La forza del lavoro

Il primo maggio è la festa internazionale del lavoro. Dalla Corea del Nord a quasi la totalità dell’Europa, passando per i Paesi latinoamericani e africani, questo è il giorno di festa più trasversale al mondo. Stabilito all’inizio del secolo scorso dalla seconda Internazionale, il primo maggio è diventato nel tempo il simbolo dei lavoratori, della coscienza di classe e della lotta per i diritti negati.

I lavoratori, chiamati proletari nella dialettica marxista, hanno visto progressivamente il loro impiego nelle industrie, fabbriche e miniere in modo sempre più importante, data dalla crescita del capitale e dalla forza economica di chi deteneva i mezzi di produzione. Questo rapporto di forza socio-politico, determinato da un fattore economico, ha fatto in modo di alterare i rapporti di comunità in cui la divisione del lavoro era naturale e non finalizzata all’arricchimento. In questo contesto storico, quindi, è naturale che il lavoro prenda una connotazione negativa, perché collegata direttamente allo sfruttamento sempre più feroce delle società industrializzate.

La perdita di umanità, che progressivamente ha divorato queste società e ha distrutto quelle in via di sviluppo dal secondo dopoguerra, ha donato al XXI secolo una società mondiale atomizzata. Le classi economicamente meno stabili sono rimaste tali, quelle benestanti si sono arricchite facendo forza sulla dis-umanizzazione dei propri lavoratori, provocando un progressivo disinteresse forzato per il senso di comunità e il senso di classe. Le liberalizzazioni e privatizzazioni di massa degli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti e in Europa, così come in Cina, hanno siglato ancora una volta la fine del senso umano dei lavoratori nei propri posti di lavoro a vantaggio della (finta) sicurezza economica garantita dall’industria.

I protagonisti del primo maggio hanno perciò perso sempre più velocemente il loro senso di comunità, minacciati dal capitale e dalla paura dell’automazione come rimpiazzo per i loro posti di lavoro. La dialettica del mercato libero ha fatto in modo di installare all’interno della classe lavoratrice quel senso inumano di prendere in considerazione solo quello che era il miglior trade-off economico per l’individuo. In questo modo, il lavoratore è diventato atomo e la festa dei lavoratori progressivamente vuota.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli anni Novanta sono stati il centro di una domanda agghiacciante per il suo ridicolo dubbio: esiste ancora la società divisa in classi? Molti studiosi americani e alcuni europei hanno iniziato a dubitare della sua esistenza perché i lavoratori non votavano più come un tempo, perché i lavoratori erano economicamente più avanzati rispetto a cinquant’anni prima, perché non avevano più un’ideologia a cui fare riferimento.

Ovviamente tutte queste spiegazioni sono sbagliate, l’esistenza di una società divisa in classi non è determinata dalla presenza di un voto di classe, né solamente dalla situazione economica. La contrapposizione di classe sarà sempre presente finché la società sarà organizzata in un senso gerarchico; nonostante ciò, la sua manifestazione evidente sarà possibile solo nel momento in cui l’atomizzazione dei lavoratori sarà rimpiazzata con una nuova umanità dei lavoratori stessi.

Diventa quindi sbagliato pensare al lavoro come elemento di sfruttamento, essendo invece un elemento di libertà intellettuale e personale che nessun’altra azione umana può sprigionare. L’essere umano ha un’indole naturale per lavorare, per creare e per trasformare la potenzialità – fino ad allora solo mentale – in un elemento reale. La grandezza del lavoro però viene realizzata quando il rapporto industriale e, in generale lavorativo, è etico e umano.

Nonostante ciò, ripensando agli scioperi di massa dell’inizio del XX secolo per vedere garantito l’orario di lavoro a otto ore, oggi moltissimo è cambiato e nuovi sfruttamenti di massa stanno prendendo piede. Basti pensare a due grandi esempi: il precariato e il lavoro migrante. Il primo è una diretta emanazione della volontà sempre maggiore di ridurre i costi del lavoro fino a tagliare ogni tipo di sicurezza, fisica ed economica. Il secondo è direttamente collegato alla concentrazione di capitali nelle zone urbane, senza una strategia di raccordo tra i centri urbani più benestanti e le zone meno sviluppate. In questo senso, quindi, la classe operaia del XXI secolo si trova spaccata, con diverse forme di sfruttamento che difficilmente vengono riconosciute dagli individui come effettivamente simili.

La festa dei lavoratori veniva festeggiata come un momento di condivisione tra persone che si trovavano nelle stesse condizioni sociali. Oggi invece i lavoratori precari vengono impiegati anche durante la loro festa attraverso la logica del mercato per cui durante il giorno festivo la paga giornaliera viene minimamente aumentata. Il lavoratore migrante è privato della propria festa perché molto probabilmente ha dovuto lasciare indietro tutta la sua famiglia per trasferirsi nella grande città (vicina o lontana a seconda dell’opportunità lavorativa) e nella sua impossibilità di tornare per un giorno con la propria famiglia probabilmente utilizzerà la propria festa per racimolare altri soldi da spedire alla famiglia.

Questo meccanismo psicologico ha già de-umanizzato il lavoratore, senza necessariamente rimpiazzare l’essere umano con una macchina. L’idea del profitto poco maggiore rispetto a quello solitamente percepito forza i lavoratori a non fermarsi, a produrre per il gestore, ad abdicare il proprio benessere per un salario leggermente più alto. Diventa quindi assolutamente difficile rinunciare a lavorare durante la festa dei lavoratori, facendo diventare la coscienza di classe un miraggio, la consapevolezza del proprio ruolo e di quanto i nostri amici o parenti siano effettivamente nella nostra stessa posizione.

Il primo maggio deve rimanere un giorno in cui i lavoratori possono riflettere sulla propria importanza nella nostra società, di come i precari, i migranti per lavoro, i lavoratori a contratto e a progetto siano fondamentali per la nostra economia. Dobbiamo poter essere in grado di comprendere come le nostre difficoltà sono le stesse difficoltà di chi ci sta vicino. Lo svuotamento di significato del primo maggio è la sconfitta della libertà di parola, forzati a lavorare oltre quello che deve essere richiesto; forzati a stare sott’acqua senza potersi rendere conto di quanto si è andati lontano e se qualcun altro ha fatto il nostro stesso percorso.

E’ quindi necessario riuscire a prendere il (nostro) tempo necessario per capire tutto questo insieme, perché le grandi manifestazioni del XX secolo non torneranno. Dovremo essere in grado di capire come siamo cambiati e come manifestare le nostre necessità e le nostre rimostranze attraverso nuovi metodi, quelli del XXI secolo.

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