Alla riscoperta dell’Asia Centrale

La regione dell’Asia Centrale ricopre un’area pari a 4 milioni di km² ed ha una popolazione di 55 milioni di abitanti.  L’area è segnata da una variegata realtà etnica, culturale e religiosa. Posta al crocevia dell’antica Via della Seta è rappresentata dai seguenti Stati: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan. L’elemento che accomuna questi Stati è il passato sovietico e la sua dissoluzione nel 1991. Nei decenni precedenti si era imposto in tutta l’Asia Centrale un ceto di leader locali. Erano tutti personaggi succeduti ai rivoluzionari patriottici, che hanno portato avanti i propositi sovietici dell’autodeterminazione risalenti al 1917, per poi essere decimati dalle purghe staliniane negli anni Trenta.

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Le repubbliche centro-asiatiche sono state le ultime a staccarsi dall’URSS, subito dopo il tentato golpe contro Gorbaciov dell’agosto 1991. Quando si è formata la Comunità di Stati Indipendenti (Csi), le quattro neo-repubbliche hanno mantenuto al comando un membro della vecchia élite comunista. Oltre alla leadership, anche il ceto politico e la struttura burocratica è rimasta stabile: partiti al potere sono il vecchio Partito Comunista che si è dato un nome nuovo in Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan.

Nei primi anni Novanta la Russia era la potenza dominante nella regione, mentre gli Stati Uniti erano più interessati all’allargamento della Nato in Europa Orientale. La Cina, ne approfittò per estendere influenza nella regione dello Xinjiang, che tutt’ora resta saldamente nelle mani di Pechino. Le questioni di confine con le neonate repubbliche sono state risolte attraverso un accordo del 1996 (“Shanghai Five”, con Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan). La vera svolta per l’Asia Centrale si è avuta con la salita al potere di Vladimir Putin nel 2000 che ha avanzato una politica intenta a coinvolgere ( o controllare) la Cina con la partecipazione all’Otsc, all’Unione Doganale Eurasiatica (Kazakistan e Kirghizistan) e alla Shanghai Cooperation Organization cinese (nonché alla più recente Asian Infrastructure Investment Bank).

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Dopo gli eventi del 2001 e la guerra in Afghanistan gli Stati Uniti si sono affacciati alla regione. E’ questo passo verso l’internazionalizzazione della regione che ha portato conseguenze a volte devastanti. Ne è un esempio Islam Karimov che in Uzbekistan ha usato la Global War On Terror di Bush come pretesto per imprigionare circa 10mila oppositori politici. Nel 2005 la “rivoluzione colorata” in Kirghizistan manifesta la scelta di opporsi all’intenzione di “regime change” statunitense. Gli USA quindi hanno dovuto ripensare la propria presenza nella regione attraverso la Northern Distribution Network: una rete logistica che deve rifornire le truppe in Afghanistan – ma solo di materiale non bellico –in alternativa a quello che, a sud, passa per il Pakistan.

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In Asia Centrale permane ora, come negli anni Novanta, un diffuso utilizzo del jihadismo come giustificazione per applicare politiche repressive da parte delle elite al potere. Qui bisogna distinguere tra presenza di islamisti centro-asiatici nei conflitti mediorientali (Siria, Iraq) e comparsa di cellule jihadiste negli stessi Paesi dell’Asia Centrale. Storicamente, i gruppi più importanti dell’area sono l’Islamic Movement of Uzbekistan (Imu) e il Turkistan Islamic Movement  (Tim) – già East Turkestan Islamic Movement, di matrice uigura. Il primo, fondato nel 1998, ha operato in Afghanistan al fianco dei talebani.

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Lo sviluppo dei processi geopolitici negli ultimi dieci anni dimostra che l’Asia centrale è diventata una regione chiave anche per l’Europa, con un impatto significativo sul clima globale della sicurezza continentale. L’influenza dell’Asia centrale si fa sentire su diversi fronti, principalmente quelli della lotta al terrorismo internazionale e della fornitura di petrolio e gas naturale. Allo stesso tempo, la crescente importanza della regione comporta alcuni rischi. Poiché la regione diventa parte integrante del sistema globale di sicurezza e di economia, diventa anche sensibile agli effetti dei molteplici fattori e processi che tradizionalmente determinano il corso dello sviluppo politico, economico, culturale e ideologico globale.

Le minacce interne comuni ai paesi della regione sono:

  1. Instabilità politica e socio-economica interna, inclusi fattori negativi come tensioni etniche;
  2. Scontro delle élite e clan regionali interni;
  3. Alto tasso di disoccupazione;
  4. Migrazione interna ed esterna;
  5. Crescita dell’influenza dell’islamismo radicale tra la popolazione delle repubbliche.

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Le minacce regionali includono problemi transfrontalieri di acqua ed energia, che esistono tra i paesi delle linee di flusso superiore e inferiore dei principali fiumi Amudarya e Syrdarya. Questi problemi includono: la costruzione di grandi centrali idroelettriche in Kirghizistan e in Tagikistan, uso di centrali idroelettriche esistenti in Kirghizistan e Tagikistan non per l’irrigazione, ma per la produzione di energia. Sono rimaste irrisolte anche alcune controversie di confine, come ad esempio quella lungo l’asse kirghiso-tagico dove solo 567 km sono regolati ufficialmente e di questi solo 51 sono approvati dalle delegazioni governative.

Kazakhstan

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Si è iniziato a parlare maggiormente di instabilità in Kazakhstan quando alcuni atti terroristici hanno permesso ai fedeli musulmani di assurgere alle cronache. L’etnia musulmana nel paese è circa il 60% della popolazione, i gruppi etnici sono 140 di cui il 23% è russo. Questo ha convinto la governance kazaka a considerare i pericoli derivanti dal fenomeno dell’eversione musulmana. Tale consapevolezza ha reso la Dottrina Militare del Kazakhstan particolarmente attenta all’estremismo, benché attualmente l’ISIS non minacci direttamente il Paese. La minaccia alla stabilità e  alla sicurezza del paese risiede nei traffici internazionali di armi e droga: le vie che collegano l’Europa e la Russia al mercato degli stupefacenti che originano dall’Afghanistan, passano proprio attraverso il territorio del Kazakhstan. Il traffico è reso florido dalla corruzione e dal labile controllo delle frontiere.

Turkmenistan

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L’economia del Turkmenistan è basata sull’agricoltura e sulla pesca e il paese regge il proprio PIL sulle esportazioni di cotone, rientrando tra i primi dieci produttori al mondo. La maggior parte della popolazione non ha accesso a luce e gas: l’economia è ancora per gran parte sotto il controllo del potere centrale e non vi è stata una piena transizione verso il libero mercato. Anche il Turkmenistan è una delle ex Repubbliche Sovietiche che insieme al Kazakhstan è stata classificata come regime autoritario, con poca libertà di stampa e un potere quasi totalmente focalizzato nelle mani del presidente.  Nel 1992 il Turkmenistan ha cominciato a muovere i primi passi verso una ricostruzione del paese e della propria economia. Il Turkmenistan ha continuato ad essere legato al rublo e alla liberalizzazione dei prezzi russi fino al 1993, anno in cui è entrato in corso legale il manat, la moneta ufficiale turkmena. Tuttavia l’inflazione ha continuato a salire e si è attestata intorno all’esorbitante valore del 1000%.  Dopo le collaborazioni energetiche con la Russia e il vicino Kazakhstan, il Turkmenistan si è accorto che poteva approfittare della crisi politica in Ucraina e aprirsi verso i mercati europei. Così è nato il progetto di collegamento tra Ashgabat e Baku dal nome Trans Caspian Pipeline (TCP).

Uzbekistan

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L’Uzbekistan, posto tra Kazakhstan e Turkmenistan,  è un paese che cerca di ottenere una posizione indipendente nel panorama economico internazionale, slacciandosi dai vecchi legami con la madre Russia e con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Al crollo dell’Urss il Fondo Monetario Internazionale (FMI) chiese al governo di seguire i dettami dell’economia di transizione: liberalizzazione dei mercati e dei prezzi, privatizzazione. La fase iniziale della transizione fu uno shock per il paese, che vide rallentare la sua già fragile economia. Dopo un un periodo di recessione, l’Uzbekistan nel 2001 divenne la prima repubblica post sovietica a uscire dalla fase di transizione. Inoltre il governo uzbeko ha iniziato le trattative per entrare nel WTO e nella Shanghai Cooperation Organisation.

BIBLIOGRAFIA:

  1. European Parliament : Directorate general for external policies, “The EU in Central Asia: The regional context”
  2. International Conference on Research Paradigms Transformation in Social Sciences 2014 Threats and Challenges to the Regional Security in Central Asian Region (the Example of the Republic of Kyrgyzstan)
  3. http://carnegieendowment.org/2010/08/24/uzbekistan-s-view-of-regional-security-in-central-asia-pub-41422
  4. http://www.asrie.org/2017/01/asia-centrale-e-stabilita-regionale-il-caso-di-kazakhstan-turkmenistan-e-uzbekistan/
  5. Cronache dall’Asia Centrale, GABRIELE BATTAGLIA

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