Azerbaigian al voto: una nuova era democratica?

Il 9 febbraio scorso in Azerbaigian si sono tenute le prime elezioni parlamentari anticipate della storia del Paese. Infatti, i 5,3 milioni di elettori azeri sarebbero dovuti tornare alle urne solo il prossimo novembre per eleggere i 125 deputati del Milli Majlis, il Parlamento unicamerale. A inizio dicembre 2019, invece, il presidente Ilham Aliyev ha annunciato lo scioglimento volontario dell’Assemblea Legislativa, fissando le nuove elezioni nel giro di pochi mesi.

La dissoluzione anticipata del Parlamento rientrerebbe in un piano di rinnovamento della classe politica azera, per implementare le recenti riforme economiche e giudiziarie di Aliyev. Un piano che dovrebbe anche incoraggiare lo sviluppo delle istituzioni in senso democratico. Tuttavia, secondo molti osservatori, le elezioni del 9 febbraio scorso sono state non libere esattamente come quelle precedenti, caratterizzate da brogli e poca trasparenza.

La dinastia Aliyev e il suo nuovo piano di riforme

Pur essendo formalmente una repubblica presidenziale, in Azerbaigian la stessa famiglia è al potere da quasi trent’anni. Infatti, l’attuale presidente Ilham Aliyev è stato eletto per la prima volta nel 2003, dopo la morte di suo padre Heydar Aliyev – a sua volta rimasto alla guida del Paese per una decina d’anni, dopo l’indipendenza dall’URSS e la guerra con il Nagorno-Karabakh.

Fin dai tempi di Heydar, la popolarità del governo Aliyev è stata offuscata dall’ombra di brogli elettorali, corruzione diffusa e tendenze autoritarie. Nel corso degli anni, anche per Ilham Aliyev il consenso si è mantenuto incredibilmente alto e stabile, così come quello verso il suo partito, il Nuovo Azerbaijan (YAP). Alle elezioni presidenziali del 2018, infatti, il leader ha ottenuto il suo quarto mandato con l’86% dei voti.

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Il presidente Ilham Aliyev, 2018. Fonte: President.az

A oggi, sono pochissimi i progressi riscontrati dagli osservatori internazionali nella correttezza e nella trasparenza delle elezioni azere, nonostante le ripetute raccomandazioni e gli appelli. L’OSCE, che monitora il Paese dal 1995, ha sempre rilevato gravi irregolarità: manipolazione dei dati sull’affluenza, ricorso a schede precompilate, oltre che intimidazioni e attacchi verso i rappresentanti dei partiti di opposizione.

Allo stesso modo, la Corte europea dei diritti dell’uomo denuncia numerose violazioni del diritto a libere elezioni, come l’annullamento arbitrario dei risultati e voti multipli da parte di una singola persona. In occasione delle elezioni parlamentari del 2010, la Corte descriveva così la situazione in Azerbaigian: “Il contesto politico è restrittivo, la copertura mediatica sbilanciata e parziale; vi è un’oggettiva diseguaglianza per quanto riguarda la possibilità di fare campagna elettorale, e si riscontra un abuso di risorse amministrative così come numerose interferenze da parte delle autorità locali in favore di candidati espressi dal partito al potere”.

D’altronde, le riforme costituzionali apportate grazie ai referendum del 2009 e del 2016 hanno ulteriormente cementificato la posizione del presidente in carica. Nel 2009, è stato abolito il limite dei due mandati presidenziali consecutivi. Nel 2016, è stata estesa la durata del mandato presidenziale da 5 a 7 anni. Inoltre, è stato istituito il nuovo ufficio del vicepresidente; secondo molti, appositamente per la first lady Mehriban Aliyeva, che Ilham ha nominato vicepresidentessa nel 2017.

Il clima politico autoritario, tuttavia, non è l’unico motivo di scontento per i 10 milioni di abitanti dell’Azerbaigian. Grande esportatore di petrolio, il Paese è stato fortemente colpito dal crollo dei prezzi del mercato dell’energia nel 2015, che ha dato avvio a una recessione economica fra 2016 e 2017 e alla svalutazione della moneta locale, il manat. L’insoddisfazione generale dei cittadini azeri, espressa spesso attraverso i social media, sta assumendo forme sempre più politicizzate di dissenso che hanno iniziato a preoccupare le autorità.

Secondo l’analista indipendente Anar Mammadli, è stato proprio il timore di veder crescere il sentimento di protesta da parte della popolazione che ha spinto Aliyev ad anticipare le elezioni di otto mesi. Anche se la dissoluzione del Parlamento è stata ufficialmente presentata come un passo necessario per modernizzare il Paese e per realizzare il piano di riforme economiche e giudiziarie elaborato da Aliyev. “Le riforme ambiziose che ci attendono possono essere attuate solo da una nuova generazione di esperti dinamici, moderni e ben educati”, ha sostenuto Ceyhun Osmanli, ex deputato.

L’opposizione oppressa e divisa

Di conseguenza negli ultimi due anni molti funzionari governativi di alto livello sono stati sostituiti con tecnocrati. Inoltre, parte dello spazio della società civile che era stato chiuso con le violente repressioni del 2013 e del 2014 ha iniziato lentamente a riaprirsi. Questo approccio più morbido al dissenso da parte del governo aveva suscitato nuove speranze nell’opposizione in vista delle elezioni dello scorso 9 febbraio.

Tuttavia, più che una reale vittoria, molti esponenti dell’opposizione hanno intravisto la possibilità di maggiore libertà per il dibattito politico e la partecipazione dei cittadini. Almeno una cinquantina di attivisti si sono lanciati nella preparazione dei 21 giorni di campagna elettorale, tra il 17 gennaio e l’8 febbraio.

Purtroppo, però, non tutti sono stati abbastanza fortunati da potersi candidare. La Commissione elettorale centrale ha negato la registrazione ad alcuni ex prigionieri politici, come Rasul Jafarov e Rilkin Rustamzade. La motivazione di questo impedimento risiede proprio nella loro precedente condanna e detenzione. Questo nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo le abbia dichiarate illegittime in entrambi i casi.

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L’avvocato e attivista per i diritti umani Rasul Jafarov, 2019. Fonte: Wikimedia Commons

Per quanto riguarda le diffuse irregolarità elettorali, gli approcci dei partiti dell’opposizione azera sono molto diversi fra loro: il boicottaggio delle elezioni è diventato motivo di discordia. Nelle ultime tornate, infatti, le varie fazioni sembrano fare a turno nel ritirarsi dalla competizione in segno di protesta – come successe in massa alle elezioni parlamentari del 2015, quando abbandonarono la corsa 500 candidati su 1200.

Più che dalle idee, le coalizioni che si formano nell’opposizione sono unite dalle difficoltà di opporsi al regime di Aliyev. I diversi membri si forniscono reciprocamente supporto tecnico e organizzativo, collaborano alla raccolta di firme, alla campagna, alla sollecitazione di donazioni e al monitoraggio delle elezioni. Ma poi finiscono spesso col dividersi su questioni spinose come i brogli elettorali.

Già nel dicembre 2019, il partito del Fronte Popolare dell’Azerbaigian (PFPA) e i suoi alleati del Consiglio Nazionale delle Forze Democratiche avevano annunciato la propria intenzione di boicottare il voto del 9 febbraio, poiché mancherebbe l’ambiente politico necessario per delle elezioni libere e giuste. Altri partiti invece hanno deciso di partecipare, come Musavat (membro delle Forze Democratiche), ReAl, Umid, e il movimento civico Nida.

Sui 1314 candidati registrati presso la Commissione elettorale centrale per il 9 febbraio, il 21% era di sesso femminile. Una proporzione molto bassa rispetto al 79% maschile, ma comunque migliore di quella riscontrata nelle precedenti elezioni parlamentari del 2015.

Un risultato prevedibile

Come previsto da molti analisti, il brevissimo periodo di campagna elettorale e la mancanza di accesso ai mass media pubblici per i candidati anti-establishment non hanno giovato all’opposizione. Su questo terreno di scontro iniquo fra candidati, infatti, lo YAP di Aliyev si è assicurato 70 dei 125 collegi uninominali del Milli Majlis, assegnati tramite sistema maggioritario. Un seggio in più rispetto a quelli che deteneva nel Parlamento uscente.

Il resto dei seggi sono stati assegnati a piccoli partiti pro-governo e a candidati registrati come indipendenti, ma che in realtà supportano le politiche dello YAP. Fra i candidati dell’opposizione, solo uno è riuscito a entrare in Parlamento: Erkin Gadirli, del partito ReAl.

L’affluenza alle urne del 9 febbraio scorso si è dimostrata addirittura più bassa di quella del 2015: 47,81%, con 2.547.982 di votanti su un totale di 5.329.461. Sembra quasi che nei seggi ci fossero più osservatori che elettori votanti: circa 350 rappresentanti dell’OSCE hanno monitorato questa tornata in tutto il Paese, insieme a molti altri osservatori locali e internazionali.

I rappresentanti dei partiti d’opposizione Musavat e ReAl hanno lamentato le solite irregolarità elettorali a favore dei candidati governativi. Aggiungendo che anche l’affluenza sarebbe stata molto più bassa di quanto riportato dalle autorità.

Arthur Gerasimov, coordinatore della missione di monitoraggio dell’OSCE, ha riportato che: “Il numero dei candidati era molto ridotto e i cittadini non avevano ampie possibilità di scelta, senza contare che sono state riscontrate anche pressioni sugli elettori e su alcuni candidati. A fronte di queste violazioni, insieme ad altre registrate durante la fase di conteggio dei voti, dubitiamo della veridicità dell’esito elettorale.

Conclusioni

Sembra, quindi, che l’unica vera novità di queste elezioni sia il background di molti neo-eletti deputati, più giovani dei predecessori e istruiti nelle università occidentali. Infatti, nonostante le promesse del governo e il clima di cauto ottimismo, anche questa consultazione si è rivelata scarsamente democratica e trasparente. Inoltre, la mancanza di una strategia chiara e unita fra le diverse forze che si oppongono ad Aliyev continua a penalizzare la loro efficacia.

Come aveva previsto Rauf Mirkadirov, giornalista politico azero in esilio in Svizzera, con il voto del 9 febbraio è stata semplicemente cambiata la “faccia” del Parlamento, senza nessuna vera democratizzazione del processo elettorale. Una mera prosecuzione del cambiamento avviato da Aliyev nel ramo esecutivo del governo, attraverso il pensionamento (forzato) di molti funzionari anziani in carica dall’epoca di suo padre Heydar.

 

Fonti e approfondimenti

Geybullayeva A., “Elezioni in Azerbaijan: è solo una farsa“, Osservatorio Balcani e Caucaso, 30/10/2015

Osmanli C., “Azerbaijan: Snap elections are coming – and a new generation of politicians”, Euractiv, 04/12/2019

AlJazeera, “Azerbaijan to hold snap parliamentary election on February 9″, 05/12/2019

OC Media, “Azerbaijan’s opposition split over snap election”, 13/12/2019

Safarova D., “In Azerbaijan’s elections, a new hope“, Eurasianet, 20/12/2019

Ditel C., “Elezioni Azerbaijan, per Jafarov stavolta è diverso”, Osservatorio Balcani e Caucaso, 16/01/2020

The Peninsula, Azerbaijan ruling party wins vote, 09/02/2020

PИA HOBOCTИ, “Процедура выборов в парламент Азербайджана”, 09/02/2020

Gotev G., “In snap parliamentary elections, Azeris put hopes in young candidates”, Euractiv, 10/02/2020

Agayev Z., “Azeri Snap Elections Condemned by Monitors for Vote ‘Violations’“, Bloomberg, 10/02/2020

Kalashnyk J., “Elezioni in Azerbaigian, l’Osce sospetta frodi”, Radio Bullets, 10/02/2020

Commissione elettorale centrale dell’Azerbaigian, Risultati elettorali.

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