Spiegami le elezioni: intervista a Giovanni Modica Scala

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Precariato, salario minimo, reddito di cittadinanza, benessere del lavoratore. Uno dei temi centrali in vista del voto del 25 settembre è quello del lavoro. Sono diversi gli argomenti che ruotano attorno al tema del lavoro, anche in questa campagna elettorale. 

Ne abbiamo parlato con Giovanni Modica Scala, dottore di diritto del lavoro all’Università di Bologna. La sua ricerca riguarda: economia del welfare, reddito minimo e reddito di cittadinanza e bullshit job. Ha pubblicato articoli accademici su diritto di sciopero, reddito minimo e reddito di cittadinanza ed è tra i fondatori di Modicaltra. 

La lotta al precariato è al centro dei programmi di molti partiti, in particolare Partito democratico (Pd) e Unione popolare (Up) fanno riferimento al modello spagnolo, che prevede contratti a tempo determinato solo in specifiche circostanze. Cosa stabilisce la riforma spagnola e quali elementi potrebbero essere di spunto per l’ordinamento italiano?

La riforma spagnola ha fortemente limitato il ricorso ai contratti a termine, introducendo la presunzione secondo cui il contratto di lavoro deve essere, di regola, a tempo indeterminato, salvo esigenze produttive o di sostituzione di altri lavoratori. Tali contratti non potranno durare più di sei mesi o, in casi particolari previsti dagli accordi collettivi, un anno. Fa eccezione il contratto fijo-discontinuo, utilizzato per lavori stagionali o lavori che, in quanto intermittenti, abbiano tempi di esecuzione certi. Per questi tipi di contratti “stabili, ma discontinui”, il lavoratore riceve comunque alcune importanti garanzie in termini di sicurezza sociale (ad esempio, l’anzianità di servizio si calcola tenendo conto dell’intera durata della relazione lavorativa e non solo della prestazione effettiva). 

Scompare la figura del contrato por obra o servicio determinado, che costituiva circa il 40% dei contratti a tempo determinato: la conclusione dell’opera o del servizio non costituisce, di per sé, causa di estinzione del contratto, con degli oneri di formazione e ricollocamento del lavoratore a carico dell’impresa. Inoltre, per limitare gli abusi, sono previsti degli aggravi di contribuzione per i contratti di brevissima durata (fino a 30 giorni): quanto più corta è la durata del contratto, tanto più alto è l’importo del contributo previdenziale per l’impresa. 

I dati dello scorso aprile mostrano, in Spagna, un vertiginoso aumento di contratti stabili: il 48% del totale. Altrettanto vertiginosa è la riduzione dei lavoretti di breve durata (tra le principali cause della povertà lavorativa): nel pre-pandemia erano il 76%, ora sono il 28%.

Mi interessa sottolineare che non basta evocare la priorità da dare al tempo indeterminato per farne il perno delle nuove assunzioni: su questa strada si è mosso già il Decreto dignità che ha segnato un passo in controtendenza rispetto alla liberalizzazione dei contratti a termine realizzata dal Pd, nel 2015, con il Jobs Act. Occorre, a fianco, disincentivare anche dal punto di vista contributivo il ricorso al contratto a termine, come nell’esempio spagnolo.

I partiti di centrosinistra vogliono incentivare i contratti a tempo indeterminato, il centrodestra propone misure che vanno più a sostegno delle imprese e, nel caso dei lavoratori, un maggior utilizzo dei voucher. Come possiamo considerare l’utilizzo di questo strumento nel contrasto al precariato?

Faccio una premessa di carattere economico: l’idea neoclassica del trickle-down per cui, offrendo sostegni incondizionati alle imprese, si avranno ricadute positive sui lavoratori, è stata smentita dai fatti. Un dato recente dell’Ocse lo testimonia: negli ultimi trent’anni, l’Italia è l’unico Paese in cui, a fronte di un aumento della produttività (ossia della quantità di ricchezza che viene prodotta in un dato lasso di tempo), c’è stata una diminuzione dei salari medi.

La proposta di ripristinare totalmente i voucher, avanzata dalla coalizione di centrodestra e anche da Azione-Italia viva, andrebbe più nella direzione di una maggiore precarietà anziché contribuire, come dicono i sostenitori, all’emersione del lavoro nero. I voucher, infatti, sono stati uno strumento di sfruttamento e impoverimento del lavoro: a dispetto di altre forme contrattuali, non garantiscono diritto a disoccupazione, maternità, malattia. 

Anche dopo l’introduzione di alcuni limiti, a seguito della parziale reintroduzione dei voucher, i rapporti di lavoro occasionali continuano a essere caratterizzati da precarietà a causa dell’assenza di qualsiasi forma di protezione contro il licenziamento. Inoltre, poiché sono solitamente stabiliti per lo svolgimento di un servizio di breve durata o per una prestazione occasionale, può essere difficile soddisfare i requisiti per aver accesso alle misure di sicurezza sociale e, spesso, si è anche esclusi da benefici e indennità.

Fratelli d’Italia (FdI) propone di sostituire il reddito di cittadinanza, mentre Lega e Terzo polo ne propongono la revisione. Il Movimento 5 stelle (M5S) difende la misura e ne chiede il rafforzamento. Nel complesso, quale è stato l’impatto del reddito di cittadinanza in questi anni e quali i problemi? Quale è quindi, la proposta più sensata tra quelle avanzate dai vari schieramenti?

Il dibattito che si è susseguito in questi anni sul reddito di cittadinanza è stato per lo più fuorviante e mistificatorio: pur essendo stata impostata principalmente come una misura di politica attiva, di workfare, condizionata cioè al ricollocamento sul mercato del lavoro, è stata fin dall’inizio denigrata perché avrebbe favorito l’ozio e l’inedia nei suoi beneficiari. Qualunque sia la posizione, il giudizio sull’efficienza delle politiche attive non può che essere sospeso giacché poco dopo l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza è arrivata la pandemia con la giusta sospensione delle misure di condizionalità e l’estensione della platea dei beneficiari, attuata con il reddito di emergenza. 

Nondimeno, grazie all’ultima legge di bilancio si è concretizzata la propensione verso una condizionalità hard, determinata da: la possibilità di rifiutare due volte (anziché tre) un’offerta di lavoro, ritenuta congrua; un meccanismo di décalage se si rifiuta la prima offerta; un sistema di incentivi ad hoc che dirottano il ricollocamento verso le agenzie private, abbandonando la strada dei precari navigator; e un meccanismo di benefici e sgravi fiscali che i datori incasseranno anche in caso di assunzioni con contratti precari. 

Vane sono state le puntuali osservazioni del Comitato scientifico, istituito dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, che hanno sollevato obiezioni a un sistema di condizionalità imperniato su un apparato sanzionatorio di “governo penale dei poveri”. Per citare alcune linee di intervento, a titolo esemplificativo: anzitutto, andrebbero corretti i discriminatori requisiti soggettivi, che prevedono una residenza decennale sul territorio italiano; eliminate le disposizioni in materia di distanziamento dalla sede di lavoro, che giungono a fissare il distanziamento nell’intero territorio nazionale; infine andrebbero rivisitate le figure di reato sproporzionatamente penalizzanti nei confronti del percettore, limitandosi alla decadenza dal beneficio.

Al contempo, non si può sottacere l’effetto positivo per cui diversi percettori, grazie al sussidio, hanno potuto rifiutare offerte di lavoro con salari da fame. Le lamentele di chi sostiene che non si trovano più lavoratori per colpa del reddito di cittadinanza sono la migliore testimonianza della sua efficacia, quantomeno parziale, di argine contro l’ossimoro del lavoro povero. Peraltro, va segnalato che, secondo recenti stime dell’Inps, il 23% dei percettori del sussidio sono anche lavoratori regolari, soprattutto tramite contratti a termine e part-time. Significa che, pur lavorando, non arrivano alla soglia di minimo vitale, al di sotto del quale scatta il diritto a percepire il sussidio.

Nel momento in cui iniziano definitivamente a prendere piede la disoccupazione tecnologica e le dimissioni di massa, proliferano i lavoretti e contestualmente aumentano i tassi di povertà lavorativa: pretendere una rete di sicurezza per l’individuo a prescindere dalla propria condizione lavorativa è un elemento di rivendicazione importante che rovescia l’idea secondo cui per campare bisogna lavorare. Peraltro, è coerente con l’etimologia: secondo una diffusa prassi terminologica precedente all’introduzione in Italia, «reddito di cittadinanza» equivaleva a un reddito incondizionato, sganciato cioè dalla contropartita lavorativa. 

Da questo punto di vista, le uniche proposte coraggiose, in cui si parla addirittura di difesa e rafforzamento del reddito di cittadinanza, sono quelle di Sinistra italiana-Verdi e Up (quest’ ultima, più concretamente, allude alla possibilità di portare il RdC da 780 a 1000€ al mese e di innalzare la soglia di accesso ISEE da 9360 a 12.000€). Invece, il M5S propugna un rafforzamento orientato sul versante delle politiche attive e un monitoraggio delle misure antifrode, oltre alla modifica dei parametri soggettivi per i beneficiari. 

A livello europeo è stata introdotta una disposizione sul salario minimo e la maggioranza dei partiti italiani (se escludiamo FdI e FI) si dichiara a favore di una legge sul tema. Durante l’ultima legislatura in Parlamento si è più volte discusso sull’argomento, ma l’Italia resta uno dei pochi Paesi dell’Ue a non aver introdotto la misura. Perché?

Non solo l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Ue a non avere un salario minimo previsto per legge, ma è anche, come anticipavo prima, l’unico tra i Paesi Ocse in cui negli ultimi trent’anni i salari sono diminuiti anziché aumentare. Da quando venne abolita la scala mobile, che adeguava automaticamente i salari all’inflazione, e il governo Ciampi bloccò d’intesa con le parti sociali gli aumenti salariali, è evidente che la contrattazione collettiva ha perso forza, con i rapporti tra sindacati e imprese sbilanciati a favore dei secondi. 

A ciò si aggiungano la proliferazione di contratti collettivi riferibili a una medesima categoria merceologica, spesso sfociata nell’applicazione di contratti “pirata” (stipulati cioè da organizzazioni non rappresentative), il mancato rinnovo di diversi contratti o la stipula, da parte di sindacati rappresentativi, di contratti con paghe orarie di 5 o 7 euro l’ora.

C’è riluttanza delle parti sociali alla fissazione di un salario minimo legale. Anzitutto, da parte di Confindustria, secondo cui «si rischia di scassare la contrattazione nazionale». Non molto dissimile è la posizione della Cisl, secondo cui «la regolamentazione per legge del salario potrebbe smontare, diversamente da quanto ci chiede l’Europa, la contrattazione e con essa un modello di democrazia che ha garantito progresso e avanzamento sociale indiscutibili».

Nei programmi, molti partiti propongono l’adozione di un salario minimo tra 9 e 10 euro all’ora, ma, come già detto, le posizioni delle parti sociali sono variegate. Quindi oltre a chiedersi se le imprese italiane sarebbero in grado di sostenere una simile misura, quali sono le condizioni economiche e sociali affinché il salario minimo venga appoggiato dalle parti sociali?

Come hanno evidenziato i fratelli Fana, la crisi della rappresentanza e la frantumazione del mondo del lavoro stanno andando di pari passo con la centralizzazione del comando dall’alto, dei grandi gruppi industriali, con un meccanismo che schiaccia verso il basso la dinamica dei salari, consentendo di governare il ciclo economico e preservare il livello dei profitti. Da un lato, un aumento di potere al vertice della piramide, dall’altro, la frantumazione del potere alla base.

Andrebbe ricompattato il fronte di chi sta in basso, attivando una soglia di dignità, con margini di compromesso al rialzo e coerente con l’articolo 36 della nostra Costituzione, e che permetta, anche ai sindacati, di aggredire spazi di potere da restituire ai lavoratori, riportando – nell’epoca dei bullshit jobs – al centro della contrattazione gli aspetti qualitativi del lavoro, dall’organizzazione ai controlli sulla tutela della salute e della sicurezza.

La proposta di legge finora più discussa, a firma dell’ex ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, prevede l’estensione dei minimi retributivi dei contratti collettivi a tutti i contratti di lavoro, indicando una soglia minima di 9 euro lordi l’ora. Si tratta di una soglia che consentirebbe a cinque milioni di persone di uscire da una situazione di grave indigenza, ma non sarebbero ancora sufficienti per garantire pienamente a lavoratori e lavoratrici «un’esistenza libera e dignitosa». Una proposta che da questo punto di vista appare più coraggiosa, proponendo una soglia di 10 euro lordi l’ora (adesso richiamata sia da Si-Ev che da Up), è quella di Attiviamoci! con la campagna #sotto10èsfruttamento.  

Durante la pandemia, il mondo del lavoro ha dovuto reinventarsi e sono state introdotte diverse innovazioni, come lo smartworking, che alcune aziende hanno mantenuto anche dopo la fine dello stato d’emergenza. In che modo, se ci sarà volontà politica, il futuro governo potrebbe stimolare l’adozione di politiche sul lavoro agile o altre iniziative volte a migliorare il benessere del lavoratore, come la riduzione delle ore di lavoro a parità di salario?

Il tema della conciliazione tra tempi di lavoro e vita è una delle sfide più urgenti che la classe politica deve intestarsi. Il lavoro agile, introdotto nel 2017 e ampiamente sdoganato durante la pandemia, ha certamente una serie di vantaggi ma può comportare una maggiore esposizione della vita privata all’invasione del lavoro e delle pressioni che questo comporta. Importante è stata, da questo punto di vista, la legge n. 61/2021 con la quale è stato riconosciuto il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, necessario, come dice la norma stessa, per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore.

In questo medesimo contesto si inscrive anche la proposta di riduzione dell’orario di lavoro che consenta una liberazione di tempo scelto. Già nel 1930 John Maynard Keynes predisse che nel giro di poche generazioni l’uomo avrebbe dovuto affrontare il problema di «come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avrebbero regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, salutare», immaginando una giornata lavorativa di tre ore. Lo stesso Henry Ford, ideatore della catena di montaggio, si rese cinicamente conto che, diminuendo le ore di lavoro, aumentava la produttività dei dipendenti.

Ad oggi, la riduzione dell’orario di lavoro è più frequentemente un’opzione subita, se si pensa alla crescente quantità di part-time involontari che vanno principalmente a scapito delle donne, in un Paese in cui si registra, a livello europeo, il massimo divario di genere nella distribuzione del lavoro di mercato e fuori mercato. 

Questa possibile soluzione – in voga da diversi decenni, a partire dal celebre slogan lavorare meno, lavorare tutti – nell’epoca della quarta rivoluzione industriale suona ancora più realistica nei termini di una distribuzione sociale dei guadagni derivanti da una crescente produttività del lavoro sotto forma di tempo. L’alternativa è non governare questi processi, lasciando alla tecnologia il compito di riorganizzare i tempi di vita e lavoro, senza alcun dividendo e margini di produttività da distribuire sotto forma di tempo. 

Naturalmente, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro può incidere se avviene a parità di salario, diminuendo in tal modo il differenziale tra salari e profitti a monte del processo di accumulazione: solo nel caso in cui il salario tornasse a non essere più legato all’andamento del ciclo economico o ai livelli di produttività aziendale (contrariamente al principio cardine dell’impianto neoclassico), la riduzione del tempo di lavoro non comporterebbe un trasferimento dei costi di produzione sui redditi da lavoro. 

Sul versante concreto, i modelli a cui guardare non mancano, dalla pionieristica Francia alla Spagna che ha di recente adottato un programma che permetterà alle imprese aderenti di passare da 39 ore lavorative settimanali a 32, mantenendo invariati gli stipendi.

 

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