Spiegami le elezioni: il lavoro

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Secondo i dati Istat di luglio, la disoccupazione è al 7,9%, quella giovanile sale al 24%, in crescita rispetto all’ultima rilevazione. Questi numeri evidenziano come il lavoro sia una delle principali preoccupazioni e uno dei temi che i diversi partiti politici hanno trattato nei loro programmi elettorali in modo non sempre particolarmente approfondito, ma riuscendo a individuarne le principali problematiche. Tra quelle più importanti affrontate nel dibattito politico figurano – oltre alle proposte legate all’introduzione di una flat tax e al taglio del cuneo fiscale, per dare più respiro alle imprese – misure per arginare la precarietà, per garantire il salario minimo e per riformare le pensioni.

Precarietà

Da un’attenta analisi dei programmi elettorali emerge come il tema della precarietà (contratti a tempo determinato, lavoro nero, contratti a chiamata per i giovani) sia stato trattato ampiamente, ma con soluzioni diverse, da tutte le forze politiche. D’altronde, il numero dei lavoratori assunti con un contratto a tempo determinato non è mai stato alto come nel secondo trimestre del 2022. Secondo Istat, infatti, ad aprile il numero dei precari ammontava a 3 milioni e 122 mila, il numero più alto dal 1977, anno in cui iniziò la raccolta di dati su questa tematica.

Per quanto riguada il blocco dei partiti di centrodestra, le proposte si concentrano sulla riduzione fiscale per le imprese in caso di assunzione, come riportato nei programmi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e sulla ridefinizione del Decreto dignità, soprattutto per quanto riguarda i contratti a tempo determinato. 

Oltre alla maggiore attenzione per i datori di lavoro e per le imprese, le soluzioni pratiche per ridurre la precarietà si concentrano sull’utilizzo di voucher per settori specifici (agricolo, turistico e domestico) o categorie (giovani under 40) e sull’introduzione del reato di sfruttamento del lavoro nero. Quest’ultima proposta è stata avanzata solo dalla Lega, mentre Fratelli d’Italia punta a una maggiore flessibilità dei contratti, al fine di tutelare i lavoratori.

Il tema della flessibilità è comune anche a Italexit ma in maniera antitetica: il partito, guidato dall’ex grillino Gianluigi Paragone, suggerisce una riduzione della flessibilità contrattuale, limitando l’uso dei contratti a tempo determinato a specifiche circostanze, espressamente previste dalla legge e non presenti nei contratti collettivi tra azienda e lavoratori.

Sul fronte dei partiti di centrosinistra, l’attenzione si focalizza maggiormente sui diritti dei lavoratori, rispetto agli incentivi fiscali per aziende e datori di lavoro, sebbene vi siano ampie differenze tra i partiti che compongono la coalizione del Partito democratico, Alleanza verdi e sinistra, Più Europa e Impegno civico, lista capeggiata da Luigi Di Maio. Nello specifico, anche se il fil rouge è rappresentato da una maggiore valorizzazione dei contratti collettivi nazionali e da maggiori controlli sul contrasto al lavoro nero, le differenze maggiori si registrano negli esempi a cui attingere per idee e soluzioni. 

Sul fronte del Pd, vi sono chiari riferimenti al modello spagnolo, in cui è stata recentemente introdotta una riforma del lavoro dove la lotta alla precarietà figura come uno dei pilastri principali. La riforma Dìaz, infatti, prevede che i contratti a tempo determinato possano essere utilizzati soltanto in date circostanze, così da favorire le assunzioni a tempo indeterminato. n pari misura al PD, anche per Verdi e Sinistra italiana il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la norma. Tuttavia, Verdi e SI si impegnano ulteriormente a eliminare tirocini, contratti a chiamata e altre forme di collaborazione occasionale, incluse le partite Iva per committenza. In posizione mediana si colloca Più Europa, dove l’introduzione del buono lavoro, come strumento di disciplina e regolazione dei lavori estemporanei, deve essere affiancato a politiche attive per le assunzioni a tempo indeterminato. 

L’obiettivo del rafforzamento delle leggi per favorire le assunzioni a tempo indeterminato è anche priorità di Unione popolare, lista di sinistra guidata dall’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Per rendere effettive queste assunzioni, la lista punta ad abolire il Jobs Act e tutte le altre forme contrattuali non di lungo periodo. Anche Unione popolare acconsentirebbe all’uso del contratto a tempo determinato solo in limitati casi, in misura simile al modello spagnolo.

Dal punto di vista della lotta al lavoro nero, il Pd promuove il rafforzamento dei controlli dal punto di vista fiscale e della sicurezza, sul modello del cosidetto Durc (il Documento unico di regolarità contributiva) sulla congruità della manodopera, già introdotto nel settore dell’edilizia.

Infine, il Terzo polo, coalizione di centro formata da Azione (Carlo Calenda) e Italia viva (Matteo Renzi), così come il Movimento 5 stelle non apportano cambiamenti o proposte di rilievo, ma entrambe le formazioni politiche sono a favore di un miglioramento del Decreto dignità per ciò che riguarda il lavoro a tempo indeterminato e la semplificazione delle pratiche burocratiche per le imprese. Una differenza sostanziale consiste però nel fatto che il Terzo polo indicherebbe un’eliminazione graduale del Reddito di cittadinanza per i cittadini che rifiutano il primo impiego, insieme a una maggiore flessibilità, in termini di orari, nei contratti dei lavoratori.

Salario minimo

Un altro tema al centro del dibattito politico è l’introduzione di una legge sul salario minimo. Nonostante anche l’Ue spinga per una legge nazionale che regolamenti i salari a tutela dei lavoratori e contro le disuguaglianze, l’Italia resta uno dei pochi Paesi in Europa a non aver ancora introdotto una misura di questo genere, delegando la regolamentazione delle retribuzioni alla contrattazione collettiva. 

Se si escludono le posizioni più critiche di Fratelli d’Italia e Forza Italia, tutte le altre forze politiche si dichiarano, nonostante qualche differenza, a favore dell’introduzione di misure che salvaguardino i lavoratori con una giusta retribuzione

Nel centrodestra, il partito di Giorgia Meloni non menziona il salario minimo nel proprio programma e ritiene il minimo salariale previsto dai contratti collettivi nazionali una tutela sufficiente. Per Forza Italia sarebbe necessario introdurre un minimo salariale di 1000 euro mensili per i giovani a contratto di apprendistato, praticantato e per quelli a tempo determinato. Per il resto dei lavoratori, secondo il partito di Silvio Berlusconi, basterebbe aumentare i minimi retributivi non coperti dalla contrattazione collettiva attraverso la contrattazione di prossimità, a tutela di quelle categorie non tutelate dai principali Ccnl. Al contrario dei colleghi di coalizione, la Lega punta a riconoscere un salario minimo, partendo da quanto stabilito dai Ccnl più diffusi.

Anche il programma elettorale del Partito democratico prevede l’introduzione di una legge che allarghi a tutte le categorie il trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi più rappresentativi, introducendo così un salario minimo nei settori a più alta incidenza di povertà lavorativa. La coalizione Verdi-Sinistra italiana è dello stesso avviso: estendere a tutti i lavoratori i minimi tabellari previsti dai contratti maggiormente rappresentativi, prevedendo però anche un minimo salariale di 10 euro l’ora previsto per legge. Dieci euro l’ora è il salario minimo previsto anche da Unione popolare (9 euro è invece quanto previsto dal Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte), mentre Più Europa si dichiara a favore dell’introduzione del salario minimo mobile, definito tramite l’accordo tra parti sociali e diverso in base ai settori. Anche il Terzo polo si dichiara a favore del salario minimo, senza sbilanciarsi sui dettagli.  

Verdi, SI e Unione Popolare hanno inoltre inserito nei loro rispettivi programmi la previsione che il minimo salariale venga adeguato periodicamente in proporzione alla crescita dell’inflazione.

È quindi evidente che quasi tutti i partiti in corsa per il voto del 25 settembre siano a favore di una misura che, nonostante risulti così popolare e condivisa, non ha trovato lo spazio necessario per essere concretizzata in una legge durante l’ultima legislatura. 

Riforma delle pensioni

Anche la riforma delle pensioni risulta dai programmi elettorali uno dei temi che ha destato maggior interesse nelle forze politiche. Per quanto riguarda la coalizione di centrodestra, tra le misure più urgenti figura l’aumento delle pensioni minime, sociali e di invalidità e una maggiore flessibilità per l’uscita dal mondo del lavoro e per l’accesso alla pensione.

Per Forza Italia, centrale è l’aumento delle pensioni minime e sociali a 1000 euro, mentre per la Lega la riforma più urgente riguarda l’abolizione della legge Fornero (punto in comune con il programma elettorale di Italexit e con quello del Movimento 5 stelle) passando al cosiddetto sistema “quota 41”, con il quale si raggiungerebbe la pensione di anzianità con 41 anni di contributi (per le donne è previsto un anno di contributi figurativi per ogni figlio). Il partito guidato da Giorgia Meloni invece punta allo stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile sulla base dell’aspettativa di vita.

I principali partiti del centrodestra prevedono anche delle condizioni specifiche più agevoli per quanto riguarda le donne. Fratelli d’Italia, infatti, vorrebbe il rinnovo di “Opzione donna”, grazie al quale le donne possono andare in pensione a 58 anni con 35 anni di contributi, mentre la Lega opta per una soluzione con la possibilità, per le lavoratrici, di andare in pensione a 63 anni, con 20 anni di contributi.   

Per quanto riguarda il centrosinistra, invece, il programma elettorale del Partito democratico prevede l’aumento della flessibilità per l’accesso alla pensione già dai 63 anni d’età, rimanendo però nell’attuale regime contributivo e sempre in coerenza con l’equilibrio di medio e lungo termine del sistema previdenziale. È inoltre previsto l’allargamento della platea dei beneficiari della “quattordicesima”. 

Per la coalizione Verdi-Sinistra italiana l’attuale sistema pensionistico è socialmente insostenibile, dato che obbliga le persone a lavorare fino a un’età troppo avanzata, creando allo stesso tempo problemi di sicurezza per chi lavora e ostacolando un necessario ricambio generazionale. Per questo motivo, per la lista di sinistra si dovrebbe introdurre l’uscita dal lavoro a 62 anni o con 41 anni di contributi (riconoscendo anche i periodi di disoccupazione involontaria, maternità e lavoro di cura non retribuito). Per la lista guidata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni la pensione minima dovrebbe inoltre essere aumentata a 1000 euro mensili. Della stessa idea è anche Unione popolare che, oltre all’aumento delle pensioni minime, propone l’abolizione della legge Fornero e l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni o con 35 anni di contributi. 

Come già riscontrato per quanto riguarda il salario minimo, anche per la riforma delle pensioni i programmi elettorali dei partiti non presentano differenze troppo marcate. La mancanza di una linea netta e definita tra i programmi delle coalizioni principali, ci porta a riflettere su come il tema del lavoro stia cambiando nel panorama italiano. La demarcazione ideologica del passato sarebbe rintracciabile nei dettagli dei programmi, al momento assenti per la maggior parte dei partiti. Demarcazione che invece resta evidente se si parla di aiuti e tutele, con un centrodestra focalizzato sul sostegno alle imprese e un centrosinistra più concentrato sulle tutele dei lavoratori. 

 

Fonti e approfondimenti

Alleanza Verdi e Sinistra. Programma elettorale.

Azione. 2022. Programma elettorale.

Fratelli d’Italia. 2022. Programma elettorale.

Italexit. 2022. Programma elettorale.

Lega. 2022. Programma elettorale.

Movimento5Stelle, 2022. Programma elettorale

Partito democratico. 2022. Programma elettorale

Forza Italia. 2022. PER L’ITALIA, Accordo quadro di programma per un Governo di centrodestra.

Unione Popolare. 2022. Programma elettorale.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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