La guerra siriana e l’offerta cinese: prestiti in cambio di petrolio

La Cina si muove sempre più velocemente e sempre più in silenzio. Dopo l’enorme Forum sul progetto Belt and Road Initiative (BRI) Pechino sta dando vita alla sua costruzione in maniera attiva. Il progetto, che ha come obiettivo quello di diminuire la distanza enorme tra l’Asia e l’Europa, deve essere efficiente non solo per la materia economica ma anche per quella politico-diplomatica. Lo sviluppo globale del XXI secolo ha rinforzato ancora di più l’interdipendenza tra economia e politica. 

Quindi la lunga strada deve essere costruita anche con l’acutezza e la saggezza politica. Per questo il caso della guerra civile siriana è un ottimo esempio di come Xi Jinping e il suo ristretto Politburo stiano lavorando nella giusta direzione.

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La Siria è il Paese che più di tutti negli ultimi cinque anni ha subito il peso della guerra, la povertà e la distruzione di ogni struttura socio-economica nel mondo. Nata come guerra civile nel 2011, la sua internazionalizzazione è stata talmente travolgente che in pochissimo tempo si è passati da un sanguinoso conflitto di piazza alle bombe americane (recentemente famosi i 52 missili fatti lanciare dal presidente Donald J. Trump abbandonando per la prima volta l’America First policy). Gli attori regionali e internazionali sono (quasi) tutti: USA, Russia, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Repubblica Ceca, Germania, Norvegia,  Iran,  Turchia, Giordania, Iraq, Hezbollah, i movimenti Curdi. Tutti. Chi manca in Siria? La Cina.

Perché la Cina sostiene Assad?

La Cina infatti sostiene il governo di Assad per diversi motivi:

  1. La guerra all’ISIS è fondamentale per limitare l’espansione del radicalismo musulmano in Asia Centrale. Il colosso asiatico infatti deve gestire la “paura” musulmana che è insita nel proprio territorio: gli Uiguri. La Provincia autonoma più occidentale della Cina, lo Xinjiang, è popolata quasi unicamente da questa etnia, la quale ha molte connessioni con il mondo musulmano Mediterraneo. La vicinanza tra i fondamentalisti Uiguri e la guerra siriana ha portato all’arruolamento di molti di essi nell’esercito dell’ISIS. 
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  2. Assad non vuole lasciare il potere, meno che mai a un comando americano. La risoluzione di un conflitto senza una vera e propria vittoria degli USA  lascerebbe con più facilità la possibilità alla Cina di utilizzare il proprio soft-power in maniera ancora più efficace.
  3. Il maggior esportatore verso la Siria negli ultimi anni è proprio lo Stato cinese. Più del 22% dell’import siriano, pari a più di un miliardo di dollari, è in mano cinese che quindi vede nello Stato mediorientale una partnership da mantenere per lungo tempo. Solo la Turchia ha un export verso la Siria maggiore (30%, parti a un miliardo e trecento mila dollari).
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Come ricostruire un Paese distrutto

In Siria c’è già qualcuno che pensa a come ricostruire il Paese. L’ambasciatore siriano Imad Moustapha, che tra il 2004 e il 2011 ha prestato servizio presso l’ambasciata siriana negli USA e dal 2011 è ambasciatore in Cina, ha dichiarato che la Siria sta cercando degli investitori fidati per la ricostruzione.

Il capitale stimato dalla Banca Mondiale per ricostruire il Paese è di $200 miliardi. Una somma che se non gestita con capacità, intelligenza e moralità potrebbe portare a un nuovo conflitto nel giro di due anni. Questo è quello che i diplomatici e i ricercatori di sicurezza internazionale suggeriscono ogni volta che si presenta il conto di una guerra così lunga.

In questo momento la Cina sembra volersi espandere senza troppo curarsi del costo di ciò. Ovviamente questo non è del tutto vero, l’intuizione di entrare all’interno della Siria per ricostruire il Paese dopo la sua completa distruzione da parte di forze internazionali può garantire ulteriore credibilità allo Stato asiatico. Non è quindi da dimenticare che il frutto della credibilità è spesso l’alleanza. In un mondo che sta cercando la propria identità da qualche decennio, e con uno Stato che sta mettendo a frutto ora tutti gli sforzi fatti negli ultimi quaranta anni, la direzione multipolare in termini geopolitici è inevitabile, ma ancora da decifrare.

Quello che è più chiaro è che la Cina è pronta a finanziare il governo siriano. 

Come avverrà il finanziamento?

Questa è la più grande domanda da farsi quando si parla di soft-power e ricostruzione. La Cina ha due grandi obiettivi da rispettare:

  1. Far crescere la credibilità della propria valuta, lo yuan (o renminbi), per guadagnare forza economica all’interno delle maggiori banche del mondo. I primi grandi passi sono stati effettuati nel 2013 con uno scambio di valuta tra la Banca Centrale Europea (BCE) e la Banca del Popolo Cinese (PBOC) per un ammontare di €45 miliardi (350 miliardi renminbi).
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  2. Assicurarsi petrolio senza cadere nella trappola della dipendenza energetica. L’oro nero infatti è uno dei maggiori punti di discussione quando la Cina si affaccia al commercio internazionale. Il consumo e la produzione di petrolio sono oramai troppo distanti (il 1993 è l’anno in cui il consumo e la produzione hanno collimato per la prima volta, dal 1994 in poi la Cina divenne importatore netto di petrolio). 

     

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Unendo i due punti si arriva alla nuova strategia cinese di aiuto in Siria. Viene chiamata “loan-for-oil policy” e consiste nel calcolare la quantità di denaro che la Cina garantisce alla Siria e trasformare quella quantità economica in quantità energetica, ovvero in petrolio. Quindi, il petrolio verrà pagato dalla Cina sotto forma di prestito economico vincolato per la ricostruzione in Siria. Questa pratica sta già venendo attuata dal governo cinese in altri Stati, principalmente in America del Sud (Brasile, Venezuela, Ecuador) o in Asia Centrale (Kazakhstan, Russia).

Ecco quindi di nuovo che la win-win policy, che già ai tempi di Mao Zedong si era fatta vedere dalla Conferenza di Bandung 1955 con Zhou Enlai, non è mai stata abbandonata. Anzi. La capacità cinese è stata quella di sapersi adattare al cambiamento globale, riuscendo a sfruttare ogni singola situazione per potersi espandere e penetrare all’interno degli Stati attraverso il soft power.

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://www.scmp.com/news/china/diplomacy-defence/article/2121552/syria-courts-china-rebuilding-push-after-fall-islamic

https://www.oxfordenergy.org/wpcms/wp-content/uploads/2016/12/Chinas-loans-for-oil-WPM-70.pdf

Casarini Nicola (2015): Is Europe to Benefit from China’s Belt and Road Initiative?, IAI Working Papers, 15:40

http://www.worldbank.org/en/country/syria/publication/the-toll-of-war-the-economic-and-social-consequences-of-the-conflict-in-syria

MED ISPI 2017, LOOKING AHEAD: CHARTING NEW PATHS FOR THE MEDITERRANEAN

 

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