L’Abcasia fra turbolenze politiche e filo spinato

Fonte: Wikimedia Commons @Apsuwara https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Apsua_Holding_Apsny_Flag.jpg

L’ultimo anno non è stato affatto semplice per questa regione di poco più di 245.000 abitanti al confine nord-occidentale della Georgia, proclamatasi de facto indipendente da quest’ultima nel 1992. Dopo la breve guerra durata un anno, molti episodi di pulizia etnica hanno portato all’espulsione di buona parte della componente non abcasa della popolazione, e alternate vicende belliche hanno visto le forze secessioniste continuare a scontrarsi con Tbilisi – coadiuvate dalla Federazione Russa.

A oggi, l’Abcasia rimane controllata militarmente, politicamente ed economicamente da Mosca, anche se il governo di questa piccola repubblica de facto aspira al riconoscimento della propria autonomia a livello internazionale.

Tra 2019 e 2020, tuttavia, l’Abcasia si è trovata al centro di un grave stallo politico, risoltosi solo con la ripetizione delle sue elezioni presidenziali lo scorso 22 marzo in piena pandemia di Covid-19. Le recenti vicissitudini elettorali dell’Abcasia si intrecciano inesorabilmente ai complicati rapporti della regione con Georgia e Russia.

La questione della “frontierizzazione”

In un report pubblicato a luglio 2019, Amnesty International ha denunciato le gravi restrizioni alla libertà di movimento e le altre violazioni dei diritti umani a cui è sottoposta la popolazione dell’Abcasia – insieme a quella dell’Ossezia del Sud – a causa degli sforzi delle autorità de facto e della Russia di delimitare fisicamente il “confine internazionale” fra le regioni separatiste e il resto della Georgia.

Le forze russe sono di stanza in Abcasia e Ossezia del Sud/Regione di Tskhinvali dalla “guerra dei cinque giorni” nell’agosto 2008. Dal 2011, le forze russe hanno avviato questo processo di “frontierizzazione” per concretizzare la linea di confine amministrativo fino ad allora rimasta solo tratteggiata sulla mappa. Un processo che ha finito col colpire tutte le etnie, da entrambe le parti: alla fine del 2018, secondo le autorità georgiane, almeno 34 villaggi erano stati divisi da dispositivi installati dalle forze russe.

Filo spinato, recinzioni, fossati e altre barriere materiali hanno smembrato le comunità e tagliato l’accesso degli abitanti dei villaggi a terreni agricoli, fonti d’acqua, luoghi di culto e persino luoghi di sepoltura. Numerose famiglie sono state separate e private dei propri mezzi di sussistenza, mentre centinaia di persone ogni anno sono a rischio di detenzione arbitraria, percosse e maltrattamenti se cercano di superare il confine.

Tutti gli attraversamenti effettuati al di fuori dei punti designati e senza i documenti necessari – che si rivelano spesso estremamente difficili da ottenere – sono considerati illegali dalle autorità russe e locali.

Inoltre, la chiusura di molti dei valichi ufficiali ha prodotto un impatto negativo sul commercio transfrontaliero. Come a Khurcha, un villaggio situato sul lato abcaso del fiume Inguri, oggi utilizzato come linea di confine con il territorio georgiano: a marzo 2017, il punto di attraversamento che lo rendeva un importante snodo commerciale è stato chiuso, spingendo molti residenti a emigrare. I circa 50.000 georgiani che vivono nel distretto di Gali, delimitato dall’Inguri, sono rimasti sostanzialmente isolati.

Relazioni sempre più tese

Dopo la breve riaccensione delle ostilità russo-georgiane, dodici anni fa, sono ripresi anche gli sforzi della comunità internazionale per mediare il conflitto. Dal 2008, è stato attivato il tavolo delle Discussioni Internazionali di Ginevra (Geneva International Discussions, GID), un meccanismo diplomatico che periodicamente permette l’incontro fra i rappresentanti delle diverse parti in causa, ossia Georgia da una parte e Abcasia, Ossezia del Sud e Russia dall’altra, più gli Stati Uniti.

Il sistema è co-presieduto da rappresentanti speciali dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).

Durante gli incontri, si discute sia di sicurezza che di questioni umanitarie. Finora, l’iniziativa di Ginevra è riuscita a produrre delle hotline telefoniche per le escalation o le allerte, insieme a dei meccanismi di prevenzione e risoluzione che si tengono fra le parti in campo (Incident Prevention and Response Mechanism, IPRM), mantenendosi in stretto contatto con la missione di monitoraggio dell’UE (European Union Monitoring Mission, EUMM) in azione sul territorio georgiano.

Il 10 e 11 dicembre 2019 si è tenuta la cinquantesima sessione delle GID, e i risultati non sono stati particolarmente incoraggianti. Le distanze si stanno irrigidendo, come ha sottolineato il relativo comunicato stampa: “Nell’ultimo decennio, l’impegno dei partecipanti ha contribuito a una relativa stabilità, mentre le questioni umanitarie e di sicurezza fondamentali sono rimaste irrisolte. Ora ci troviamo di fronte a un deterioramento della situazione sul campo e le posizioni divergenti dei partecipanti su questioni chiave dell’agenda si sono ulteriormente trincerate”.

Il peggioramento della situazione è ormai esteso e prolungato da diverse sessioni. L’IPRM con l’Abcasia è stato interrotto, l’impegno a non utilizzare la forza è rimasto solo una dichiarazione unilaterale della Georgia e i rappresentanti delle repubbliche secessioniste abbandonano sistematicamente il tavolo delle GID quando si parla di rientro degli sfollati di guerra.

Le elezioni presidenziali in due atti

In questo difficile contesto, fra agosto 2019 e marzo 2020 una turbolenta serie di eventi ha animato la politica abcasa. Le elezioni per eleggere il successore di Raul Khajimba – presidente in carica dal 2014 – si sono trasformate in un contenzioso che si è risolto solo un mese fa, nonostante i rischi connessi alla pandemia di Covid-19.

Il primo atto delle elezioni presidenziali, nel 2019, inizialmente prevedeva Khajimba ricandidato come incumbent e sfidato da Aslan Bzhania, ex capo dei servizi di sicurezza abcasi. Quest’ultimo ha costruito buona parte del suo capitale politico su feroci critiche contro la presidenza di Khajimba, accusandolo di risposte inefficienti verso i problemi economici, di corruzione e di criminalità che gravano sulla regione e guidando le richieste di dimissioni che si sono susseguite tra il 2016 e il 2019 da parte dell’opposizione. Infatti, Bzhania aveva già fronteggiato Khajimba alle elezioni del 2014, ottenendo il 36% dei voti contro il 50,6% del suo avversario.

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Aslan Bzhania, 2014. Fonte: Wikimedia Commons

Questa volta, i sondaggi sembravano promettere a Bzhania una vittoria definitiva – almeno fino a metà aprile 2019, quando il leader è stato ricoverato in un ospedale di Mosca a causa di improvvise difficoltà respiratorie e disturbi del linguaggio. La diagnosi ufficiale è stata polmonite virale, ma presto è iniziata a circolare l’ipotesi che Bzhania fosse stato avvelenato con dei metalli pesanti. I sostenitori dell’opposizione sono scesi in piazza per protestare e le elezioni, fissate per luglio, sono state rinviate al 25 agosto 2019.

Bzhania non è riuscito a riprendersi abbastanza in fretta, però, ed è stato costretto a ritirarsi dalla corsa presidenziale, finendo per appoggiare la candidatura del leader del partito di opposizione Amtsakhara e suo stretto alleato politico, Alkhaz Kvitsiniya. Alla fine, Kvitsiniya è riuscito ad arrivare al secondo turno contro Khajimba, l’8 settembre 2019, dove ha perso contro quest’ultimo per una differenza di poco più dell’1%.

La successiva diatriba giudiziaria di Kvitsiniya contro la vittoria dell’incumbent ha scatenato una serie di veementi proteste contro Khajimba, culminata il 9 gennaio 2020 con l’irruzione di un centinaio di attivisti dell’opposizione nella sede della sua amministrazione stanziata a Sukhumi, la capitale abcasa, per chiedere le dimissioni del presidente.

Solo l’intervento diplomatico diretto del Cremlino ha permesso di uscire dalla situazione di stallo, convincendo Khajimba a dimettersi il 12 gennaio e a non ricandidarsi alle elezioni che si sarebbero ripetute nel giro di un paio di mesi – dato che nel frattempo la Corte suprema abcasa aveva accolto il ricorso di Kvitsiniya. Il capo del governo di Khajimba, Valery Bganba, è stato delegato come presidente ad interim.

Così, nonostante un’altra ospedalizzazione sospetta tre settimane prima del secondo atto, Aslan Bzhania ha vinto: il 22 marzo scorso è stato eletto presidente dell’Abcasia con il 56,5% dei voti. Il secondo classificato, con il 35%, è stato Adgur Ardzinba, ministro dell’Economia di Khajimba, seguito dall’ex ministro dell’Interno Leonid Dzapshba, con un mero 2%. L’affluenza alle urne ha superato il 71% (circa 133 mila elettori).

Conclusioni

Come gran parte dei politici abcasi, anche Bzhania si è dimostrato apertamente entusiasta dei legami sempre più stretti con la Federazione Russa, dai cui aiuti economici dipende quasi la metà del budget abcaso. Dopo la sua elezione come presidente, Mosca ha subito espresso le proprie congratulazioni e disponibilità a collaborare con il suo governo de facto – mentre le altre autorità internazionali non hanno riconosciuto questo risultato.

Eppure, per il Cremlino, Bzhania potrebbe dimostrarsi un interlocutore meno malleabile dei suoi predecessori. In Abcasia iniziano a serpeggiare dei malumori sulle concessioni accordate finora alla Russia in materia di sovranità, e Bzhania potrebbe farsi interprete di questo desiderio di maggiore autonomia. In un dibattito televisivo, infatti, ha affermato che: “I prossimi passaggi dovrebbero chiarire quali sono le questioni che rientrano nella nostra competenza congiunta, quali sono le prerogative esclusive della parte abcasa, in modo che non vi siano infrazioni e successive violazioni”.

Per portare la repubblica de facto all’autosufficienza, Bzhania si è posto l’obiettivo di realizzare riforme sistemiche in tutti i settori, dall’economia al welfare e alla sicurezza. Obiettivo che potrebbe rivelarsi molto difficile da portare a termine, in una società profondamente polarizzata e divisa in base a clan e lealtà personali come quella abcasa.

Inoltre, il neo-presidente si è mostrato aperto a instaurare un dialogo più disteso con Tbilisi, almeno per quanto riguarda le questioni transfrontaliere: “Occorre tenere presente che i georgiani e lo Stato georgiano sono i nostri vicini. Che lo vogliamo o no, abbiamo un gran numero di contatti a livello di cittadini tra Georgia e Abcasia”. Potrebbe essere un primo passo verso la ripresa del meccanismo IPRM a oggi rimasto interrotto?

 

Fonti e approfondimenti

Markedonov S. (2015), “The conflict in and over Abkhazia” in “Frozen conflicts” in Europe edited by Beblet A., Verlag Barbara Budrich.

Amnesty International, “Georgia e Russia: dietro al filo spinato“, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 30/08/19.

Lorusso M., “Georgia-territori separatisti: se le distanze si acuiscono“, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 24/12/19.

Zurabashvili T., “Crisis in Abkhazia: What You Need to Know“, Civil.ge, 17/03/20.

Vestnik Kavkaza, “Aslan Bzhaniya wins presidential election in Abkhazia“, 23/03/20.

Istrate D., “Four takeaways from Abkhazia’s so-called presidential election“, Emerging Europe, 24/03/20.

Lorusso M., “Abkhazia: dalla convalescenza alla presidenza“, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 26/03/20.

 

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