poco meno del 60% degli italiani dispone anche della connessione domestica oltre a quella mobile. 

Infine, per quel che riguarda i dispositivi necessari al lavoro in smart working, il 35,1% del campione non possiede a casa né un pc né un tablet. Questi dati vanno letti come uno specchio delle disuguaglianze socio-economiche che caratterizzano l’Italia, per cui la probabilità che i lavoratori delle famiglie più economicamente in difficoltà abbiano anche meno mezzi per poter lavorare da remoto è elevata e si traduce in una maggiore vulnerabilità dei lavoratori stessi.

Lo smart working fa bene all’ambiente? 

Già nel 2018, uno studio di Regus sull’impatto ambientale dello smart working aveva sostenuto che, grazie allo sviluppo e alla diffusione diffusione su larga scala di questa nuova modalità di lavoro, Paesi strutturalmente e geograficamente differenti tra loro, come Austria, Canada, Cina, Francia, Germania, Hong Kong e Stati Uniti, avrebbero visto ridotti i loro rispettivi  livelli di CO2 . La stima, in termini globali, è di una diminuzione di 214 milioni di tonnellate entro il 2030, ossia l’equivalente ottenuto dalla piantumazione di 5,5 miliardi di alberi nei prossimi 10 anni.  

Questi aspetti benefici sono prevalentemente il risultato dell’impatto primario dello smart working sulle emissioni, primi fra tutti quelli legati al pendolarismo, tema investigato e dibattuto in Italia già nei periodi precedenti la pandemia da Covid-19. Con uno studio sull’impatto ambientale del telelavoro, condotto tra il 2015 e il 2018 in 29 comuni italiani, ENEA ha calcolato la riduzione delle emissioni di CO2 dovute al pendolarismo, per un ammontare pari a 8.000 tonnellate.  

Per quanto riguarda invece gli scenari successivi all’emergenza, il Centro Studi sull’Innovazione della Pubblica Amministrazione stima che a fronte dell’adozione dello smart working da parte del 50% dei dipendenti pubblici, sulle strade circolino circa 630 mila veicoli privati in meno. Ciò comporterebbe non solo una riduzione delle emissioni pari a circa 166 mila tonnellate di CO2, ma anche un risparmio dei lavoratori sulla spesa per il carburante di circa 530 milioni di euro complessivi. 

Visto in quest’ottica, lo smart working sembrerebbe la soluzione per ridurre le emissioni di anidride carbonica, agendo direttamente sulle abitudini degli individui. La possibilità di lavorare da casa o da luoghi comunque facilmente accessibili e raggiungibili, infatti, non solo comporta un minor utilizzo di mezzi di trasporto privato, ma anche un minor consumo di prodotti monouso e, in generale, scelte alimentari più sostenibili. 

Ciò che due anni di pandemia da Covid-19 hanno, però, dimostrato è che smart working non è sempre sinonimo di sostenibilità ambientale. Ogni contesto deve essere valutato singolarmente, a cominciare dal fatto che i consumi energetici possono variare – a parità di modalità di svolgimento dell’attività lavorativa – in base alla stagione o alla latitudine in cui la sede di lavoro si trova, rendendo, di volta in volta, maggiormente sostenibile il lavoro da casa oppure quello in ufficio. 

Il rischio più concreto nell’esaltare la sostenibilità ambientale del lavoro da remoto è quello di innescare il cosiddetto rebound effect, una specie di effetto-boomerang per cui quelle che sembrano abitudini sostenibili si rivelano, di fatto, ancora più problematiche dal punto di vista delle emissioni. 

L’esempio più classico per spiegare il rebound effect è quello dei trasporti pubblici. Nonostante lo smart working possa essere svolto anche in luoghi diversi dalla propria abitazione, la stragrande maggioranza dei lavoratori che opta per questa modalità decide di lavorare da casa, eliminando dalla propria routine l’utilizzo del trasporto pubblico. 

La conseguenza è una riduzione delle emissioni, che però viene azzerata nel momento in cui – avendo risparmiato sulle spese legate al pendolarismo – il lavoratore ricorra più spesso a un mezzo privato (ad eccezione di biciclette e veicoli elettrici) per svolgere le attività al di fuori del lavoro, o per recarsi al bisogno in ufficio. Una simile dinamica si applica, come anticipato poco fa, anche ai consumi alimentari, rispetto ai quali è senz’altro più sostenibile che i lavoratori fruiscano delle mense aziendali che preparano pasti su larga scala, rispetto alla consegna di cibo a domicilio con il relativo imballaggio. 

Infine, un ruolo cruciale lo giocano le fonti energetiche e i sistemi di gestione utilizzati per luce e gas nelle abitazioni private. Quelli degli edifici aziendali sono, infatti, solitamente più efficienti rispetto alle singole abitazioni. Senza contare che, un aumento del consumo di energia dovuto allo smart working ha – oltre all’impatto globale sulle emissioni – un impatto individuale diretto sul lavoratore in termini di spesa per i costi dell’energia. 

Secondo i dati de Il Sole 24 Ore, un lavoratore in smart working a tempo pieno affronta un aumento del consumo di energia elettrica di circa il 10%, per un costo aggiuntivo di circa 135 euro l’anno in un nucleo familiare medio di 4 persone. Tuttavia, in Italia, non esiste ancora una normativa sulla gestione di questo costo aggiuntivo, dal momento che non è sempre facile distinguere i costi per l’energia elettrica utilizzata per l’attività lavorativa e quella impiegata per le esigenze personali. 

Questo comporta una mancata uniformità di trattamento dei lavoratori, dal momento che solo alcune aziende su base volontaria prevedono un rimborso forfettario ai dipendenti per le spese energetiche, di connessione ad internet e l’eventuale acquisto dei dispositivi elettronici.

Futuro dello smart working in Italia e PNRR 

Nonostante  nell’ambito del PNRR in Italia le risorse stanziate per la transizione ecologica siano state solamente 71,7 miliardi, superando di poco il livello minimo richiesto dalle direttive EU in materia di Recovery Fund, particolare importanza nella ripartizione dei fondi è stata data alle questioni della mobilità sostenibile e dell’efficientamento degli edifici. Ciò potrebbe riaccendere una speranza sul ruolo dello smart working nella riduzione delle emissioni. 

Da una parte, il governo italiano sembra volersi impegnare a finanziare infrastrutture per la mobilità sostenibile dei lavoratori che devono o vogliono recarsi quotidianamente in sede e, allo stesso tempo, promuovere incentivi all’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati, dall’altra, i lavoratori e datori di lavoro sembrano considerare lo smart working non più soltanto come rimedio a una condizione emergenziale. 

Queste potrebbero essere le basi per uno scenario (ideale) in cui la responsabilità della riduzione delle emissioni e della sostenibilità ambientale non viene più solamente relegata alle scelte individuali di consumo, ma diventa una questione collettiva, all’interno della quale istituzioni e imprese giocano un ruolo attivo. 

Fonti e approfondimenti 

– Centro Studi sull’Innovazione della PA (2019), Green PA. Pratiche di sostenibilità per il lavoro, FPA Data Insights.

– Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2020), Smart Working. 

Osservatorio CPI (2022), “108 Misure verdi: cosa fa il PNRR per la transizione ecologica”.

-Osservatorio sullo Smart Working (2021), “Lavoro ibrido per oltre 4 milioni di persone nel post pandemia”.

Penna M., Felici B., Roberto R., Rao M.,  Zini A., (2020), Il tempo dello smart working. La PA tra conciliazione, valorizzazione del lavoro e dell’ambiente, ENEA.

– Regus (2018), Flexible Working, Solid Facts. 

– Saey-Volckrick (2020) What does rebound effect tell us? Reflection on its sources and its implications for the sustainability debate.

 

 

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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