Nagorno-Karabakh: la guerra dimenticata

Tra il gennaio 1992 ed il maggio 1994 fu combattuta la guerra del Nagorno-Karabakh, ma ancora oggi, oltre vent’anni dopo, le ostilità non sembrano ancora destinate a finire. La guerra fu combattuta tra l’esercito dell’Azerbaigian ed i separatisti, appunto, della sua piccola provincia del Nagorno-Karabakh, che è chiamata anche Artsakh in lingua armena.

L’area è infatti popolata in larghissima maggioranza da cristiani di etnia armena, mentre gli azeri, oltre che essere diversi etnicamente da loro, sono musulmani. Fondamentalmente le rivendicazioni incrociate fanno riferimento per quanto riguarda l’Azerbaigian all’esigenza di mantenere l’integrità territoriale, mentre gli abitanti del Nagorno-Karabakh rivendicano il diritto di autodeterminazione dei popoli, con l’obiettivo di separarsi in modo da non essere più una minoranza etnica.

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La guerra provocò 30.000 morti tra militari e civili e oltre un milione di profughi, ma, nonostante sia teoricamente terminato, il conflitto è più vivo che mai. Lo testimonia la trincea che si snoda per buona parte del confine della regione, grottescamente simile a quelle europee della prima guerra mondiale, e l’enorme numero di incidenti che sono avvenuti durante la lunga tregua armata, che aspetta ancora di evolversi in una vera pace.

La regione è di fatto una repubblica autonoma, nonostante nessun membro della comunità internazionale l’abbia ancora riconosciuta. Basti pensare che non si può entrare in Nagorno-Karabakh senza un visto delle autorità locali, timbro che se esibito in Azerbaigian viene punito con l’espulsione dal paese e lo status di “persona non gradita” per un lungo periodo di tempo.

Ma dove affonda le radici questa guerra dimenticata da tutti tranne da chi ancora la combatte?

La storia delle ostilità tra le due nazioni risale all’inizio del secolo, quando l’implosione della Federazione Transcaucasica, causata dall’invasione bolscevica del 1918 portò alla creazione delle repubbliche di Armenia, Georgia ed Azerbaigian ma allo stesso tempo diede origine a dispute territoriali destinate a durare quasi un secolo. Durante il periodo sovietico il Nagorno-Karabakh divenne provincia autonoma, “oblast'” in russo, e sarà proprio questo dettaglio giuridico a innescare le ostilità durante lo scioglimento dell’Unione.

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La tensione iniziò a crescere dal 1988, anno in cui il governo locale della regione iniziò a manifestare il desiderio di congiungersi territorialmente all’Armenia, oltre che denunciare le politiche di migrazione interna dell’allora presidente azero Heydar Haliyev. Egli era accusato di aver spinto molti azeri a spostarsi nella regione, con l’intento di rompere la coesione etnica della sua popolazione ed affievolirne così il sentimento separatista.

Quando l’Azerbaigian si rese indipendente dalla Russia nel 1991 il soviet locale del Nagorno- Karabakh si appellò ad una legge che permetteva alle oblast’ di separarsi e tornare nell’Unione Sovietica qualora la loro repubblica di riferimento avesse abbandonato la Federazione. Questa decisione fu respinta dal governo azero ma gli abitanti della regione non erano disposti a cedere. Iniziarono a verificarsi dispute incidenti, sfociati in battaglie e massacri in un crescendo che portò alla guerra aperta l’anno successivo, con l’entrata in gioco dell’esercito armeno a supporto della popolazione del Nagorno.

La guerra fu durissima e vide numerosi atti di pulizia etnica da entrambi i lati e un livello elevato di violenza sui civili. Si giunse faticosamente ad un cessate il fuoco solo due anni dopo, con l’Accordo di Biškek ma da allora non si è mai giunti ad una pace vera e propria. I due paesi convivono in uno stato di tregua armata, con una grande area dell’Azerbaigian occupato militarmente dall’esercito armeno e continui incidenti di confine, che solo nell’estate del 2015 causarono 60 morti.

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La Russia gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento della pace nell’area. Se da una parte è la protezione di Mosca nei confronti dell’Armenia a scongiurare una nuova invasione del Nagorno, la super-potenza ha stretti rapporti diplomatici anche con l’Azerbaigian. L’interesse primario della Russia è infatti la stabilità del Caucaso per la salvaguardia del grande oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che partendo dal Mar Caspio trasporta petrolio e gas attraverso l’Azerbaigian passando vicinissimo all’area in conflitto, per poi arrivare in Turchia e da lì infine in Europa.

La pacificazione dell’area sembra comunque ancora lontana, non solo per la situazione internazionale ma soprattutto per quella interna. Finché la tensione etnica non sarà placata e la popolazione non abbandonerà i rancori della guerra, aggravati dall’ancestrale cultura della vendetta che ancora serpeggia in parte popoli caucasici, ogni passo verso la fine delle ostilità rischia di trasformarsi nell’ennesimo fallimento.

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