Le politiche americane per Israele e le ragioni del riconoscimento

Donald Trump il 6 Dicembre ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele, distruggendo in pochi minuti decenni di politica estera americana in Palestina. Ieri abbiamo parlato di qual è lo status internazionale della città, oggi cercheremo di capire quali sono state le politiche delle precedenti amministrazioni americane e quali possono essere le cause interne per cui il Presidente ha preso questa decisione.

Il progetto per Israele delle passate amministrazioni

Gli Stati Uniti non sono sempre stati strenui difensori di Israele. All’inizio dell’avventura sionista in Palestina, il presidente Woodrow Wilson era abbastanza disinteressato al progetto israeliano e non si era opposto solo per la pressione esercitata dai lobbisti israeliani nel Congresso. Il termine “acquiescenza” è perfetto per descrivere l’atteggiamento americano nei confronti della Palestina tra la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale. In questo periodo i più strenui sostenitori di Israele erano di casa a Parigi e a Londra, mentre da Washington l’instabile governo di Tel Aviv riceva solo  saltuari rifornimenti di cibo e prestiti, per la maggior parte di origine privata.

Roosevelt aveva capito il rischio profondo che gli Stati Uniti correvano nel supportare uno stato Israeliano, in particolare mentre il mondo arabo mostrava una certa affinità con il socialismo sovietico e poteva ricattare l’occidente con il petrolio. Truman invece era sempre stato un simpatizzante sionista e doveva, in parte, la sua elezione alla comunità ebraica americana quindi, una volta diventato presidente, spinse molto per lo Stato di Israele, e si capisce dal fatto che gli USA furono il primo paese a riconoscere il neonato stato ebraico.

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Dall’amministrazione Truman in poi abbiamo assistito a differenti linee guida con i democratici e i repubblicani. L’unica caratteristica che è rimasta stabile nelle differenti politiche è la soluzione a due stati, di fatti nessun presidente ha mai apertamente sostenuto la possibilità che Israele possa annettere automaticamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, mentre il sentiero politico rimaneva lo stesso, le amministrazioni americane hanno sempre scelto autonomamente quanto e in che modo aiutare lo stato di Israele. Mentre l’amministrazione Eisenhower è sempre stata critica dei modi israeliani, in particolare modo dopo la Crisi di Suez, Kennedy e Johnson hanno alternato fasi di grande supporto a profonde critiche riguardo il trattamento dei cittadini palestinesi. A partire dalla Guerra dei Sei Giorni il supporto ad Israele è diventato sempre più assoluto, con una sempre maggiore pressione lobbistica israeliana sul Congresso Americano. Nixon e Kissinger cercarono di stipulare un contatto tra israeliani e palestinesi, ma l’attentato di Monaco del 1972 ruppe ogni possibilità di dialogo.

La presidenza Carter, insieme alle successive presidenze Clinton e Obama, è stata quella che più ha cercato di opporsi alle posizioni intransigenti israeliane e, proprio con questa amministrazione, si è arrivati ai primi rapporti pacifici. Dall’altra parte la presidenza Reagan ha invece marcato il momento di più forte supporto a Israele. Negli anni di questa amministrazione Tel Aviv ha guadagnato il titolo di “major non-NATO ally”, un titolo che si è tradotto in grandi quantità di denaro e di armi in arrivo da Washington.

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Dopo la fine della Guerra Fredda il supporto a Israele è cambiato, diventando più una posizione di politica interna e un’istanza da mantenere nel momento di grande sviluppo del jihadismo internazionale. L’amministrazione Bush, la prima dopo la caduta del muro, ha diminuito il suo supporto ad Israele, cercando di avvicinarsi al tema dei diritti dei palestinesi, questo per cercare di mostrare una faccia amica al mondo arabo rimasto orfano dell’Unione Sovietica. Questo atteggiamento è continuato con le due presidenze Clinton che hanno portato agli accordi di Camp David e ad una profonda svolta nel conflitto.

A partire dal 1999 con gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 e la successiva isteria da terrorismo islamico, la situazione palestinese ha assunto una valenza particolare. Infatti sia le due amministrazioni Bush sia, in parte, quelle di Obama, hanno dimostrato una forte vicinanza a Israele, ma con un certo grado di duplicità. I presidenti del nuovo millennio hanno usato il tema dei diritti dei palestinesi e della difesa dei loro territori come uno strumento per farsi vedere vicini ai temi arabi, in modo da essere considerati amici di quei paesi arabi da cui arrivava il petrolio e la minaccia jihadista.

Perché Trump ha deciso di agire così?

Come abbiamo visto Trump ha distrutto in pochi minuti quasi un secondo di politica estera americana, ribaltando totalmente il teorema di base. La domanda che molti si sono posti è: perché il presidente ha fatto questo gesto?

Tre sono le possibili risposte che gli analisti politici ritengono più probabili:

La prima è legata all’avvicinarsi delle elezioni di Mid Term. Trump ha capito che sta perdendo consensi tra i moderati e ha deciso, invece di mitigare le proprie visioni per cercare di risalire sul carro i repubblicani centristi, di assolutizzare ancora di più il proprio messaggio politico. L’obiettivo è quello di pescare voti nei poli estremi del panorama politico. Inoltre è necessario guardare anche alla competizione interna al partito repubblicano. Prendiamo ad esempio i cristiani evangelisti: Il Presidente ha sempre ricevuto grande consenso da questa fascia di popolazione, ma con la mossa di Israele ha voluto sfruttare la storica simpatia evangelista per la questione ebraica nel tentativo di attirare su di sé la quasi totalità dei consensi. In questo caso però il riconoscimento di Gerusalemme non è servito a evitare che questi votino i democratici, cosa impossibile, ma vuole in realtà evitare che questi si spostino su posizioni più vicine ai suoi nemici interni al partito.

Se si analizzano i trend dell’amministrazione Trump si può notare come il presidente stia cercando di mantenere le sue promesse elettorali non appena gli è permesso della situazione. Questo secondo alcuni analisti è una strategia che lo staff della Casa Bianca ha messo appunto, proprio perché l’elettorato che lo ha portato alla vittoria è molto attento al livello di coerenza e decisione che il Presidente mostra in pubblico.

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La seconda motivazione è invece legata ai suoi collaboratori.
Trump ci ha abituato a brevi “lune di miele” con i suoi collaboratori, il presidente si fida di un solo uomo alla volta di cui prendere l’intero pensiero per farlo proprio. In questo momento l’uomo che consiglia il presidente in tutto e per tutto è suo genero Jarod Kushner. Quest’ultimo viene da una famiglia di origine ebrea, da sempre vicina alla destra israeliana come quella al potere a Tel Aviv, e su cui la lobby israeliana a Washington mantiene una forte presa. Definire Kushner il vero stratega dell’operazione di Gerusalemme però è fuorviante, dato che il ragazzo non brilla né per intelligenza né per conoscenza del Medio Oriente. Proprio per questo anche lui viene consigliato a sua volta da due personaggi centrali: Jason Greenblatt, attuale inviato speciale di Trump per i negoziati internazionali, e David Friedman, attuale ambasciatore americano in Israele. Questi due personaggi hanno ideato il riconoscimento e hanno stabilito con l’amministrazione Netanyahu le tempistiche e le parole. Secondo fonti americane nello stesso momento a Washington il Segretario di Stato Tillerson e il vice-presidente Pence hanno cercato nelle ultime settimane di far cambiare idea al presidente, ma lui è sembrato irremovibile dalle posizioni di Kushner.

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La terza motivazione è invece legata al caso della Russia.
La confessione di Flynn ha messo in stato di grande ansia la Casa Bianca che si è trovata una bella spina nel fianco, anche solo per la somiglianza tra il caso e il Watergate. L’annuncio di Gerusalemme capitale permette all’amministrazione di far distogliere il focus mediatico dalla questione, buttando una bomba sul palco che non può essere ignorata, dando più tempo per trovare una soluzione alla situazione.

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L’unica spiegazione che non si può usare è quella che Trump stia perseguendo una sua politica mediorientale
. Da quando il presidente è arrivato alla Casa Bianca ha portato avanti una linea bipolare, alternando momenti di grande vicinanza a Israele a momenti in cui parla di processo di pace e soluzioni imminenti. Inoltre le conseguenze per l’area sono gravi e profonde anche per gli stessi alleati del presidente, come l’Arabia Saudita e l’Egitto.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

http://carnegie-mec.org/diwan/74947?lang=en

https://www.theatlantic.com/international/archive/2017/12/trump-jerusalem-days-of-rage/547880/

https://www.thenation.com/article/after-jerusalem-the-us-can-no-longer-pretend-to-be-an-honest-broker-of-peace/

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