Cultura e giustizia per i diritti umani del domani: la terra (ancora) promessa cinese

Pur confermandosi campione di crescita economica e di scelte geopolitiche sempre più premianti, la Cina dei nostri giorni continua a convivere con una delle più consistenti lacune in termini di sviluppo culturale e umano: il riconoscimento pieno dei diritti umani, senza distinzione etnica o di altra natura.

Il concetto di “rule of law” non è, difatti, proprio del panorama culturale cinese ed è stato importato dal mondo occidentale non senza critiche e rivisitazioni. Nella Cina odierna, infatti, tale principio è sostanzialmente posto sotto il giogo del partito comunista, delle sue necessità e delle sue interpretazioni. E’ indubbio, d’altro canto, che consistenti passi in avanti si sono avuti nel riconoscimento di un più organico sistema di giustizia, ma la dipendenza dalla politica è talmente radicata, da inficiarne l’effettiva funzionalità.

A ben vedere, Pechino ha ben due modelli a cui potersi ispirare, direttamente alla sua periferia: Hong Kong e Macao sono infatti due sistemi da sempre considerati un riferimento per la garanzia dei diritti umani perché legati ad una tradizione “continentale”.

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Ciononostante, nell’ultimo decennio, sembra che vi sia un’inversione di tendenza: sono le due Regioni amministrative speciali a risentire dell’influsso dell’organizzazione centrale, con una considerevole riduzione delle capacità di applicazione delle necessarie norme.

Pur non affrontando il tema in una prospettiva storica, ed attenendoci ai più recenti sviluppi, è indubbio che in tempi appena trascorsi si sia assistito ad un considerevole numero di limitazioni in termini di garanzia di diritti umani, anche solo ai danni di chi li ha sponsorizzati. In particolare, molto forte è rimasta la repressione dell’autonomia religiosa soprattutto nello Xinjang e in Tibet.

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Inoltre, non solo sono stati considerevolmente ridotti gli spazi di autonomia per l’introduzione di leggi di sicurezza nazionale, ma nuove regolamentazioni sulla gestione delle Organizzazioni non governative operanti nel territorio cinese hanno imposto una loro sostanziale limitazione sulle attività svolte. In altre parole, una cosciente stretta nell’organizzazione della società civile, con conseguente sopravvivenza solo di quelle associazioni dallo spessore labile e per lo più a carattere temporaneo.

Nel Marzo del 2016, si è anche assistito ad un ennesimo tentativo da parte della polizia di limitare la libertà di espressione di quanti hanno espresso dissenso nei confronti del presidente Xi Jinping, per mezzo di una lettera: i “responsabili” sono stati arrestati. Dinnanzi a tale affronto, il governo ha risposto riaffermando i valori nazionali su cui la Cina si fonda, anche attraverso specifiche censure internet. Solo alcuni grandi colossi, infatti, hanno deciso di sfilarsi dalle richieste di limitazione contenutistica proposta da Pechino, nel timore di perdere una comunque consistente fetta di mercato. Poco ci è dato di sapere, invece, in relazione alla questione della pena di morte. Essendo di fatti i documenti a riguardo secretati, l’unica fonte attendibile è quella ufficiale del governo che parla di una sostanziale riduzione a casi di estrema gravità.

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Più complicata la questione dei diritti delle donne. L’uguaglianza di genere è infatti uno dei principi cardini ed ispiratori dei regimi comunisti. Ciononostante, la discriminazione in Cina è molto forte, soprattutto per quanto concerne il diritto alla maternità. Solo molto di recente la politica di un figlio per famiglia è stata abrogata, consentendo di avere due figli. Non è stata, a ben vedere, una scelta indice di una maggiore apertura verso i diritti delle donne, ma piuttosto una piena comprensione dell’invecchiamento della popolazione, cui bisogna porre rimedio, in considerazione delle problematiche legate alla pensione ed alla sanità. Nessuna legge è al momento esistente relativamente alla protezione dei diritti delle comunità LGBT, sia in termini di diritti civili sia per arrestare i fenomeni di violenza ai danni della collettività.

Su tutti questi temi, e più in generale sulla questione elettorale e della libertà politica, l’organizzazione della società civile ha avuto limitatissimi successi. Nessuna realistica alternativa al Partito comunista, in particolare, appare al momento esistente.

Concentrandosi sulle singole aree geografiche di maggiore criticità, in Tibet le autorità in rappresentanza del governo centrale sono ancora molto presenti nella regione, come mostrato dal fermo di leader locali, attivisti e letterali. La drammaticità della situazione è restituita dalla volontà del governo centrale di non restituire il corpo senza vita di Tenzin Delek Rinpoche, un importante attivista tibetano, morto in carcere, probabilmente per maltrattamenti subiti. Un programma di abbattimento dei luoghi di culto è stato portato avanti per una sostanziale parte del 2016. In alcune comunità tibetane, la violenza di tali incursioni ha anche dimezzato il numero di abitanti, con pesanti conseguenze per il mantenimento di usi e costumi tradizionali (per maggiori informazioni sulle etnie cinesi clicca qui).

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Non meno dure le scelte relative alla discriminazione degli uiguri musulmani della regione del Xinjiang. Il crescente terrorismo internazionale a firma islamica ha anche spinto le autorità locali ad implementare una legge di contrasto al terrore, dai tratti totalmente discriminanti e al limite della dignità umana.

Una rapida menzione merita anche Hong Kong. La regione amministrativa speciale, come si diceva, sembra essere meglio piazzata quanto a libertà politica, nonostante anche l’elezione dell’ultimoChief executive abbia dimostrato la sostanziale ingerenza cinese negli affari locali. Anche l’elezione del Legislative Council ha registrato episodi di particolare rilievo politico, con alcuni deputati allontanati dall’Assemblea perché avrebbero rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica popolare cinese. Peggiore piazzamento lo si riscontra quanto agli altri ambiti di riferimento dei diritti umani. Il ricambio generazionale dei giudici, infatti, precedentemente legati all’eredità inglese, sembra essersi completato ed il sistema giudiziario appare ora maggiormente legato ad una tradizione di matrice cinese.

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In definitiva, il declino della garanzia dei diritti umani e dei difensori dei medesimi, già iniziato nel luglio 2015 e perpetrato nel 2016 sembra essere un trend ancora presente. Di fatto, la promessa del governo di muoversi entro un quadro di almeno formale rispetto della rule of law sembra del tutto irrealizzata. Anche le riforme giudiziare introdotte di recenti, infatti, hanno solo teso a nascondere, e non eliminare, fenomeni come la tortura e la pena di morte.

FONTI E APPROFONDIMENTI

https://www.hrw.org/world-report/2016/country-chapters/china-and-tibet

https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2017/china

http://thediplomat.com/2017/05/how-china-wound-up-outside-the-international-human-rights-debate/

Angle C.S., Human rights in chinese thought, Cambriedge Univerisity Press, 2002

Biddulph S., The stability imperative: human rights and law in China, Univeristy of Washington Press, 2015

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