Il rapporto tra russo e lingue nazionali: lo spazio post-sovietico

Il rapporto tra russo e lingue nazionali delle ex Repubbliche sovietiche
"Spiegel" di Jaume Plensa (2010). Foto di mira66 - Flickr - CC BY-NC-SA 2.0.

Dai tempi dell’Impero, la lingua russa ha visto aumentare il proprio campo d’azione in epoca sovietica. Strumento fondamentale di mobilità sociale interna a partire dagli anni Sessanta, con la dissoluzione dell’Urss il suo ruolo all’interno delle ex Repubbliche socialiste è andato marginalizzandosi.

In alcuni casi, è tuttora in atto un’opera di de-russificazione e riscoperta delle lingue nazionali come fattore identitario.

Le problematiche della de-russificazione

L’abbandono dell’idioma imposto in favore di quelli nazionali fu tra le prime iniziative intraprese in seguito all’indipendenza dall’Urss. Tuttavia, i neonati Stati dovettero confrontarsi con il ruolo che il russo aveva giocato fino a quel momento. In molti casi, larga parte della popolazione era etnicamente russa o russofona per imposizione; in altri, si trattava di nazioni multietniche che dipendevano dal russo come lingua franca, anche a causa di lingue native non ancora sufficientemente sviluppate o acquisite.

Dal 1991, la situazione si è progressivamente ribaltata rispetto al periodo sovietico, creando minoranze linguistiche russe soggette a politiche molto rigide. Ancora oggi, l’eredità russa pesa sui piani di autonomismo linguistico delle ex Repubbliche, in misura diversa a seconda della regione.

Baltici: Lituania, Lettonia, Estonia

I Paesi baltici, divenuti sovietici solo nel 1940, non furono mai totalmente assoggettati, nonostante pesanti politiche di deportazione che ridussero del 10% la popolazione autoctona. Già dal 1988 si distinsero per l’intensità dei movimenti di massa volti alla riconquista dell’indipendenza, partendo proprio dalla proclamazione delle rispettive lingue uniche di Stato. In seguito, adottarono leggi che ancora oggi limitano l’assimilazione delle persone di origine russa.

Infatti, una volta caduta l’Urss, dovettero confrontarsi con il problema delle minoranze linguistiche, a causa della notevole presenza di russofoni che in epoca sovietica non avevano acquisito sufficiente competenza nelle lingue locali.

Se in Lituania, nonostante la presenza di minoranze russe e polacche, per ottenere la cittadinanza non è previsto un esame di lingua, e il Paese promuove lo studio delle lingue minoritarie nelle istituzioni scolastiche, in Lettonia, dove la popolazione è più mista, la conoscenza del lettone è necessaria per ottenere cittadinanza giuridica e passaporto UE. Sebbene la maggior parte dei lettoni conosca e parli il russo, il suo studio viene permesso solo nelle scuole primarie e secondarie e nel 2012 una maggioranza schiacciante ha rifiutato tramite referendum l’introduzione del russo come secondo idioma ufficiale.

In Estonia il numero di russi etnici è elevato a causa della posizione di confine con la Russia ma attualmente la cittadinanza estone è concessa ius sanguinis solo a coloro che la detenevano al 16 giugno 1940 e ai loro discendenti. Per gli altri, è necessario superare un esame di lingua estone, fondamentale anche per l’accesso a concorsi pubblici e molte attività lavorative. Secondo un sondaggio del 2019, il 63% dei cittadini estoni è ancora contrario a un ammorbidimento delle norme.

Europa Centrale: Bielorussia, Ucraina, Moldavia

I territori centroeuropei dell’ex Urss sono accomunati da una forte rinascita del sentimento nazionale, accompagnato da pulsioni etniche interne. Dopo aver proclamato le rispettive lingue nominali uniche lingue di Stato, ne hanno diffuso l’uso in tutti i settori della vita pubblica, declassando il ruolo del russo.

L’unico Paese in controtendenza è stato la Bielorussia, che nel 1995 ha adottato tramite referendum popolare il russo come seconda lingua di Stato. Questa scelta ha limitato il ripristino della lingua bielorussa, mantenuta simbolicamente in documenti ed eventi ufficiali, lasciando al russo un ruolo predominante anche nei mass media. Con le proteste post-elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, tuttavia, è emerso un rinnovato interesse verso il bielorusso, soprattutto tra i più giovani.

In Ucraina il russo è secondo idioma non ufficiale, specialmente nella parte orientale a forte maggioranza russa. La lingua riflette le scelte politiche del Paese, più orientate verso Occidente e UE che alla Russia, soprattutto in seguito ai conflitti scatenati dalle dispute territoriali. La lingua di studio nelle scuole viene scelta dalle autorità locali in base alla composizione etnica locale, ma in zone strategiche, come la capitale Kiev, l’istruzione è offerta prevalentemente in ucraino a prescindere dalla demografia dell’area. Sebbene a livello mediatico entrambe le lingue siano presenti, l’ucraino resta lingua  ufficiale. Una legge del 2019 ne rafforza ulteriormente l’uso rispetto alle lingue minoritarie.

La popolazione in Moldavia è oggi a maggioranza moldava, con il 10% di russi e ucraini russofoni e minoranze romene e gagauze. Nel 1988, il Paese adottò l’alfabeto latino al posto del cirillico e identificò nel moldavo romeno la propria lingua nazionale. La decisione fu contrastata dalla Repubblica di Transnistria, a maggioranza russa e ucraina, che nel 1990 proclamò l’indipendenza de facto dalla Moldavia adottando tre lingue ufficiali: russo, moldavo (in alfabeto cirillico) e ucraino. Il conflitto che ne seguì portò all’emigrazione di molti russi. Il russo viene tuttavia ancora parlato nell’intero Paese e studiato a scuola come le lingue minoritarie ucraino, gagauzo e bulgaro.

Caucaso: Armenia, Azerbaigian, Georgia

Le lingue nazionali delle Repubbliche caucasiche furono le uniche riconosciute ufficialmente e utilizzate al pari del russo già durante il regime sovietico. Il loro status fu confermato dopo l’indipendenza, con l’aggiunta dell’abcaso in Georgia nel territorio dell’Abcasia. La forte componente nazionalistica dei Paesi caucasici ha agevolato il passaggio all’unica lingua di Stato, abbandonando progressivamente il russo in misure diverse a causa della varietà etnica e del differente approccio verso le minoranze.

L’Armenia, attiva nella protezione dei diritti delle minoranze, consente l’educazione scolastica anche in lingue minoritarie come assiro, greco e curdo. Dal 1999, l’obiettivo delle politiche linguistiche è il completo trilinguismo in armeno, russo e una lingua straniera a scelta. L’utilizzo attivo del russo è molto supportato al fine di mantenere buoni rapporti con la Russia e ottenere supporto nei conflitti con i vicini Azerbaigian e Turchia.

L’Azerbaigian ha iniziato la transizione verso l’azero con il passaggio dall’alfabeto cirillico a quello latino, adottato ufficialmente nel 2001. Tuttavia, il russo è ancora seconda lingua nei media e nelle comunicazioni amministrative e il numero delle scuole di lingua russa resta alto. Questo favorisce i legami politico-economici con la Russia ma è spesso oggetto di discussione nel Paese per l’influsso negativo che si ritiene possa avere sullo status dell’azero.

Il rapporto della Georgia con il russo è complicato dalle tensioni politiche ed economiche con la Russia. Sebbene l’educazione sia offerta anche in lingue minoritarie quali russo, abcaso, azero e armeno, dal 1991 il numero di scuole russe è stato drasticamente ridotto, così come l’uso dell’idioma come lingua franca, in favore del georgiano. Il Paese, multietnico, vede nell’utilizzo di lingue minoritarie una minaccia alla propria indipendenza, anche a causa delle spinte secessioniste. Infatti, il russo rimane dominante nelle Repubbliche de facto dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, supportate dalla Russia.

Asia Centrale: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan

In Asia Centrale la conoscenza del russo – un tempo unico strumento di comprensione interetnica in un’area dai confini stabiliti arbitrariamente – è ancora diffusa, ma è andata gradualmente diminuendo in seguito al crollo dell’Urss, per via delle politiche linguistiche e dell‘emigrazione russa.

Tra 1989 e 1990, tutti i Paesi centroasiatici hanno proclamato i rispettivi idiomi nazionali uniche lingue di Stato, dichiarando il russo “lingua della comunicazione interetnica”. Da allora, la situazione nell’area è cambiata varie volte: l’Uzbekistan ha declassato lo status del russo a quello di altre lingue minoritarie nel 1995, mentre Kazakistan e Kirghizistan lo hanno elevato a seconda lingua ufficiale tra 1995 e 2000.

Ad oggi, le lingue nominali di Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan sono le uniche ufficiali a livello burocratico e comunicativo, con alti livelli di competenza tra gli autoctoni. Tuttavia, il russo resta molto diffuso. In Tagikistan è largamente usato in ambito governativo e commerciale e ritenuto fondamentale per la mobilità lavorativa, specialmente oltreconfine. Inoltre, il tagico mantiene l’alfabeto cirillico nella scrittura. Uzbekistan e Turkmenistan hanno invece effettuato la transizione all’alfabeto latino già nel 1993.

Dal 2018 anche in Kazakistan è in corso il passaggio all’alfabeto latino, da completarsi entro il 2025, sancendo un ulteriore allontanamento dalla Russia in vista di un maggiore coinvolgimento economico con l’Occidente. Il processo è stato complicato da modifiche alle norme di traslitterazione finora adottate, che hanno costretto a cambiare nuovamente documenti e insegne. Considerando l’alto livello di competenza dei kazaki in russo, l’abbandono completo del cirillico potrebbe richiedere tempi più lunghi.

Prospettive future

Il ruolo attrattivo del russo è diminuito con il crollo dell’Urss. Solo con la ripresa economica successiva agli anni Novanta la Russia ha ricominciato ad attrarre immigrazione dai Paesi vicini, con cui mantiene legami politici ed economici. Mosca corre però il rischio di perdere influenza sullo spazio un tempo assoggettato: oggi, il distacco culturale e linguistico con buona parte dello spazio post-sovietico è evidente.

Tuttavia, in alcuni Paesi le difficoltà economiche, sociali, culturali e politiche del post-indipendenza non sono ancora state superate e il completo allontanamento dalla Russia richiederà ancora molto tempo.

 

Fonti e approfondimenti

Bychkov Green S., Language of Lullabies: The Russification and De-Russification of the Baltic States, Chicago-Kent College of Law, 1997

Cheskin A., Kachuyevski A., 2019 “The Russian-Speaking Populations in the Post-Soviet Space: Language, Politics and Identity”, Europe-Asia Studies, Volume 71, Issue 1

CIA, The World Factbook

Komakhia M., Cyrillic VS Latin: “Linguistic Struggle” for Reducing Russian Influence, Rondeli Foundation, 18 marzo 2019

Maximova S., Noyanzina O., Omelchenko D., Maximova M., 2018 “The Russian-speakers in the CIS countries: migration activity and preservation of the Russian language”, Altai State University, Barnaul, Russia

Pavlenko, A., Multilingualism in Post-Soviet Countries: Language Revival, Language Removal, and Sociolinguistic Theory, International Journal of Bilingual Education and Bilingualism, luglio 2008

Pidkuimukha L., On ensuring the functioning of Ukrainian as the state language, Forum for Ukrainian Studies, 20 ottobre 2020

Whyte A., Poll: Over half of citizens oppose easing language laws for service staff, Estonia Err news, 3 ottobre 2019

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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