Accordo tra Stati Uniti e Talebani: un primo passo verso la pace in Afghanistan?

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di Giuseppe Maria De Rosa

Il 29 febbraio 2020 potrebbe essere ricordato come un giorno fondamentale nella guerra in Afghanistan. Gli Stati Uniti e i Talebani hanno ufficialmente sottoscritto un accordo per porre le condizioni utili al raggiungimento della fine delle ostilità nel Paese. La sigla del documento, avvenuta a Doha in Qatar – sede dei lunghi negoziati intercorsi tra gli Stati Uniti e la rappresentanza dei Talebani – è giunta a conclusione di una settimana di “riduzione della violenza”.

È bene precisare, tuttavia, che il documento siglato a Doha non è un accordo di pace, ma piuttosto un framework entro cui articolare le azioni necessarie alla definitiva cessazione del conflitto. Una pace duratura in Afghanistan non si potrà raggiungere se prima non avrà luogo un imprescindibile dialogo intra-afghano. Tuttavia, gli avvenimenti delle ultime settimane hanno messo in evidenza gli ostacoli che potrebbero pregiudicare il raggiungimento di un’effettiva riconciliazione.

I rischi del ritiro statunitense

Gli americani si sono impegnati a provvedere al graduale rimpatrio del personale impiegato in Afghanistan: dalle attuali 13000 truppe schierate, a circa 8600 unità nell’arco di circa 135 giorni. Per il totale rimpatrio delle truppe, comprese quelle della coalizione NATO, invece, bisognerà attendere i successivi quattordici mesi.

Gli Stati Uniti, attraverso il ritiro di circa un terzo del proprio personale, riuscirebbero finalmente a dare inizio al disimpegno da un conflitto che li vede coinvolti da quasi un ventennio. Conflitto costato due trilioni di dollari e in cui hanno perso la vita 2400 soldati. Si tratterebbe di una notevole vittoria politica per Donald Trump in vista delle presidenziali 2020 e la realizzazione di una delle promesse fatte all’epoca del successo elettorale del 2016.

Tuttavia, un ritiro affrettato delle truppe statunitensi potrebbe favorire una recrudescenza delle attività dei Talebani. Soprattutto perché non sono chiare le modalità con cui si intende monitorare e verificare il rispetto dell’accordo da parte degli insorgenti. O quali azioni del gruppo ne determinerebbero una violazione, e dunque la sua fine. L’interruzione di ogni legame con al-Qaeda, così come l’inizio del dialogo intra-afghano, sembrerebbero dipendere unicamente dalla parola dei Talebani.


Disparità tra insorgenti e forze di sicurezza afghane

La quasi ventennale presenza “boots on the ground” degli Stati Uniti non è stata in grado di scoraggiare gli insorgenti. Non è da escludere quindi che, a rimpatrio ultimato o in vista di una riduzione della presenza statunitense, i Talebani riprendano le ostilità contro il governo di Kabul e tentino di allargare la propria zona di influenza. Già lo scorso 19 marzo, ventisette membri delle forze di sicurezza afghane sono stati uccisi in una base militare nel sud del Paese e il governo ha accusato i Talebani dell’attacco.

Non solo, ma le stesse formazioni terroristiche come al-Qaeda o la wilayat afghana dello Stato Islamico (Islamic State of Iraq and Levant – Khorasan Province) potrebbero trovare nuovo spazio in un Paese a quel punto privo del cruciale sostegno militare internazionale. Sono stati un monito in tal senso gli attacchi rivendicati dall’ISIL del 6 marzo durante un raduno sciita e del 25 marzo contro un tempio sikh di Kabul, in cui hanno perso la vita più di cinquanta persone. Gli attacchi hanno segnato il ritorno in azione del gruppo terrorista dopo l’annuncio lo scorso novembre, da parte del presidente Ashraf Ghani, della sconfitta dell’ISIL nella provincia del Nangarhar. Per di più, se si considera che il secondo attentato ha richiesto ore di assedio da parte dei membri dell’Afghan National Army Commando Corps (ANA) per neutralizzare i terroristi, emerge come le forze di sicurezza afghane soffrano ancora di gravi carenze.

Le difficoltà di un dialogo intra-afghano

Al graduale ritiro delle forze statunitensi sarebbe dovuto corrispondere, entro i 15 giorni successivi alla firma, l’avvio delle trattative tra i Talebani e il governo del rieletto Ashraf Ghani. Il governo centrale di Kabul, a sua volta, avrebbe dovuto liberare 5000 talebani detenuti nelle carceri del Paese. Infine, di concerto con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe procedere a rimuovere i Talebani dalla lista dei soggetti sottoposti a sanzioni a partire dal 29 maggio.

Il governo centrale di Kabul si ritrova tuttavia a dover rispettare i termini di un accordo che non ha negoziato, non essendo stato invitato a prendere parte alle trattative in Qatar. Il rilascio di 5000 insorgenti, precondizione all’avvio dei negoziati, ha rapidamente suscitato l’opposizione di Ghani. Difatti, il rischio per il governo centrale è quello di rinunciare a un’importante leva nei confronti dei Talebani, senza alcun tipo di garanzia che questi si impegnino nei negoziati o mettano fine alle ostilità. Ghani aveva inizialmente proposto una parziale liberazione di 1500 prigionieri, incontrando tuttavia il totale diniego dei Talebani. La situazione sembrava essersi parzialmente sbloccata il due aprile, quando entrambe le parti avevano annunciato lo scambio di 100 Talebani per 20 esponenti delle forze di sicurezza afghane. Tuttavia, finora solo il governo ha tenuto fede all’impegno preso, mentre i Talebani hanno interrotto le trattative.

A parte sul rilascio dei prigionieri, gli insorgenti si sono anche opposti lo scorso 28 marzo ai ventuno membri, tra cui cinque donne, scelti per la delegazione afghana guidata dall’ex capo dei servizi di intelligence afghani, Masoom Stanekzai. Secondo il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujad, il team negoziale non sarebbe stato composto tenendo in considerazione tutte le parti in causa. La portavoce del ministero per gli Affari di Pace, Najia Anwari, ha sottolineato invece che le rimostranze dei Talebani sarebbero ingiustificate in quanto la delegazione era frutto di ampie consultazioni all’interno della società.

A complicare l’inizio dei negoziati vi è inoltre la persistenza di una profonda faglia interna al governo di Kabul. La tornata elettorale dello scorso settembre ha registrato un’affluenza particolarmente bassa e i sei mesi trascorsi dalla chiusura delle urne sono stati caratterizzati da denunce di brogli elettorali e irregolarità. Il rivale di Ghani, Abdullah Abdullah, all’indomani della proclamazione ufficiale dei risultati elettorali, ha prontamente annunciato di voler insediare un proprio governo parallelo. Non solo, ma lo stesso giorno in cui Ghani ha giurato come nuovo presidente, anche Abdullah ha tenuto una propria cerimonia di investitura.

Se nel 2014 l’intervento statunitense aveva posto fine allo scontro tra Ghani e Abdullah con la creazione della carica del Chief Executive (una sorta di primo ministro) da affidare proprio ad Abdullah, in questa circostanza, dato il disimpegno degli USA, sembrerebbe che Ghani dovrà riuscire da solo a ricomporre i dissidi politici interni all’Afghanistan. Soprattutto alla luce di quanto affermato dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, durante la sua ultima visita a Kabul. Di fronte al fallimento dei tentativi di mediazione tra Ghani e Abdullah, Pompeo aveva infatti annunciato un taglio agli aiuti statunitensi all’Afghanistan per il valore di un miliardo di dollari.

Anche se i negoziati dovessero avviarsi, resta l’incognita di come accomodare le notevoli differenze che intercorrono tra le parti in causa. I mutamenti che la società afghana ha sperimentato negli ultimi diciotto anni, a partire dalla costituzione che si è data nel 2004, non incontrano i favori dei Talebani. In particolare, i progressi sotto il profilo dei diritti umani e delle donne, temi cui l’accordo tra Stati Uniti e Talebani non fa menzione, potrebbero costituire un motivo di attrito. Non solo, ma anche alcune idee ancora ampiamente diffuse nei ranghi talebani dovranno necessariamente essere accantonate. In particolare, la volontà di restaurare l’Emirato Islamico risulta assolutamente agli antipodi rispetto alle conquiste maturate negli ultimi 18 anni dalla società afghana.

Conclusioni

In conclusione, il documento sottoscritto a Doha non pone fine al conflitto in Afghanistan, ma potrebbe segnare un importante primo passo verso il dialogo, in un Paese in guerra da tanti, troppi anni. Tuttavia, se è vero quanto asserito dal deputy leader talebano Sirajuddin Haqqani sul New York Times che l’obiettivo è il perseguimento di un Afghanistan non isolato a livello globale, ciò potrà avvenire solo grazie all’aiuto della comunità internazionale. E questo, a sua volta, sarà possibile solo se i Talebani accetteranno di scendere a compromessi e sedersi al tavolo negoziale, rifuggendo dall’uso della forza.

D’altro canto, il presidente Ghani dovrà presentarsi ai negoziati avendo compattato i ranghi. Su questo fronte uno sviluppo positivo sembra essere l’inclusione degli alleati di Abdullah nel team negoziale e il supporto pubblico dato da quest’ultimo alla lista a fine marzo. Infine, non bisognerà dimenticare il ruolo degli Stati Uniti: qualunque amministrazione guiderà la Casa Bianca nei mesi a venire dovrà farsi carico di monitorare il buon esito dei negoziati. Solo esercitando le dovute pressioni e non escludendo – in caso di necessità – la possibilità di una sospensione al rimpatrio del personale militare, Washington potrà favorire il raggiungimento di una pace duratura che garantisca tanto la sicurezza regionale quanto quella degli Stati Uniti.

Fonti e approfondimenti

“Allies of Self-Proclaimed President Appoint New Governor in North”, Afghanistan Times, 22 febbraio 2020

Are the Taliban Serious about Peace Negotiations?”, International Crisis Group, 30 marzo 2020

Carter Malkasian, “The Real Test in Afghanistan Is Still to Come, Foreign Affairs, 27 febbraio 2020

Claudio Bertolotti, “L’accordo di Trump è una vittoria per i talebani?, Affari Internazionali, 29 febbraio 2020

Giuliano Battiston, “Afghanistan: Usa e Talebani cercano la pace, al via la tregua, Ispi, 21 febbraio 2020

James B. Cunningham “Agreement with the Taliban: What next?”, Atlantic Council, 29 febbraio 2020

James B. Cunningham, “The next US-Taliban deal is just one step—and the Afghans must have their say—on the path toward peace in Afghanistan”, Atlantic Council, 18 febbraio 2020

Robbie Gramer, Dan Haverty, “Can the Afghan Peace Deal Survive Early Setbacks?, Foreign Policy, 5 marzo 2020

Sheerena Qazi, “Will the Ghani-Abdullah rivalry undermine Afghan peace process?”, AlJazeera, 22 febbraio 2020

Stefanie Glinski, “U.S.-Taliban Peace Deal Under Fire”, Foreign Policy, 4 marzo 2020

 

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