Sud Sudan: il percorso verso l’indipendenza

In un periodo in cui il Sud Sudan è al centro dell’attenzione a causa della grave crisi umanitaria che sta affliggendo alcune zone del paese, è necessario capire come si è arrivati a questo punto con una serie di articoli che parleranno della storia del paese prima dell’indipendenza, della storia dopo l’indipendenza e della guerra civile che ormai dalla fine del 2013 distrugge il neonato paese, degli attori internazionali che partecipano, direttamente e indirettamente, al conflitto e della crisi umanitaria, dei costi sociali di questa e dei tentativi di risoluzione finora attuati

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La battaglia per l’indipendenza del Sud Sudan, conclusasi nel 2011, trova le sue radici nel XIX secolo. Il periodo di dominazione turco-egiziano e quello anglo-egiziano hanno entrambi contribuito a creare astio tra il nord e il sud del vecchio Sudan. La parte Nord del paese è prevalentemente musulmana: l’arabizzazione e la graduale islamizzazione dell’area ebbero inizio in tempi molto lontani, intorno al VII secolo, quando gli arabi si spostarono in tali zone per dedicarsi alla pastorizia e all’agricoltura. Il Sud, invece, rimase estraneo alla penetrazione araba fino al XIX secolo e fu per lungo tempo prevalentemente cristiano o animista.

Il periodo della dominazione

Fu durante il periodo di dominio turco-egiziano, tra il 1820 e il 1882, che le due realtà furono unificate per la prima volta. I turco-egiziani, prevalentemente musulmani, furono in grado di colonizzare velocemente la parte settentrionale del paese, mentre fu graduale la conquista del potere nella zona meridionale, che faceva gola per gli schiavi e per l’avorio, il commercio dei quali era già praticato prima dell’effettiva occupazione.

Nel 1882 gli inglesi occuparono l’Egitto e il dominio turco-egiziano sul Sudan ebbe fine. Per tre anni un gruppo di rivoltosi del nord capeggiati da Mohammed Ahmed ibn al-Sayyd Abdallah, anche detto Mahdi, redentore, cominciò a combattere per la conquista dei territori sudanesi, finchè questi riuscirono a prendere Khartoum, nel 1885. Durante il periodo Mahdi la conversione all’Islam divenne obbligatoria anche per le popolazioni del sud, fu imposta la legge islamica, la sharia, e l’arabo divenne lingua di stato. Il regno Mahdi però non durò molto: nel 1898 le truppe britanniche riuscirono ad uscire vittoriose dallo scontro e il periodo del dominio anglo-egiziano sul Sudan ebbe inizio.

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Gli inglesi, consci delle differenze esistenti tra il nord e il sud della zona di condominio, decisero, a partire dai primi anni venti, di amministrare le due zone in modo diverso. Essi applicarono un sistema di segregazione della parte meridionale che non doveva essere messa in contatto con l’islamismo dei popoli del nord, infatti l’arabo era stato sostituito dall’inglese e la diffusione del cristianesimo veniva incoraggiata. Vennero tagliate tutte le relazioni tra in nord e il sud, venne impedita la circolazione di uomini da una parte all’altra, perfino di mercanti, essendo questi quasi sempre arabi. La segregazione durò fino al 1947, e durante questi venticinque anni, il meridione rimase diviso nelle tre province di Equatoria, Bahr el Ghazal e Upper Nile, nelle quali gli investimenti inglesi volti allo sviluppo della regione erano stati quantomeno scarsi. Nel 1947 ci fu una conferenza a Juba in cui si sarebbe dovuto parlare dei rapporti tra nord e sud: in realtà i nordisti avevano già preso la loro decisione e reclamavano per un paese unito a seguito dell’indipendenza; i rappresentanti politici del sud non ebbero altra scelta se non accettare, a volte dopo essere stati minacciati.

L’indipendenza del Sudan

Quando si iniziò a parlare di indipendenza, gli inglesi cambiarono politica e, spinti dalle richieste dei leader del nord, accettarono di dare in mano ai futuri governanti un paese unito. In poco tempo la classe dirigente araba mostrò la propria volontà di riportare il paese ai tempi del regime Mahdi e anche se durante gli accordi che avevano preceduto l’indipendenza, avvenuta nel 1956, si era parlato di sistema federale, la promessa non fu mantenuta.

La prima guerra civile (1955-1972)

Già nel 1955 si erano formati i primi gruppi secessionisti che accesero alcuni focolai di rivolta che segnarono l’inizio della prima guerra civile, che si protrarrà per diciassette anni. Solo nel 1962, però, la Sudan Africa National Union organizzò una serie di operazioni di guerriglia, chiamate Anyanya. Svariati gruppi presero parte ai combattimenti per la secessione, mentre il processo di arabizzazione e islamizzazione portato avanti dalle élites del nord proseguiva, finché nel 1971, Joseph Lago riuscì ad unificarli in un unico fronte armato noto come Southern Sudan Liberation Movement. Gli obiettivi dei ribelli in questo primo lungo scontro riguardavano l’estensione della rappresentanza del sud nelle istituzioni statali e l’ampliamento dell’autonomia della regione meridionale.

Nel frattempo il governo civile del periodo successivo all’indipendenza si era mostrato incapace di risolvere la questione nord-sud così come i problemi economici che stavano mettendo il paese in ginocchio e nel maggio del 1969, un gruppo di giovani ufficiali attuò un colpo di stato. Il gruppo era capeggiato da Jaafar Nimeiri, il quale si avvicinò al campo sovietico ed instaurò un processo di sviluppo non capitalista, il socialismo sudanese. Il paese venne trasformato in un regime a partito unico, e, nel 1971, i comunisti, i quali avevano tentato a loro volta di spodestare Nimeiri con un nuovo coup d’état, vennero cacciati dall’alleanza di governo. Fu presto evidente che il socialismo sudanese era solo una scelta di convenienza, abbandonata subito dopo gli eventi del 1971 e soppiantata da un sistema di stampo liberista.

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La fine della guerra arrivò nel 1972, alla firma degli Accordi di Addis Ababa. Nimeiri si era ormai reso conto dell’impossibilità di concludere il conflitto militarmente e optò per una soluzione politica, così i delegati di governo incontrarono gli inviati dei gruppi ribelli e dopo lunghe discussioni giunsero alla firma di un accordo di pace, concedendo alla regione meridionale una larga autonomia e consentendole di avere un proprio organo legislativo ed un esecutivo, capaci di gestire tutte le questioni tranne quelle riguardanti la gli affari esteri e la difesa nazionale. Anche le religioni, le lingue e gli usi e  i costumi degli abitanti del sud vennero riconosciuti e i combattenti dell’Anyanya vennero integrati nell’esercito. Una decade di pace seguì gli accordi, ma all’inizio degli anni Ottanta, una nuova guerra civile travolse il paese.

La seconda guerra civile (1983-2005) e l’indipendenza

I problemi iniziarono alla fine degli anni Settanta: la popolarità di Nimeiri stava diminuendo, le condizioni economiche del paese erano peggiorate ed era stato necessario l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale per ripagare i debiti; in più nel 1979 erano stati scoperti dei giacimenti di petrolio a sud e il governo aveva provato a negare le rendite di questi alle popolazioni meridionali, prima ridisegnando i confini tra le regioni, atto contrario agli accordi di Addis Ababa, poi raffinando il petrolio in siti diversi da quello di estrazione. Situazioni simili vennero riscontrate nella gestione di altre risorse naturali, come l’acqua e la terra coltivabile. Nimeiri raggiunse l’apice delle sue azioni nel 1983, quando abolì il governo regionale del sud, legalmente eletto, così come l’assemblea legislativa, e agì di nuovo contrariamente agli accordi del 1972 frammentando il sud in tre regioni. L’arabo divenne di nuovo lingua di stato, la sharia venne imposta ancora una volta.

La risposta del sud fu la formazione del Sudan People’s Liberation Movement, affiancato da un proprio gruppo armato, la Sudan People’s Liberation Army, capeggiato da John Garang de Mabior. Nel contempo alcuni scontri etnici avvenivano all’interno del neonato gruppo ribelle tra i Dinka, i più numerosi, e le varie minoranze, fino a portare alla creazione di nuove fazioni armate dopo la secessione di alcuni combattimenti dal SPLM, fazioni che si scontravano tra loro, oltre che combattere contro  le truppe di Khartoum.

Nel 1989 un nuovo colpo di stato portò al potere Omar al-Bashir, che in pochi anni consolidò il suo potere e divenne presidente. Egli subito dichiarò ogni altro partito illegale, proibì la costituzione di organizzazioni umanitarie, chiuse tutte le testate giornalistiche indipendenti, cos’ come i sindacati. Anche al-Bashir sottomise alla legge islamica tutti i territori dello stato.

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La guerra si concluse solo nel 2005, quando venne firmato il Comprehensive Peace Agreement (CPA), a Naivasha, in Kenya. Agli accordi erano presenti i rappresentanti del SPLM e quelli del governo di Khartoum; le parti furono accompagnati dall’Intergovernmental Authority on Development, lì per incoraggiarle a concludere gli scontri. A seguito degli accordi, come era stato in essi previsto, venne formato un governo democratico per tutto il Sudan, non senza diatribe, tanto che il capo di esso veniva sostituito ogni tre mesi alternando un rappresentante di Khartoum e uno di Juba, attuale capitale del Sud Sudan, e si cercò di dividere equamente le rendite del petrolio.

Il CPA, segnò anche le tappe che avrebbero portato le regione del sud all’indipendenza, ottenuta poi nel 2011 a seguito di un referendum tenutosi tra il 9 e il 15 gennai al quale il 98,83% della popolazione aveva votato a favore della creazione della Repubblica del Sud Sudan, avvenuta poi il 9 luglio dello stesso anno.

 

Fonti e Approfondimenti :

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