La lotta degli Indios dell’Ecuador per il diritto alla terra

“Monito ome goronte enamai”, il nostro territorio non è in vendita. Al termine della vicenza giudiziaria, queste le parole pronunciate da Nemonte Nenquimo, presidente di Conconawep, l’organizzazione Waorani della regione di Pastaza.

Il 26 aprile 2019 il Tribunale penale di Pastaza, in Ecuador, ha emesso una sentenza storica a favore degli indigeni americani. Nello specifico, il giudice ha ribadito il diritto all’autodeterminazione dei nativi:  le comunità devono essere interpellate adeguatamente in merito a qualsiasi decisione sui loro territori.
I protagonisti della vicenda sono lo Stato dell’Ecuador e la comunità Waorani: una popolazione amerindia della regione del Curaray costituita da circa 3000 individui. La controversia riguarda lo sfruttamento delle risorse petrolifere che in Ecuador ha avuto inizio negli anni ’70 e, ad oggi, è la principale voce tra le esportazioni del Paese (30% delle entrate statali).

Il tutto ha inizio nel 2012, quando l’allora presidente Rafael Correa decise di avviare le esplorazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana. Circa tre milioni di ettari di foresta pluviale primaria vennero divisi in sedici blocchi petroliferi da vendere all’asta internazionale. Tra questi il “Blocco 22”, il più esteso (circa 200 mila ettari), situato in terra indigena.

Il nodo centrale della controversia giudiziaria riguarda la consultazione della popolazione amerindia durante la procedura: il governo sostiene di aver consultato la popolazione in maniera adeguata, i diretti interessati reclamano invece di non essere stati opportunamente informati sulle conseguenze della decisione e di essere stati vittime di estorsione. La procedura ha seguito il suo corso, parallelamente alle proteste della popolazione indigena che, dopo l’aggiudicazione dell’appalto, non si sono fermate.

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Fonte: BeLatina

In tre anni, il popolo Waorani ha monitorato il territorio interessato dalla controversia per documentarne la complessità. Il risultato, frutto della collaborazione con l’organizzazione Digital Democracy, è una “mappa viva” che mostra il rapporto d’interdipendenza tra terra e forme di vita, una sorprendente testimonianza della relazione dei popoli indigeni con le proprie terre ancestrali.
La comunità Waorani, tramite il difensore civico, ha accusato i ministeri dell’energia e dell’ambiente di aver leso i propri diritti ancestrali tramite una consultazione fittizia. Secondo questa versione, i delegati ministeriali si sarebbero intrattenuti per meno di un’ora con la popolazione locale, distribuendo regali ed evitando di entrare nel dettaglio circa le conseguenze del consenso all’aggiudicazione del terreno.

Alla fine, il Tribunale ha dato loro ragione: la consultazione è avvenuta, ma in maniera inadeguata e insufficiente in termini di informazione ed effettiva capacità di contrastare la decisione da parte dei diretti interessati. La controparte ha già annunciato la volontà di ricorrere in appello, dove la decisione potrebbe essere ribaltata, ma la comunità non è intenzionata ad arrendersi.

 

I diritti degli indigeni sulle terre ancestrali

Quando parliamo dei diritti delle popolazioni indigene ci riferiamo alla specifica categoria dei diritti collettivi, ossia prerogative e tutele che non sono imputabili a singoli individui né possono essere esercitati se non in forma, appunto, collettiva.

Come stabilito dall’articolo 32 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP) del 2007, i popoli indigeni hanno il diritto di “definire le priorità e le strategie per lo sviluppo o l’utilizzo delle loro terre”. Il secondo comma delinea uno specifico obbligo di consultazione e cooperazione in buona fede in capo agli Stati. Ciò significa che prima di approvare qualsiasi progetto che influisca sulle terre indigene e le relative risorse, i governi devono ottenere il “consenso libero e informato” delle popolazioni coinvolte, soprattutto nel caso di progetti che riguardano la valorizzazione, l’uso o lo sfruttamento di risorse. In ogni caso è prevista la garanzia di un giusto ed equo indennizzo e l’obbligo di “mitigare l’impatto nocivo a livello ambientale, economico, sociale, culturale o spirituale” di ogni progetto, pur approvato previo consenso.

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Fonte: Twitter @UN4Indigenous

Il primo approccio internazionale alla questione dello sfruttamento delle terre indigene risale al 1989, con la firma della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). In questa occasione vengono riconosciuti ai popoli indigeni una serie di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui i diritti sulle terre ancestrali e il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro.
Interessante è che tra i firmatari della Convenzione ci siano anche molti Stati che non presentano comunità indigene nella propria popolazione, ma la cui politica estera e commerciale potrebbe avere, e di fatto ha, un impatto diretto sulla vita delle popolazioni in questione.

Nel 1996 viene adottata, a seguito dell’omonima Conferenza di Londra, la Dichiarazione su “Mining and Indigenous Peoples”. Quest’ultima si proponeva di mediare il conflitto tra comunità autoctone e multinazionali, introducendo ufficialmente le popolazioni indigene tra i decision makers per quanto riguarda l’eventualità e le condizioni di sfruttamento dei propri territori. Dopo tredici anni, nel 2009, a seguito della Conferenza di Manila la dichiarazione è stata aggiornata. Il punto di partenza è stato la scarsa incisività del precedente documento unita alla presa di posizione delle Nazioni Unite dell’anno precedente.
Tanto l’UNDRIP – come l’istituzione del Forum permanente sulle questioni indigene e dello Special Rapporteur sui diritti umani e libertà fondamentali della popolazione indigene – delineano una forte impalcatura formale di protezione. A questo si aggiunge la crescente attenzione sul rapporto tra diritti umani e multinazionali: la responsabilità sociale delle imprese trova nell’ambito del diritto alla terra delle popolazioni indigene una delle sue voci più critiche. La crisi legata al cambiamento climatico e la recente rinnovata attenzione sul tema pongono poi ulteriori sfide.

 

Contesto giuridico e giurisprudenza in Ecuador

Per quanto riguarda il contesto specifico dell’Ecuador, su 14.483 milioni di abitanti la popolazione indigena conta oltre il 7% del totale con circa 1 milione di persone divise in 13 nazionalità. Pur essendo una percentuale ridotta rispetto al 62% della Bolivia, il 41% del Guatemala o il 24% del Perù, l’Ecuador si definisce una Repubblica plurinazionale.

In ambito giuridico la Costituzione ecuadoriana dedica un intero capitolo, il quarto, ai diritti delle comunità indigene. L’articolo 57, nei suoi svariati commi, garantisce il diritto a sviluppare e rafforzare l’identità indigena e le tradizioni ancestrali e vieta ogni forma di razzismo e discriminazione fondata sull’identità etnica o culturale, pena risarcimento.
Vari punti sono dedicati al tema della terra: in primis si riconosce alle popolazioni indigene la proprietà “imprescrittibile” sulle proprie terre comunitarie. A questo si aggiunge il diritto all’aggiudicazione gratuita, nonché all’uso, amministrazione e conservazione delle risorse naturali rinnovabili che ne derivano. Al comma 7 viene esplicitamente sancito il diritto alla consultazione preventiva, libera e informata (CPLI): quest’ultima deve avvenire obbligatoriamente e in un lasso di tempo ragionevole e riguarda ogni progetto di esplorazione, sfruttamento e commercializzazione delle risorse non rinnovabili che si trovano nelle proprie terre e che possono avere conseguenze ambientali e culturali negative. È inoltre previsto che, qualora tali progetti ricevano il consenso delle popolazioni interessate, queste ultime debbano “partecipare” ai relativi benefici e ricevere degli indennizzi per qualsiasi pregiudizio.

Vari atti normativi emanati dai primi anni 2000 in poi sviluppano la tematica. Per citarne alcuni, la legge sullo sviluppo agrario ha tra gli obiettivi quello di garantire la sicurezza della proprietà individuale e collettiva della terra e rafforzare l’aspetto comunitario della produzione tradizionale. La legge sull’organizzazione e gestione delle comunas riconosce l’esercizio dei diritti collettivi per tutte le popolazioni indigene e, ancora, la legge sulle terre vacanti esclude esplicitamente da questa categoria tutte le terre ancestrali in possesso delle comunità indigene.

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Fonte: The Costa Rica News

A questo si accompagna poi una significativa giurisprudenza nazionale e internazionale in materia.

Pietra miliare è la pronuncia della Corte interamericana dei diritti dell’uomo sul caso Sarayaku v. Ecuador del 2012. In primo luogo, estende alle popolazioni indigene il diritto alla proprietà, sancito dall’articolo 21 della Convenzione americana dei diritti umani, in considerazione dello stretto rapporto tra comunità e terre ancestrali. Viene poi riconosciuto il diritto alla consultazione da parte dello Stato come parte del diritto (e dovere di rispettare da parte delle autorità) all’identità culturale, indispensabile in società democratiche pluralistiche e multiculturali. Vengono infine stabiliti dei criteri di applicazione del diritto alla consultazione previa, informata e libera a garanzia di un’effettiva partecipazione delle comunità indigene ai piani di sviluppo e/o investimento nei propri territori. La consultazione deve avere natura preventiva (a), essere condotta in buona fede con  l’obiettivo di raggiungere un accordo comune (b) , essere accessibile (c) e quindi garantire un’adeguata informazione (e) e deve tenere conto dell’impatto ambientale di ciascuna decisione (d).
Qualsiasi condotta che non corrisponda a questi criteri essenziali è considerata lesiva del diritto alla consultazione di cui sopra e, di conseguenza, implica la responsabilità internazionale dello Stato.

Proprio a questa sentenza fa riferimento il Tribunale di Pastaza per supportare la tesi della comunità Waorani. Il governo dell’Ecuador dovrà procedere con una nuova consultazione nel rispetto del diritto all’autodeterminazione e alla consultazione previa, libera e informata.

La giustizia ha riconosciuto la necessità di tutelare il complesso intreccio tra cultura e terra che garantisce la sopravvivenza di intere popolazioni e che lo Stato, animato da una cieca sete di denaro, cerca di semplificare con un numero. Il Blocco 22 ha sancito un precedente storico e la resistenza del popolo Waorani, non ancora terminata, sarà fondamentale per tutte le comunità che rivendicheranno il diritto imprescrittibile alla terra, all’identità e alla vita.

 

When all the trees have been cut down,

When all the animals have been hunted,

When all the waters are polluted,

When all the air is unsafe to breathe,

Only then will you discover you cannot eat money.

– Cree prophecy

 

Fonti e approfondimenti 

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