Autodeterminazione e tutela delle minoranze: i popoli minoritari indigeni nella Federazione Russa

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Nel febbraio del 2020, nell’ambito della riforma della Costituzione russa, l’approvazione di un emendamento alla Legge sui diritti dei popoli indigeni per creare un registro delle persone indigene del Paese ha generato ampio dibattito. La decisione, che da alcuni è stata accolta come una limitazione della libertà personale, è nata ufficialmente dall’esigenza di garantire il rispetto effettivo dei diritti dei quasi 300mila cittadini russi appartenenti a popoli minoritari indigeni. 

Nonostante il riconoscimento a livello costituzionale e legislativo, infatti, i membri della variegata comunità indigena russa faticano a vedere applicate norme che dovrebbero tutelare il loro territorio e la loro stessa sopravvivenza fisica e culturale. La campagna per l’adesione al registro è dunque intensa: tra maggio del 2020 e aprile del 2021 sono state registrate circa 2500 domande. Un risultato interessante, a fronte delle continue proteste messe in atto da indigeni e attivisti per la salvaguardia di habitat e attività economiche. L’opinione comune è che il registro sia un tentativo di sopperire a mancanze statali mai veramente risolte, per  limitare le contestazioni e gli estremismi. 

Una cittadinanza imposta

L’Art. 3, par. 1, della Costituzione russa riconosce al proprio popolo multinazionale la sovranità dello Stato.  Come già in epoca imperiale e in periodo sovietico, la compresenza di diversi gruppi etnici è un tratto distintivo anche della Federazione Russa odierna, frutto delle politiche di allargamento e assoggettamento di territori messe in atto nel corso dei secoli.

Lo slancio che da Ovest ha spostato i confini russi al Pacifico, frutto delle mire espansionistiche degli Zar tra il XVII e il XVIII secolo, ha portato con sé la conquista e colonizzazione di popoli molto vari tra loro, tribù perlopiù nomadi che hanno subito in molti casi l’imposizione della lingua russa e la limitazione delle proprie tradizioni identitarie e dell’accesso ai propri territori di riferimento

Non tutti i popoli indigeni sono riusciti a sopravvivere alla russificazione e alla successiva industrializzazione perpetrata in periodo sovietico. I gruppi che hanno mantenuto la propria identità e indipendenza all’interno dello Stato nazionale si trovano oggi a dover affrontare nuove minacce al proprio stile di vita e alla stessa sopravvivenza. La mancata sottoscrizione da parte della Russia di accordi internazionali per la salvaguardia dei popoli indigeni, così come l’assenza di una definizione ampia di tutela della tradizione, portano spesso a problemi di genere culturale, economico, sociologico e ambientale, a causa dello sfruttamento intensivo e poco regolamentato di territori e risorse da parte di ditte statali e internazionali.

Un insieme di popoli

Sebbene l’etnia russa risulti dominante, rappresentando circa il 78% della popolazione totale del Paese (146.171.015 abitanti totali al 1 gennaio 2021 secondo Rosstat, l’Agenzia federale russa per le statistiche), sono almeno 190 i gruppi etnici che attualmente abitano l’immenso territorio della Federazione. 

Russi, Tatari, Ucraini, Baschiri, Ciuvasci, Ceceni e Armeni sono i sette principali, con popolazioni di oltre un milione di individui. 

La legislazione russa, che pur riconosce la multinazionalità dello Stato, non contiene una definizione generica di popolazione indigena, denominazione concessa solo a gruppi specifici con meno di 50mila membri. Di conseguenza, anche realtà piuttosto grandi e definite, come ad esempio i 5 milioni di Tatari o i 270mila Calmucchi buddhisti presenti all’interno della Federazione, non godono di status particolare e la loro auto-identificazione etnica varia a seconda della regione e dell’origine. Di fatto, alla maggior parte dei gruppi etnici vengono riconosciute l’identità nazionale russa o del Paese d’origine, l’appartenenza a repubbliche o aree autonome della Federazione, ma non specifiche protezioni in termini di legge. 

Tra le popolazioni meno numerose, solo 47 sono ufficialmente riconosciute e tutelate come “popoli minoritari indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente”. Si tratta di circa 300mila individui, lo 0,2% dell’intera popolazione. 

I popoli minoritari indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente e la RAIPON

La Legge federale sulle garanzie dei diritti dei popoli indigeni della Federazione Russa definisce popolazioni indigene minoritarie quelle che “vivono nei territori di insediamento tradizionale dei propri antenati, preservando il proprio stile di vita, l’attività economica e l’artigianato tradizionale, ammontano a meno di 50 mila persone […] e si identificano come comunità etniche indipendenti.” Questi sono gli unici gruppi a ricevere riconoscimento come popolazioni indigene.

In particolare, la Costituzione russa tutela i diritti dei cosiddetti “popoli minoritari indigeni del Nord, della Siberia e dell’Estremo Oriente”. Degli odierni 47 popoli minoritari indigeni, 40 sono dal 1990 riuniti sotto l’ombrello dell’organizzazione nazionale RAIPON (Russian Association of Indigenous Peoples of the North, in russo АКМНССиДВ).

I più piccoli di questi sono gli Enci (meno di 300 persone) e gli Oroki (circa 400), mentre i più grandi sono i Nenci e gli Evenki, che hanno entrambi più di 30mila membri. Dei 40 popoli, dieci hanno meno di 1.000 membri e 11 vivono oltre il Circolo Polare Artico. In almeno 16 casi, le popolazioni sono così ridotte da essere considerate in pericolo. 

L’organizzazione comprende gruppi etnici tra loro molto diversi, anche in considerazione della loro varia dislocazione geografica: nonostante la bassa incidenza rispetto alla popolazione totale, questi popoli indigeni abitano circa i due terzi del territorio russo. Condividono, però, alcune caratteristiche, in particolare la vita nomade o seminomade, rurale, basata sulla caccia, la raccolta, l’allevamento delle renne e la pesca. Molti praticano l’animismo e culti pagani. Le lingue parlate da questi gruppi, seppur numerose, appartengono principalmente a tre gruppi etno-linguistici: uralico, altaico e paleosiberiano.

In molti di questi gruppi, l’adesione allo stile di vita tradizionale è diventata ancora più importante dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per garantire il mantenimento dell’autonomia e della tutela faticosamente ottenute. Specialmente nel periodo staliniano, infatti, i gruppi minoritari indigeni hanno dovuto affrontare l’educazione forzata alla lingua russa e a un’urbanizzazione che non corrispondeva alle loro abitudini tradizionali. Molte etnie sono state dichiarate estinte o hanno dimenticato la propria cultura e lingua in seguito a tali forzature.

L’obiettivo della RAIPON è dunque quello di tutelare i diritti umani e gli interessi delle popolazioni minoritarie, contribuendo alla soluzione di questioni sociali ed economiche, di difesa dell’ambiente, di sviluppo educativo e culturale. L’operato di questa organizzazione non governativa, insieme a quello di varie organizzazioni regionali, locali e interregionali volte alla tutela delle comunità indigene riconosciute e non, è stato spesso messo in discussione dal governo centrale. 

Nonostante la possibilità data ai suoi rappresentanti di essere eletti alla Camera civica della Federazione, istituzione consultiva che consente a membri della società civile di monitorare le attività governative e i progetti di legge, nel 2012 il ministero della Giustizia ha ordinato la chiusura temporanea dell’organizzazione a causa di presunte incongruenze tra il suo statuto e la legge federale. Oggi l’organizzazione è sotto stretto controllo statale ed è membro attivo del Consiglio Artico, consulente del Consiglio economico e sociale dell’ONU (ECOSOC) e dei gruppi di lavoro ONU nell’ambito della Commissione sui diritti umani e del Forum permanente sui problemi degli indigeni.

Nel 2020, l’attuale presidente Grigorij Ledkov, deputato della Duma e membro del partito di Putin, Russia Unita, ha partecipato attivamente al Consiglio per la revisione della Costituzione che ha portato alla modifica della legge sulle garanzie dei diritti delle popolazioni indigene, consentendo l’introduzione del registro dei membri delle popolazioni minoritarie.

Questioni di tutela: la gestione e lo sfruttamento dei territori e delle risorse

La Federazione Russa ha ereditato dall’Unione Sovietica l’adesione ai principali Patti e Convenzioni delle Nazioni Unite, quali ICCPR, ICERD, ICESCR, ICEDAW e ICRC. Ha inoltre ratificato la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (FCNM) del Consiglio d’Europa. Tuttavia, nonostante il riconoscimento anche a livello costituzionale dei diritti delle proprie minoranze, la Russia non ha approvato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, né ha ratificato la Convenzione ILO 169, adempimenti chiave per garantire il diritto dei popoli indigeni di preservare e proteggere l’ambiente e il potenziale delle loro terre e ricevere assistenza e sostegno dal governo.

La questione dei diritti alla terra e alle risorse naturali è una delle principali problematiche per i popoli indigeni in Russia. La Legge sui Territori di uso tradizionale della natura (49-FZ) del 2001 è l’unica legge federale adottata per offrire garanzie di utilizzo della terra necessaria per la sussistenza delle popolazioni indigene. Tale legge, tuttavia, non considera i territori delle minoranze non riconosciute come indigene, non riconosce diritti di proprietà sulla terra e non sempre viene applicata adeguatamente. 

Ad oggi, il governo federale non ha mai confermato nessuno delle diverse centinaia di Territori di uso tradizionale indicati dalle amministrazioni regionali e locali in accordo con le comunità indigene, nonostante i ripetuti appelli da parte di varie organizzazioni locali e internazionali. Pertanto, i Territori istituiti a livello regionale e locale non hanno uno status giuridico garantito e possono essere revocati in qualsiasi momento.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, non ratificata dalla Russia, considera il consenso libero, preventivo e informato una condizione necessaria per gestire qualsiasi attività relativa a territori tradizionali e loro risorse. Tale condizione non è più presente nella legislazione russa dopo la revoca, nel 2015, di un articolo che consentiva lo svolgimento di attività e la costruzione di edifici abitativi o di servizio sui Territori di uso tradizionale solo sulla base dei risultati delle riunioni o dei referendum delle comunità indigene e locali.

Questo ha significato la perdita di influenza legale da parte delle autorità locali, che non possono più garantire la protezione delle terre indigene e delle risorse da incursioni di imprese commerciali.

La questione è ulteriormente complicata dall’autorizzazione governativa all’utilizzo delle risorse naturali delle regioni settentrionali del Paese. La sospensione delle attività della RAIPON tra il 2012 e il 2013 è giunta in un momento cruciale, subito dopo l’introduzione di un sistema di utilizzo dei territori del Nord basato sul principio dell’offerta: per potersi aggiudicare aree e risorse, è ora sufficiente fare l’offerta più alta. Sebbene i dati sullo stato socio-economico delle popolazioni indigene non siano noti, questo sistema favorisce grandi aziende locali e internazionali che si sono subito lanciate sulle risorse naturali dell’area, a discapito dei locali. Così, giacimenti petroliferi sono stati assegnati a compagnie canadesi e statunitensi, mentre il gas, monopolio di Stato, viene esportato in Europa e Asia. La deforestazione e l’estrazione di nichel hanno intaccato pascoli di renne e siti sacri agli indigeni; le miniere di carbone provocano inquinamento e danni irreparabili agli habitat di vari gruppi etnici.

Anche la pesca è oggetto di discordia: dal 2008 sono state rimosse le disposizioni legislative in merito alla priorità d’accesso alle zone di pesca per le popolazioni indigene, limitando al contempo l’attività al solo uso personale. Tale imposizione danneggia le comunità rurali, per le quali la pesca rappresenta la maggiore fonte di reddito. Un’ulteriore modifica normativa del 2017 ha complicato la procedura per le domande di licenza da parte degli indigeni; nonostante la legislazione non imponga ufficialmente permessi speciali per pescare, nell’area del Pacifico chi non ottiene licenza deve pagare il biglietto per potersi garantire quantomeno la minima sussistenza.

Questioni di tutela: conseguenze sanitarie e socio-culturali

La gestione e lo sfruttamento dei territori e delle risorse hanno ripercussioni anche in ambito socio-culturale. A causa dell’intromissione esterna nel proprio habitat naturale, dell’aumento dell’inquinamento, della deforestazione e limitazione delle fonti di sostentamento, i popoli locali sono costretti a modificare le proprie abitudini e spostarsi in nuove zone

Tale costrizione rappresenta un’ulteriore minaccia al mantenimento delle culture tradizionali. Il Territorio tradizionale di una popolazione indigena non è semplicemente necessario alla mera sopravvivenza e alla pratica delle attività economiche e culturali, bensì rappresenta una parte dell’identità etnica e del suo benessere. Per favorire le attività commerciali, vari monumenti storici o di culto rischiano di essere distrutti, in quanto la legge che dovrebbe preservarli non dispone di indicazioni pratiche sul mantenimento. Inoltre, non potendosi liberamente spostare nei Territori di uso tradizionale e svolgere le proprie attività lavorative, vari gruppi stanno diventando più sedentari o accettano un’urbanizzazione forzata nelle aree limitrofe, rischiando la totale assimilazione con la popolazione russa.

Si riscontra infatti un grave problema di disoccupazione e povertà, dovuto all’impossibilità di svolgere le attività economiche tradizionali, in primis l’allevamento di renne e la pesca. I popoli indigeni soffrono anche per la mancanza di acqua potabile e la carenza di cibo causati dall’inquinamento di fiumi e laghi in conseguenza delle attività di estrazione.

Tali problemi provocano inevitabili ripercussioni sulla salute. Infezioni intestinali, epatite virale, tubercolosi si verificano a un tasso tre volte più alto rispetto alla media nazionale. Nelle zone interessate dall’attività mineraria, la mortalità della popolazione è aumentata di circa il 14% negli ultimi dieci anni.

In questo scenario, attivisti e organizzazioni di tutela delle popolazioni indigene sono sottoposti a vincoli che limitano il loro operato: il Comitato del Consiglio della Federazione per gli affari del Nord e gli affari dei popoli indigeni a numero ridotto, l’unico organo legislativo federale specializzato in affari indigeni, è stato sciolto nel 2011; mentre una legge del 2012 designa le organizzazioni no-profit che accettano finanziamenti stranieri e partecipano ad attività politiche (quali proteste per il rispetto dei diritti umani delle minoranze) come “agenti stranieri”, sottoponendole di fatto a maggiori obblighi legali e a stigmatizzazione. Ancora nel 2019 è stata ordinata la chiusura del Centro di Sostegno ai Popoli Indigeni del Nord (CSIPN), organizzazione non governativa attiva dal 2000 e già in passato definita “agente straniero”.

Il registro delle popolazioni indigene minoritarie non placa le proteste

A garantire il rispetto dei diritti dei popoli minoritari indigeni dovrebbe dunque essere il registro nominativo, che consentirebbe di colmare il lasso di informazioni non fornite in occasione dei censimenti generali. In seguito all’abolizione nel 2002 dello storico passaporto interno (introdotto nel 1932 in URSS e contenente anche informazioni circa la nazionalità) è venuto a mancare uno strumento chiave per consentire agli individui di reclamare la propria etnia e i propri diritti.

In base alla legge sull’iscrizione al registro nominativo, gli indigeni possono fare domanda autonomamente e la registrazione si basa sulle informazioni fornite dalla persona. L’accettazione finale è però subordinata alla verifica e approvazione di 12 diversi documenti, comprendenti: attestazione di residenza nell’habitat tradizionale (non sempre possibile, considerando la natura nomade di molti popoli o la migrazione per cause economico-ambientali), certificazioni di nazionalità e appartenenza a un certo gruppo familiare (difficilmente recuperabili da gruppi di tradizione orale) e prova dello svolgimento di attività economiche tradizionali. In quest’ultimo caso, chi non si occupa di caccia, pesca, agricoltura o artigianato (come ad esempio insegnanti, artisti, medici) rischia di non vedere accettata la propria domanda. 

Molti, non disponendo di tutti i documenti necessari, rinunciano anche a presentare la richiesta. In questo modo, la previsione di 250mila persone registrate entro il 2022 appare di difficile realizzazione.  Le proteste da parte delle stesse popolazioni indigene e delle organizzazioni locali e regionali sono all’ordine del giorno. Ha recentemente fatto notizia l’accordo di risarcimento per i pescatori della regione di Magadan a cui non era stato concesso il permesso di pesca nel proprio territorio. 

Quello che potrebbe apparire come un segnale di una collaborazione quantomeno più efficiente con lo Stato rivela quindi una delle sue principali contraddizioni: seguendo il principio del registro, un indigeno identificato come tale per mezzo della registrazione non avrebbe problemi a richiedere e ottenere un permesso per esercitare la sua principale attività di sussistenza nel proprio territorio. Allo stesso modo, se i Territori di uso tradizionale della natura fossero riconosciuti come previsto dalla legge, non si renderebbe necessario il tracciamento individuale del registro.

La questione della sovranità territoriale risulta fondamentale per garantire il rispetto dei diritti umani delle minoranze etniche. Tuttavia, l’ingerenza esterna nella gestione delle risorse naturali e la costante limitazione delle attività di attivisti e ONG, in nome dello sviluppo economico del Paese, rendono l’obiettivo dell’autodeterminazione dei popoli minoritari della Federazione Russa apparentemente irraggiungibile.

 

Fonti e approfondimenti

Berezhkov, Dmitry, The Russian Government shuts down the Russian Association of Indigenous, 2012, in https://www.iwgia.org/en/ International Work Group for Indigenous Affairs

Convenzione ILO 169 

Fondahl Gail, Filippova Viktoriya, Savvinova Antonina   Introducing a Registry of Indigenous Persons in Russia: Rationale and Challenges Espace populations sociétés [online], 2020/1-2 | 2020, pubblicato 15 giugno 2020, consultato 21 luglio 2021

How coal industry is destroying the indigenous peoples of Siberia , 07.08.2020, in Anti-Discrimination Centre Memorial

Kondrashev, Ronzhina, Zenkina, The Territory of Traditional Nature Use as a Specific Territorial Unit in the System of Territorial Division of the North, Siberia and the Russian Far East, in Journal of Siberian Federal University. Humanities&Social Sciences 10 (2018, 11), 26/09/2018

Russian Association of Indigenous Peoples of the North – RAIPON  Sito ufficiale

 

Editing a cura di Elena Noventa

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