Sono una tirocinante. Oggi è anche la mia festa?

Se sono una tirocinante, posso festeggiare il primo maggio da lavoratrice? Posso celebrare il mio tirocinio come lavoro?

Qualche settimana fa, sarà stata la quarantena o una certa tendenza personale al vagabondaggio mentale, mi sono persa in un monologo che mi ha portata a questa domanda. Il tirocinio è diventato il Purgatorio obbligato per milioni di neolaureati e non, mossi dall’ambizione e necessità di ascendere a “un’occupazione regolare”. La crescente presenza del tirocinio è stata riconosciuta a livello europeo e internazionale. Eppure, la sua definizione rimane ambigua: né lavoro, né scuola. Un ibrido che spesso e volentieri è associato a storie di sfruttamento e disuguaglianza. La confusione attorno al termine e l’insistenza sulla divisione tra educazione e lavoro legittimano violazioni di quelli che sarebbero altrimenti diritti consolidati e contribuiscono a creare un senso di insicurezza e precarietà. Una precarietà con cui si inizia a familiarizzare  tra i banchi e che continua a seguirti a libri chiusi.

La discrepanza tra l’evoluzione del lavoro nei fatti e una codificazione legale che è rimasta ancorata a tempi ormai andati crea un gap problematico in termini di diritti e tutele. Basta fare un salto sul sito del Ministero del Lavoro alla voce Tirocinio per rendersi conto di quanto sia nebuloso il confine tra studente e lavoratore. Qui è scritto a chiare lettere che il tirocinio “non si configura come rapporto di lavoro”. Il tirocinio è definito però come un “periodo di pratica lavorativa con una componente di formazione” nelle linee guida che compongono la normativa in vigore dal 2013 . Una via di mezzo tra scuola e lavoro, insomma. Proseguendo al paragrafo sull’“indennità di partecipazione”, la confusione aumenta. È riportato, infatti, che “dal punto di vista fiscale [questa indennità] è considerata quale reddito assimilato a quelli di lavoro dipendente”, pur non essendo nei fatti un reddito.

L’indennità, a sua volta, che oscilla tra i 300 e gli 800 euro mensili a seconda delle regioni, è valida solo per i tirocini extracurricolari. Quelli curricolari, cioè patrocinati da un ente scolastico, ricadono invece nella sfera dell’educazione e come tali possono essere – e nella maggior parte dei casi sono – non retribuiti. In questo limbo tra Educazione e Lavoro, lavorare gratis o per pochissimo non è illegale. Anzi, paradossalmente, è diventato d’obbligo. Inserire almeno un tirocinio nel CV ormai non è tanto una scelta, quanto un passaggio obbligato per avere qualche chance di assunzione una volta laureati. E dopo la laurea è spesso l’unica posizione per cui si è qualificati. Anche troppo qualificati in alcuni casi.

L’introduzione su larga scala dell’esperienza lavorativa come parte integrante del piano di studi cerca di colmare il divario creato dall’incapacità del sistema scolastico di fornire le competenze richieste da un mondo del lavoro che cambia troppo in fretta. In questa zona grigia i costi della formazione della nuova forza lavoro vengono trasferiti dall’impresa all’individuo. Se prima era il datore di lavoro a investire nella formazione dei dipendenti, ora è l’individuo a dover investire nel proprio “capitale umano”. Il tirocinio, pagato o no, è diventato un investimento necessario.

Purtroppo, però, per citare solo una delle tante problematiche che circondano la pratica dei tirocini così com’è oggi, non tutti possono permettersi di pagare per lavorare. Viviamo in un mondo già abbastanza diseguale e in molti casi i tirocini diventano una fonte aggiuntiva di discriminazione geografica e socioeconomica. Credo non sia difficile pensare a un esempio in settori diversi, dall’ambiente legale a quello dell’industria creativa. Per me, nelle carriere internazionali, è stato non potermi candidare a molti dei tirocini delle Nazioni Unite perché Ginevra, Vienna o New York sono semplicemente troppo costose per pensare di sostenere senza uno stipendio le spese di viaggio, vitto, alloggio, assicurazione sanitaria e così via.

Nel 2017, la Fair Internship Initiative ha diffuso i risultati di un sondaggio condotto online sugli stage nelle Nazioni Unite. Pur tenendo a mente una serie di limitazioni metodologiche, tra cui il fatto che la partecipazione è stata limitata, è interessante come su più di 400 mila tra ex e nuovi stagisti, l’83% non fosse pagato. Più o meno la stessa percentuale di rispondenti ha ammesso che non avrebbe potuto partecipare allo stage senza il supporto della famiglia. Il 67,8% degli stagisti non pagati veniva da Paesi ad alto reddito. Questi dati colpiscono ancora di più se si considera il mandato dell’organizzazione. Tra gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile figura infatti anche quello di garantire “lavoro decente per tutti gli uomini e le donne, inclusi giovani e persone con disabilità, e un compenso uguale per lavoro dello stesso valore”.

 

Posizioni non retribuite come quella del Tweet continuano a essere sponsorizzate. Tuttavia, dal 2017, diverse agenzie dell’ONU, come l’UNHCR e l’UNICEF hanno iniziato a pagare gli stagisti, seguite quest’anno dall’OMS. La svolta è arrivata anche grazie al crescente attivismo su questo fronte. Proprio lo scorso primo maggio, a Ginevra, dozzine di stagisti dell’ONU manifestavano per una paga equa. Le organizzazioni e i collettivi che sono emersi negli ultimi dieci anni attorno al tema si sono fatti promotori di un’etica del tirocinio più giusta. Le tattiche di mobilitazione adottate hanno contribuito a rendere possibili cambiamenti che, soprattutto oggi, meritano di essere sottolineati.

Alcuni stagisti e attivisti, come quelli del gruppo inglese Intern Aware, si sono impegnati ad assistere i tirocinanti nella comprensione del quadro normativo e delle tutele a cui avere accesso. Altri sono arrivati a portare in tribunale i propri datori di lavoro. Amalia Illgner, a questo proposito, racconta sul Guardian come e perché è arrivata a denunciare la rivista londinese Monocle dov’era stagista. Anche esporre pubblicamente le attività che promuovono cattive pratiche di tirocinio ha sortito risultati positivi e ha aiutato a sensibilizzare l’opinione pubblica. La Canadian Intern Association, ad esempio, ha creato sul suo sito online un “Muro della Vergogna” dove sono elencati gli stage ritenuti eticamente e legalmente ingiusti. Al contrario, per tornare in Italia, la Repubblica degli Stagisti ha promosso una serie di Awards per le imprese che si sono distinte nel trattamento dei propri tirocinanti.

Oltre a puntare all’immagine pubblica di chi assume, una parte di attivisti ha optato poi per fare lobby e spingere le istituzioni verso una normativa che non penalizzasse i tirocinanti. Il giornale francese Liberation riporta le varie tappe dell’iter legislativo che ha portato ad assicurare maggiori diritti agli stagisti, in cui il collettivo Genération Precaire ha avuto un ruolo cruciale. A livello europeo, lo Youth European Forum nel 2011 ha pubblicato la European Quality Charter on Internships and Apprenticeships, dopo una serie di consultazioni con altre organizzazioni partner e istituzioni. E anche nell’Unione, dal 2018 il Parlamento europeo ha iniziato a retribuire i propri tirocinanti, come il Consiglio d’Europa da questo autunno. Si tratta solo di una manciata di esempi di ciò che può essere concretizzato in termini di attivismo. Chiedere maggiori diritti per i tirocinanti inoltre significa aprire un dibattito più generale sul concetto di lavoro oggi, creando spazi di collaborazione con altre categorie di lavoratori all’interno del magma del precariato.

Non è ancora abbastanza, è vero. Ma è un inizio. Tutte le mail senza risposta di decine di candidature nella mia casella di posta sono un triste promemoria dell’urgenza ossessiva di fare network, di affinare e acquisire nuove competenze e dell’ansia costante di essere competitiva e appetibile. D’altra parte, però, in questa affannosa “gara verso il fondo”, è facile perdere di vista quelli che dovrebbero essere diritti base. Nella bolla di frustrazione, rabbia e frenesia in cui siamo spinti, dimentichiamo che non siamo soli. La convinzione che vada bene sacrificarsi e accontentarsi perché tanto è una fase di passaggio, è un deterrente a opporci a condizioni deleterie per il nostro benessere e la nostra autostima.

Oggi quindi voglio celebrare non solo il mio essere tirocinante e lavoratrice, ma anche le possibilità di un mondo del lavoro più inclusivo, equo e sostenibile. Il significato di questa giornata è anche quello di ricordare quanti si sono battuti per condizioni lavorative migliori. Non c’è una strada semplice e immediata, ma si può partire dall’apprezzare le piccole vittorie. Qualcosa è già stato fatto, una base da cui partire c’è. Possiamo imparare da chi si è mobilitato prima di noi ed esplorare insieme altri e nuovi modi per mettere in circolo idee e soluzioni. Per riappropriarci della narrativa su un futuro del lavoro di cui vogliamo e dobbiamo essere parte attiva. 

Sono una tirocinante. E oggi è anche la mia festa.

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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