Mentre salviamo il mondo, smantelliamo il colonialismo climatico

Cop27_LoSpiegone
@Mark Dixon - CC BY 2.0

Lo scorso 18 novembre si è conclusa la ventisettesima Conference of the Parties (Cop27), conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico tenutasi nella città egiziana di Sharm el-Sheikh. La scelta di una località universalmente nota per il turismo di massa per organizzare un summit internazionale focalizzato sull’urgenza di arginare il cambiamento climatico sembra abbastanza ipocrita; tuttavia, questo evento è stata l’occasione per porre all’attenzione internazionale una serie di problematiche di rilievo. Oltre alla questione del regime dittatoriale nel Paese ospitante, guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi, portata in primo piano da Sanaa Seif, sorella del prigioniero politico Alaa Abd el-Fattah, molti attivisti hanno sottolineato l’ancora irrisolto problema del colonialismo climatico.

Il CO2lonialismo

Il termine “colonialismo climatico” (ribattezzato anche CO2lonialismo, dalla formula chimica dell’anidride carbonica) è stato coniato da Farhana Sultana, docente presso il Dipartimento di geografia e ambiente alla Syracuse University, per indicare quell’insieme di dinamiche, createsi in epoca coloniale, che persistono ancora oggi provocando uno sbilanciamento tra i Paesi occidentali e quelli del Sud globale. I primi sono quelli che sul lungo termine hanno avuto gran parte della responsabilità nel causare gli sconvolgimenti ambientali; i secondi sono quelli che risentono maggiormente di questi cambiamenti, soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali dove per motivi geografici i disastri legati al clima rappresentavano un problema già prima dell’industrializzazione. 

Il colonialismo climatico si esprime quindi tramite quelle forme di capitalismo, consumismo, monopolizzazione e sfruttamento indiscriminato delle risorse ed egemonia politico-economica che hanno un impatto climatico sui Paesi più poveri e sottosviluppati. Ne sono un esempio l’accaparramento di terre e risorse idriche, l’estrazione di materie rare e la deforestazione. Anche quelle iniziative portate avanti da grandi aziende e organizzazioni internazionali volte a trovare soluzioni eco-friendly sono spesso semplici mosse di greenwashing (ovvero un ambientalismo di facciata atto a oscurare il vero impatto ambientale di una determinata attività) progettate per arricchire pochi ai danni delle comunità locali già impoverite. Le strutture imperialiste e capitaliste del commercio globale, unite alla dominanza politica e ideologica di alcuni Paesi a scapito di altri, mantengono in piedi il colonialismo climatico. 

Chi ha distrutto l’ambiente non pagherà

Il principale risultato raggiunto nei tredici giorni della conferenza Cop27 è stato l’accordo per la creazione di un fondo loss and damage (perdita e danno) da destinare ai Paesi più poveri colpiti da disastri ambientali. Le calamità legate al surriscaldamento globale e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse (come il disboscamento) si presentano in tutto il mondo, ma anche in virtù del colonialismo climatico in alcune aree gli effetti sono particolarmente disastrosi. Tra gli esempi più recenti, vi sono la Somalia e il Pakistan, i cui abitanti stanno subendo rispettivamente una carestia provocata da una forte siccità e gli effetti di alluvioni devastanti. La realizzazione di un simile fondo è certamente un passo importante per permettere anche ai Paesi meno ricchi di salvaguardarsi dalle calamità naturali, o quantomeno avere a disposizione i mezzi necessari per rimediare ai danni causati. 

Tuttavia, questo non esonera gli Stati più ricchi e industrializzati dalle responsabilità per i danni causati da decenni di inquinamento massiccio. Proprio in occasione del Cop27 la questione era stata sollevata, salvo poi essere messa da parte della delegazione statunitense guidata da John Kerry, ben cosciente del fatto che se i Paesi che nel lungo periodo hanno inquinato di più dovessero assumersi il carico delle loro emissioni, Washington sarebbe costretta a pagare un conto molto salato.

Il rifiuto di questo debito storico è un’altra espressione del colonialismo climatico, che in questo caso tende a omogeneizzare la popolazione mondiale distribuendo equamente i biasimi tramite decontestualizzazione. La colpa per il surriscaldamento globale viene infatti riversata indistintamente su tutta l’umanità, eliminando le ineguaglianze nei rapporti globali di potere e le sostanziali differenze tra le diverse regioni del mondo, in gran parte derivanti proprio dall’epoca coloniale. Lo stesso termine “Antropocene” è stato criticato perché raggruppa tutta l’umanità in una generica massa di responsabili senza distinzioni, appiattendo le responsabilità storiche. 

Dall’eucalipto al tilacino: quando l’occidentale ne sa di più

Tutto ciò non implica che si debba cedere all’immagine del “buon selvaggio” e dipingere i Paesi del Sud globale come luoghi ameni e perfetti distrutti unicamente dalla cattiveria dei “bianchi” sfruttatori. Tuttavia, è innegabile che il colonialismo occidentale e lo sviluppo del capitalismo globale siano alla base dei rapporti ineguali tra le varie regioni del mondo. Con la complicità della Rivoluzione industriale gli europei hanno gettato la base delle odierne dinamiche di potere e sfruttamento che causano e alimentano il cambiamento climatico. 

Il colonialismo climatico non riguarda solo l’inquinamento atmosferico e il surriscaldamento del pianeta. Anche la distruzione degli ecosistemi e la riduzione della biodiversità a livello mondiale sono collegabili all’espansionismo europeo. Per produrre i cosiddetti cash crops, prodotti agricoli da destinare al mercato globale, le foreste sono state abbattute e l’eccessivo sfruttamento ha impoverito i terreni accelerando la desertificazione. Questo processo è avvenuto, ad esempio, nelle colonie francesi in Africa alla fine del XIX secolo e si è svolto pochi decenni fa nella Palestina meridionale, dove gli uliveti sono stati sradicati dai coloni israeliani per creare piantagioni di eucalipto. 

La distruzione degli ecosistemi, unita all’introduzione di specie alloctone e invasive all’interno di ecosistemi fragili e alla caccia sregolata per motivi commerciali o sportivi, ha cancellato innumerevoli specie animali e ne ha portate molte altre sull’orlo dell’estinzione. Oltre al celeberrimo dodo, sono stati vittime del colonialismo e dei processi a esso collegati (per citarne solo una manciata) il tilacino in Australia, la tigre del Caspio, il quagga africano e il gufo sghignazzante della Nuova Zelanda. 

Quando poi gli esseri umani si sono resi conto del degrado della biodiversità a livello mondiale hanno cercato di correre ai ripari. Ma anche la conservazione della natura può essere colonialista, specialmente nei confronti delle comunità indigene. Adottando una prospettiva eurocentrica,  o forse in nome di una nuova “missione civilizzatrice” mirata a insegnare a popoli che abitano una determinata area da secoli come si conserva tale nicchia ecologica, gli sforzi conservazionisti che mirano a rimediare ai danni causati dagli occidentali vanno a colpire i nativi, che sono costretti ad abbandonare territori da destinare a diventare aree protette o ad abbandonare i metodi di sussistenza tradizionali. 

In breve, la decolonizzazione climatica richiede una riflessione non solo sul presente, ma anche sul passato, in modo da smantellare alla radice almeno una parte di quelle strutture che reggono le ineguaglianze a livello globale. Inoltre, una lotta alla crisi climatica decolonizzata permetterebbe l’elaborazione di un discorso e quindi di una ricerca di soluzioni più eque, derazzializzate e non eurocentriche

Il tempo è già scaduto

Decolonizzare e ricontestualizzare il discorso sul clima non è però sufficiente: occorrono cambiamenti significativi anche a livello politico, istituzionale, legale e materiale. I partecipanti al summit di Sharm el-Sheikh non sembrano aver capito nessuna di queste questioni. Infatti, per quanto importante, la decisione del fondo per le perdite e i danni è stata l’unica di rilievo all’interno del Cop27. In particolare, riguardo al taglio dell’uso di combustibili fossili o a un significativo cambiamento degli stili di vita iper-consumisti non è stato decretato nulla. È stato semplicemente ribadito l’obiettivo impedire che il surriscaldamento globale superi di 1.5 gradi i livelli di epoca pre-industriale. Tale limite è però sempre più prossimo all’essere irrimediabilmente oltrepassato e la mancanza di azioni concrete non fa altro che ridurre il tempo a disposizione per porre un rimedio ai danni causati. 

Data la consapevolezza del minuscolo margine temporale a disposizione, suscita perplessità la decisione di rimandare la stesura dei dettagli del fondo al Cop28, che si terrà il prossimo anno a Dubai (altra scelta piuttosto discutibile). I danni dei disastri naturali si abbattono sui Paesi più poveri ogni anno e con frequenza sempre maggiore: la necessità di un impegno concreto e immediato è sempre più urgente. 

Come ha fatto notare l’attivista britannico Asad Rehman, l’approccio dei Paesi più ricchi è immorale (per non dire ipocrita): mentre si parla di salvaguardare il pianeta nel nome del futuro dei figli e dei nipoti dell’Occidente, nel resto del mondo la gente sta già morendo a causa dei danni causati da altri.

 

Fonti e approfondimenti

Ehsan Masood, Jeff Tollefson, Aisling Irwin, COP27 climate talks: what succeeded, what failed and what’s next, Nature, 21/11/2022.

Middle East Eye, Cop27: What happened in Egypt and what was decided?, 20/11/2022.

Zeina Moneer, Moving beyond climate coloniality, Middle East Institute, 16/08/2022.

Farhana Sultana, The unbearable heaviness of climate coloniality, Political Geography, 2022.

Anuradha Varanasi, How Colonialism Spawned and Continues to Exacerbate the Climate Crisis, Columbia Climate School, 21/09/2022.

 

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