Elezioni Regno Unito: risultati, analisi e prospettive

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I risultati delle elezioni generali del Regno Unito ci consegnano un paese diviso e difficile da governare, che nei prossimi anni vedrà un Parlamento senza una vera maggioranza. La vittoria di Theresa May appare in realtà come una sonora sconfitta e, mentre sono in corso le trattative per formare un esecutivo, aumenta l’incertezza riguardo il futuro del Brexit.

L’esito delle elezioni è stato decisamente diverso da quello che ci si potesse aspettare anche solo fino a due settimane fa ed è il risultato di una spettacolare rimonta dei Laburisti. Partendo dai risultati dobbiamo porci tre domande: quale governo avrà il paese nei prossimi anni, cosa significano queste elezioni per i partiti e come cambia il negoziato del Brexit che inizierà tra meno di 10 giorni.

Le elezioni sono state vinte dai Conservatori (318 seggi), seguiti da Laburisti (262), Scottish National Party (35 seggi), Liberaldemocratici (12 seggi), Democratic Unionist Party (10 seggi), Sinn Féin (7 seggi), Plaid Cymru (4 seggi) e il resto diviso tra i Verdi e i candidati indipendenti.

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2017 - Elezioni Generali
Distribuzione geografica delle circoscrizioni, sono evidenziate le aree della “Fascia urbana scozzese”, l’area di Manchester, le West Midlands e Londra (Lo Spiegone)


Theresa May, come abbiamo visto, aveva convocato le elezioni anticipate per tre ragioni fondamentali, tutte relative al Brexit,
cioè evitare che la legislatura rischiasse di terminare prima della conclusione del negoziato, legittimare la sua posizione di leader del partito e allargare la sua maggioranza per avere una voce più forte nei riguardi dell’Unione Europea.

Secondo i sondaggi degli scorsi mesi queste ambizioni erano assolutamente realistiche ma il risultato di oggi ha messo fine a questo progetto. Il partito Conservatore è ancora il partito di maggioranza ma ha perso il controllo della House of Commons. Solo superata la metà dei 650 seggi della Camera, infatti, un partito può governare da solo, e questo significa che il paese si avvia verso una fase di “Parlamento appeso”.

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Hung Parliament

Solitamente dalle elezioni del Regno Unito emerge una maggioranza assoluta monocolore che supera i 326; questo è stato storicamente assicurato anche dal bipolarismo forte indotto dal sistema elettorale maggioritario plurality, ma non è ovviamente un automatismo.

La situazione in cui nessun partito è in grado di governare da solo viene chiamata “Hung Parliament” e prevede il tentativo di formare un’alleanza tra partiti che assicuri la maggioranza. Fino a che questa non sarà formata Theresa May rimarrà Primo Ministro, ma dovrà dimettersi se risulterà impossibile per il suo partito trovare gli alleati con cui raggiungere i fatidici 326 seggi. A quel punto sarebbe Jeremy Corbyn  a tentare una simile mediazione e se dovesse fallire anche lui si andrebbe a nuove elezioni entro pochi mesi, come avvenne nel 1974.

La via d’uscita dal blocco del Parlamento sarebbe quindi la formazione di un governo di coalizione, che nel Regno Unito è un accordo ufficiale tra due partiti per formare un governo al quale entrambi partecipano congiuntamente nominando un ministro per ogni posizione (invece di spartirsi gli uffici). Esempio recente è stata la coalizione tra i Conservatori di David Cameron e i Liberaldemocratici di Nick Clegg nel periodo 2010 – 2015, sostituita poi dal governo monocolore dello stesso Cameron successivamente ereditato (e perso) da Theresa May.

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Clegg e Cameron

Nell’ipotesi di un governo di coalizione l’elemento più affidabile per per i conservatori sono sono solitamente i Liberaldemocratici, che forti dei loro 12 seggi potrebbero assicurare una maggioranza, per quanto instabile. Tim Farron, leader del partito, ha però categoricamente escluso questa possibilità, ribadendo la sua aspra critica all’operato della premier riguardo Brexit e politiche sociali, obbligando quindi Theresa May a cercare una via alternativa.

Esiste infatti la possibilità che invece di un governo di coalizione si formi un governo “confidence-and-supply“, del tutto simile al nostro governo di minoranza. In questo caso un singolo partito formerebbe un esecutivo pur non avendo la maggioranza, confidando nel supporto informale di altre forze minori che, pur non partecipando al governo, otterrebbero in cambio concessioni riguardo le loro priorità.

Theresa May ha quindi ripiegato chiedendo il sostegno esterno del DUP (Democratic Unionist Party), il partito unionista dell’Irlanda del Nord, che in queste consultazioni ha ottenuto 10 seggi. Con l’appoggio indiretto del partito la maggioranza arriverebbe quindi ad appena 328 seggi, con la necessità per i Conservatori di contare interamente sul supporto unionista per qualsiasi atto di governo.

Arlene Forster, leader del DUP, ha risposto positivamente all’offerta di Theresa May invitando la collega ad un negoziato. La premier ha quindi annunciato che una volta riuscita a inaugurare un governo riconfermerà i Ministri da lei nominati lo scorso anno.

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Oltre che per Downing Street queste elezioni offrono novità interessanti per tutti i partiti, che hanno ricevuto di fatto un giudizio sull’ultimo (caotico) anno di politiche.

Scottish National Party e UKIP

Questi due partiti sono i veri sconfitti di queste elezioni, sebbene per ragioni diverse, e hanno rappresentato il maggiore bacino di voti e seggi per cui si sono scontrati i due partiti maggiori.

Il partito di Nigel Farage ha confermato il pessimo risultato delle elezioni locali del maggio scorso, ottenendo appena l’1,2% dei voti e perdendo il suo unico seggio in Parlamento. La percezione comune è quella che il partito anti-europeista non sia più di alcuna utilità dopo la concretizzazone del Brexit, avendo dimostrato ben poco spessore su qualsiasi altro aspetto della politica.

Il caso dell’SNP è ben diverso, ma sempre legato al Brexit. Gli analisti hanno interpretato questo risultato, deludente dopo il boom di consensi del 2015, in questo modo: gli scozzesi vogliono l’indipendenza, ma non se questo implica la trasformazione del confine con l’Inghilterra in una vera e propria frontiera, cosa che l’appartenere entrambi all’Unione Europea avrebbe scongiurato. Questo voto è una sfiducia alla proposta di un nuovo referendum per l’indipendenza proposto dalla Sturgeon, la richiesta di più autonomia per la Scozia passerà quindi per il potenziamento della devolution.

 

Conservatori e Laburisti

I flussi elettorali che riguardano i due partiti maggiori sono indubbiamente l’aspetto cruciale dell’intera analisi del voto. Sono pochi i voti che questi due partiti hanno eroso l’uno dall’altro, mentre la sfida è stata quella per raccogliere i voti persi dalle altre forze minori.

A determinare il maggior successo dei Laburisti è stata la gestione della campagna elettorale, iniziata con uno svantaggio nei sondaggi di 24 punti ridotto progressivamente fino a 2, che ha poi portato i due partitiai risultati diametralmente opposti: il partito di Theresa May ha perso 13 seggi e quello di Jeremy Corbyn ne ha guadagnati ben 30.

Imputare la diversa performance al solo dibattito sul Brexit è infatti estremamente riduttivo, dato che a fare la differenza hanno contribuito enormemente i programmi per le politiche sociali presentati dai due partiti. La campagna dai toni forti dei Laburisti è inoltre stata il simbolo della ritrovata unità del partito, che aveva vacillato dopo l’ascesa di Corbyn alla leadership e la sconfitta sul Brexit.

 

 

 

Liberaldemocratici

Il costantemente sottorappresentato terzo partito nazionale ha migliorato il suo risultato, raggiungendo i 14 seggi nonostante abbia visto calare i propri consensi. Se da un lato questo risultato segna il tanto desiderato ritorno del partito in Scozia, dove non vinceva dall’ascesa dell’SNP, dall’altro è però inferiore alle aspettative. Di tutti i programmi elettorali quello LibDem era forse il più ambizioso, tanto da proporre di ripetere il referendum sul Brexit, un’ipotesi evidentemente non ha premiata nei voti.

Plaid Cymru

Il partito localista gallese, fortemente europeista, ha confermato i suoi seggi storici e in più ne ha ottenuto uno in più ai danni dei Liberaldemocratici. Questa fiducia è diretta conseguenza della promessa elettorale del partito: difendere l’interesse della regione nei negoziati di Bruxelles e a Westminster, nell’ottica di ottenere meno danni possibili dal Brexit e nuove concessioni in fatto di devolution.

Irlanda del Nord

L’incombenza del Brexit ha radicalizzato il voto della regione, portando all’esclusione di entrambi i partiti più centristi, l’unionista UUP e l’indipendentista SDLP, a favore dei due omologhi più radicali.

Questo successo è probabilmente dovuto al “patto anti-Brexit” stipulato dai due partiti che, sebbene divisi su molte poltiche, hanno trovato un accordo parziale sull’atteggiamento verso i negoziati. Consci del fatto che la regione si espresse per il 56% per il “remain” hanno chiesto espressamente il voto per andare a Westminster e lottare per un Brexit più “soft” possibile, e l’elettorato sembra aver riposto fiducia in loro.

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Nonostante tutto, però, il Brexit e la sua gestione saranno il tema principale della politica britannica nei prossimi due anni, il tempo che richiederà il negoziato come stabilito dal celebre articolo 50. I punti di scontro tra le forze in campo sono molti, e primo tra tutti spicca la durezza dell’uscita dall’Unione. Se per i sostenitori del cosiddetto “Hard Brexit” deve essere radicale e comprendere l’uscita netta da tutti gli accordi, compreso mercato unico e area di libera circolazione, per i “Softers” sono necessari dei compromessi con il continente. Questa divisione non è solo tra partti, ma esiste anche al loro interno e con una maggioranza tanto instabile questo dettaglio è potenzialmente esplosivo.

Altro punto cruciale è l’atteggiamento da tenere verso l’Irlanda, che rappresenterà un confine terrestre tra Regno Unito e Unione Europea. La discussione che si terrà a Bruxelles verterà sull’assegnare o meno un particolare status alla repubblica irlandese e questo rischia di rappresentare un punto decisamente controverso, specialmente nei riguardi del rapporto con il DUP. Il partito che dovrebbe assicurare l’appoggio esterno ai Conservatori si troverà ovviamente a discutere di questo tema anche nel Parlamento di Belfast con gli avversari di sempre di Sinn Féin, che si sono già detti a favore dello Status.

I negoziati iniziano tra meno di 10 giorni e il Regno Unito ha fretta di presentarsi con una maggoranza di governo. Se questa sarà stabile o se la stessa May sarà obbligata dal suo stesso partito a fare un passo indietro è ancora tutto da vedere ma, indubbiamente, la posizione negoziale del Regno Unito appare decisamente più debole di un mese fa.

 

Fonti e Approfondimenti:

Elezioni Regno Unito: l’Irlanda del Nord tra Brexit e riunificazione

http://www.telegraph.co.uk/news/2017/06/02/nicola-sturgeon-suggests-snp-would-prop-labour-minority-government/

https://www.opendemocracy.net/uk/adam-ramsay/so-who-are-dup

https://www.theguardian.com/politics/2017/jun/09/tim-farron-mocks-theresa-mays-own-coalition-of-chaos

http://www.telegraph.co.uk/news/2017/06/09/election-results-2017-theresa-may-clings-power-needs-support/

https://www.theguardian.com/politics/2017/jun/09/theresa-may-reaches-deal-with-dup-to-form-government-after-shock-election-result-northern-ireland

http://time.com/4804846/uk-elections-liberal-democrats/

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