La lunga marcia dell’opposizione russa

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Il 2021 nella Federazione Russa si è aperto con un celebre arresto, quello di Aleksey Naval’niy, da poco rimessosi da un terribile avvelenamento. È continuato con settimane di proteste ininterrotte, migliaia di arresti, scontri violenti fra manifestanti e forze dell’ordine. Sono iniziate poi le intense persecuzioni a giornalisti e giornaliste: Meduza, DOXA e altre testate indipendenti stanno tuttora subendo duri attacchi dal regime. L’opposizione al regime di Vladimir Putin è ora più che mai impegnata su più fronti.

Questi movimenti però non sono una novità. Inizialmente accolto con grande entusiasmo, il regime ormai ventennale di Vladimir Putin nella Federazione Russa è stato accompagnato da numerose istanze di protesta. Dal 2012, finita la parentesi della presidenza Medvedev, il regime di Putin ha gradualmente stretto la presa sulle libertà di cittadini e cittadine, irrigidendo la propria struttura e accentrando i poteri. Di conseguenza, numerosi moti hanno animato la parte minoritaria della società civile russa che costituisce un eterogeneo fronte di opposizione. A ciò va affiancata l’opposizione interna agli organi istituzionali: ali, anch’esse minoritarie, all’interno di partiti e schieramenti parlamentari.

In Occidente, la vicenda relativa all’avvelenamento e all’arresto del leader di opposizione Aleksey Naval’niy è la questione che ha avuto maggiore risonanza mediatica. Questo è dovuto a una certa apparente affinità ideologica fra il navalnismo e la democrazia liberale, che però è un’interpretazione quantomeno riduttiva: attribuire a Naval’niy una posizione liberal-progressista, addirittura ispirata alle democrazie occidentali, significa piegare la narrazione del conflitto interno alla Russia alle categorie di pensiero occidentali – spesso per rimarcare il primato di queste ultime. 

Significa anche fraintendere l’ideologia di Naval’niy e le sue priorità programmatiche, che lasciano fuori le minoranze etniche e la questione di classe, come la povertà imperante in Russia e la crisi economico-sociale del Paese e le conseguenze della pandemia.

Il movimento navalnista non è l’unico fronte di opposizione al regime putiniano. Esistono tendenze e di dinamiche sociali in opposizione alle istituzioni governative con caratteristiche, strumenti e dimensioni molto diverse fra loro, ma che costituiscono una parte importante dei moti che animano la società civile russa. Di seguito riportiamo le principali correnti.

Ambientalismo, tutela del territorio, localismo

Le associazioni e i movimenti che si battono in senso ambientalista a favore della tutela del territorio russo sono numerose . Tuttavia, ci sono differenze sostanziali rispetto all’associazionismo e alle mobilitazioni civili occidentali.

Innanzitutto, non bisogna dimenticare la legge sugli agenti stranieri (иностранные агенты), la cosiddetta Foreign Agent Law del 2012. Tornata sotto i riflettori durante l’ultima ondata di repressione contro i giornalisti, questa legge permette di etichettare come “agenti stranieri” soggetti accusati di sfruttare le risorse finanziarie erogate dal governo russo per promuovere gli interessi di Stati esteri. A ciò è seguita la cosiddetta NGO Law del 2015, una sorta di supplemento alla legge del 2012, che consente di sciogliere le organizzazioni non governative ritenute “indesiderate” dal governo russo. Per aggiudicarsi la nomea di indesiderabili, queste organizzazioni devono “porre una minaccia ai fondamenti dell’ordine costituzionale della Federazione Russa, alla difesa dello Stato o alla sicurezza nazionale”.

Le conseguenze più immediate di queste due leggi sono, innanzitutto, un limitatissimo raggio di azione per le branche locali delle organizzazioni ambientaliste internazionali, come ad esempio Greenpeace. In secondo luogo, e più di rilievo, vi è l’estrema facilità con cui un’organizzazione non governativa può essere accusata di contrastare gli interessi e la sicurezza nazionale della Russia. Ciò vale sia a livello ideologico, per cui un’organizzazione ambientalista che rifiuta un modello economico fortemente estrattivista e basato sullo sfruttamento di idrocarburi può tecnicamente “andare contro gli interessi dello Stato”; sia a livello pratico, per cui un’organizzazione ambientalista che ostacola con la forza la costruzione di infrastrutture dedicate allo sfruttamento delle risorse viene accusata in questo senso.

Ne emerge un quadro piuttosto limitante per l’associazionismo e l’azione collettiva organizzata. Come può agire la società civile per portare avanti i propri interessi, qualora questi si distacchino dalle politiche statali? Innanzitutto, molte associazioni che lottano per la difesa dell’ambiente e del territorio (come per le persone con disabilità, per la salute pubblica e per il potenziamento delle infrastrutture) adottano strategie nonviolente e non si pongono in aperta opposizione con le istituzioni statali. Vale a dire, cercano di portare avanti la propria missione e difendere i propri interessi attraverso una collaborazione con le istituzioni, le quali a loro volta sono spesso favorevoli a devolvere alle organizzazioni di cittadini e cittadine il compito di fornire servizi e welfare che non rientrano nelle proprie priorità.

Un’altra via percorribile è quella di rinunciare a un associazionismo ufficiale e di larga scala, ossia di non costituire organizzazioni registrate, ma di muoversi in gruppi informali a livello locale, con grande autonomia e scarsa istituzionalizzazione. È questo il caso di molti movimenti per la tutela del territorio.

Nonostante le apparenze, l’ambientalismo ha radici solide nella storia e nella cultura russa. Nella tarda Unione Sovietica erano già presenti dei movimenti, soprattutto studenteschi, a tutela del territorio. Inoltre, veniva praticata la raccolta differenziata, in particolare di vetro e metallo, con il sistema dei vuoti a rendere, che consentiva di trarre un minimo guadagno dallo smaltimento di rifiuti. Pratiche che oggi definiremmo “ambientaliste” o “sostenibili” non sono una novità per le fasce più adulte della popolazione. Infine, il popolo russo – nelle sue mille differenze etniche, geografiche, culturali e religiose – ha conservato nel suo sviluppo un rapporto di natura quasi misticista con la natura, vista come una forza elementare e ancestrale superiore che domina la grandissima parte del territorio nazionale e, dunque, può essere difficilmente piegata al volere dell’uomo.

Proprio quest’ultimo punto è in aperta contraddizione con la concezione fondamentalmente utilitaristica del suolo russo da parte delle autorità di governo. In conformità col modello produttivo estrattivista e con un’economia basata sull’iper-sfruttamento delle risorse naturali, le istituzioni considerano il territorio russo non come un bene prezioso da difendere e preservare, bensì come una risorsa di cui disporre a proprio piacimento, al fine ultimo di perseguire l’interesse economico immediato. Ciò è rafforzato dalla vastità del territorio nazionale (la Russia è il Paese più esteso del mondo) e dalla scarsissima densità della popolazione, concentrata perlopiù nelle aree urbane (mentre nelle aree rurali si limita a remoti insediamenti). 

Ne consegue una politica governativa “semi-coloniale”: il centro, ossia il Cremlino moscovita, sfrutta la periferia a proprio piacimento, anteponendo il profitto alle esigenze degli abitanti locali. Questa dinamica ha incontrato la strenua resistenza dei residenti in molte situazioni diverse. Va avanti da anni la lotta contro la costruzione di un’enorme discarica nel villaggio di Shies, nell’oblast’ di Arkhangel’sk, che non ha risparmiato vittime fra manifestanti civili in seguito a scontri violentissimi con diversi corpi di polizia e di agenzie di sicurezza private assunte dalle imprese costruttrici.

Meno sanguinosi e più vittoriosi per i manifestanti sono stati altri scontri riconducibili alle stesse dinamiche, a Ufa nel 2020 e a Ekaterinburg nel 2019. Nel primo caso, la capitale della Repubblica di Baschiria, o Bashkortostan, è insorta in seguito alla decisione del governatore di disboscare grossa parte del territorio circostante per espandere la produzione di bicarbonato di sodio. La decisione è stata rimandata ed è tuttora in stallo. A Ekaterinburg, città multietnica e multi-religiosa, la popolazione si è strenuamente opposta allo sventramento del parco principale della città a favore della costruzione di una nuova chiesa ortodossa. 

In entrambi i casi, si tratta di attivismo localista-ambientalista che segue una dinamica centro-periferia: così come Arkhangel’sk era stato declassato a territorio-discarica della capitale, la disboscazione e lo sventramento del parco erano ordini dall’alto. Nel primo caso, vi erano gli interessi di un’élite economica fortemente legata al Cremlino. Nel secondo caso, l’iniziativa proveniva dall’amministrazione regionale del Bashkortostan (anch’essa emissaria diretta della volontà del governo federale), in alleanza con la Chiesa ortodossa, a propria volta desiderosa di espandere il proprio controllo capillare sul territorio. 

Queste volontà imposte dall’alto sono in aperta opposizione con le esigenze delle comunità locali, in quanto diretta espressione delle istituzioni federali, che hanno come priorità il tornaconto economico e politico di pochi (l’élite putiniana) a discapito degli invisibili molti. Le proteste insorte sono dunque espressione di due sensibilità: la prima è di stampo genericamente ambientalista, la seconda ha invece tratti localisti più specifici e circoscritti al contesto.

Oltre a questi tre casi sopracitati, sono moltissime le occasioni in cui cittadini e cittadine hanno manifestato contro la costruzione di impianti e infrastrutture che avvertivano come una minaccia per il territorio e il benessere urbano e rurale. Un altro esempio fu la grande mobilitazione di residenti della periferia di San Pietroburgo per protestare contro la costruzione di un nuovo inceneritore nel 2011. Organizzazioni ambientaliste nonviolente locali, gruppi spontanei di cittadini e cittadine e persino rappresentanti di organizzazioni internazionali formarono la coalizione “Alleanza contro l’inceneritore”, che riuscì ad avere un dialogo con le amministrazioni locali e a bloccare il progetto, marcando una vittoria epocale per le formazioni ambientaliste russe.

Si è spesso parlato di questo tipo di azione collettiva come di NIMBY, acronimo che sta per Not In My Backyard (letteralmente, “non nel mio cortile”): proteste di membri di una comunità locale contro la realizzazione di opere pubbliche che avrebbero un impatto rilevante su un territorio da loro avvertito come strettamente personale. Tuttavia, questo termine viene spesso accompagnato da un’accezione negativa, in quanto talvolta associato a una sorta di “egoismo di movimento”: la prioritizzazione del “bene di pochi” (in questo caso, le persone che protestano) a discapito del “bene comune”, ossia infrastrutture che, teoricamente, porterebbero vantaggi alla collettività. Questo genere di argomentazioni, insieme al paradosso per cui se tutte le comunità locali portassero avanti proteste NIMBY “non si potrebbe più fare nulla da nessuna parte”, viene spesso utilizzato per smontare le proteste delle comunità. 

Una prospettiva del genere, anche quando non proposta in malafede, è estremamente riduttiva: non consente di cogliere le dinamiche centro-periferia e la lotta di una società civile per l’affermazione della sovranità locale e del proprio benessere, contro un governo che attua spregiudicate politiche estrattiviste e colonialiste che rispondono all’interesse delle élite politiche ed economiche. Inoltre, esclude dall’analisi le costrizioni imposte dal regime a cui devono sottostare i gruppi civili in protesta, che ne determinano in parte la strategia. Per questo motivo i movimenti russi di tutela ambientale localista non vanno limitati solamente all’ottica NIMBY.

Opposizione istituzionale e parlamentare

La dinamica di scontro centro-periferia nella Federazione Russa si ritrova anche a livello istituzionale. Un caso esemplare in questo senso è l’arresto del governatore dell’oblast’ di Khabarovsk, Sergey Furgal, avvenuto il 9 luglio 2020 in seguito a indagini opache su crimini risalenti a più di quindici anni prima. L’ex governatore, attualmente incarcerato in isolamento a Mosca, è stato prontamente sostituito da un emissario del Cremlino ad interim, Mikhail Degtyarev, un funzionario estraneo alle politiche regionali e locali con cui la popolazione non aveva avuto alcun contatto precedente. All’arresto sono seguiti mesi di proteste pressoché ininterrotte, che hanno scatenato scontri violenti con le forze dell’ordine.

Le proteste di Khabarovsk, spesso liquidate dalla stampa occidentale come proteste in nome di una generica “democrazia”, non sono basate su un sentimento di autentica opposizione allo status quo di Mosca. Furgal era un esponente del partito liberaldemocratico (che nonostante il nome ha una linea ultraconservatrice) che non ha mai agito in aperta opposizione al Cremlino, ma ha portato avanti una linea filo-populista che aveva gli interessi locali come priorità assoluta. Pertanto, il forte malcontento è da considerarsi una reazione a una percepita ingerenza da parte del governo federale su un territorio remoto che desidera vedersi riconosciuta la propria dignità e autonomia

Ancora una volta, la società civile di un territorio remotissimo (Khabarovsk si trova nell’estremo oriente russo) che percepisce il Cremlino come distante e disinteressato, insorge quando il governo centrale adotta misure violente che calpestano in maniera plateale gli interessi delle popolazioni locali. Dunque, questa categoria accomuna (ed è utile a comprendere) dinamiche di opposizione alle politiche di regime molto diverse fra loro.

A livello parlamentare, sia nell’Assemblea federale che nei parlamenti regionali, l’opposizione è piuttosto scarsa. In questo senso, il sistema multipartitico non riflette una reale pluralità e diversità di schieramenti e ideologie. Si è già visto, ad esempio, come LDPR (il partito liberal-democratico russo) sia in realtà una formazione filogovernativa dai valori ultraconservatori. La stessa cosa vale per il Partito comunista, guidato dal conservatore nazional-stalinista Gennadij Zjuganov, da sempre al supporto del regime putiniano. 

Tuttavia, vi sono alcune ali di partito che stanno riuscendo a dimostrare una certa autonomia e addirittura uno strappo notevole con la linea di partito. È il caso del gruppo guidato da Nikolaj Bondarenko, membro del partito comunista eletto deputato della duma regionale di Saratov. Trentasei anni, sostenitore di Naval’niy, blogger con un milione di follower, Bondarenko condivide con il pubblico i suoi durissimi interventi in assemblea e il suo stretto contatto con le comunità locali tramite incontri frequenti con concittadini e concittadine.

A ciò va aggiunto un discreto numero di candidati indipendenti nelle elezioni federali e regionali, supportati dalla strategia del “voto intelligente” ideata da FBK, la Fondazione per la lotta alla corruzione fondata da Naval’niy ormai presente in tutto il Paese. Grazie a questa strategia elettorale, nello scorso turno di elezioni regionali sono stati eletti candidati indipendenti nelle dumy municipali di Tomsk, Tambov e Novosibirsk. Quest’ultima in particolare ha destato grande scalpore: nella terza città più grande del Paese, il partito pro-Putin di maggioranza, Russia Unita, detiene ora meno della metà dei seggi.

Cristallizzata nel suo status di “autocrazia elettorale” –  ossia, un regime non-democratico che tuttavia mantiene saldi meccanismi elettorali e istituzioni apparentemente democratiche per legittimare la propria continuità – la Federazione Russa non ospita molti altri scontri istituzionali, in particolare nell’Assemblea federale. Il motto “non c’è Russia senza Putin”, ripetuto da numerosi sostenitori del presidente russo, è drammaticamente reale. 

Nei suoi vent’anni di governo, Putin ha costruito un sistema politico ad personam, basato cioè non sull’alternanza democratica di esponenti di una leadership solida, ma sul consenso convergente sul culto della propria personalità. Il presidente russo ha intrecciato saldamente il destino della Russia post-sovietica e post-anni Novanta a sé stesso, escludendo dall’arena politica le possibili alternative, sia in senso fisico (si veda il caso Naval’niy) che in senso ideologico. 

L’opposizione sta lavorando ai margini di questo sistema molto solido, nonostante la precarietà infrastrutturale ed economica del Paese che lo ospita. Tramite attività di lobbying, cooperazione con le istituzioni, azioni localiste, proteste circoscritte a questioni specifiche e lotte per il cambiamento istituzionale a livello locale, le diverse opposizioni sono impegnate su più fronti, seguendo una dinamica bottom-up (ossia, dal basso verso l’alto). 

Le manifestazioni di massa come quelle in supporto a Naval’niy difficilmente riusciranno, da sole, a scalfire un regime marmoreo e ben radicato nelle élite economiche, nella giustizia e nei sistemi di sicurezza. Infatti, la logica delle manifestazioni di piazza si basa su una sorta di “ricatto”: la popolazione minaccia di togliere il consenso all’élite politica, se questa non asseconda le proteste. Tuttavia, in un Paese il cui governo non si basa (solo) sul consenso popolare (che comunque Putin al momento detiene), ma è sorretto anche da un legame solido ed extra-istituzionale con l’élite economica, le strutture militari e l’apparato burocratico, questo ricatto da solo non può funzionare. 

Basti pensare alla deliberata violazione dell’art. 31 della Costituzione russa (“I cittadini della Federazione russa hanno diritto a riunirsi pacificamente, senza armi a organizzare raduni, incontri, dimostrazioni, cortei, picchetti”) in occasione delle proteste a favore di Naval’niy, represse violentemente. Per questo motivo è fondamentale osservare quanto succede ai margini e come chi si oppone al regime cerca di infiltrarsi nelle maglie di un potere che, per definizione, non può dirsi eterno.

 

Fonti e approfondimenti

Piero Sinatti, Naval’nyj: i giorni della vendetta.

Vladimir Gyaznevich, «Musoroszhigatel’nyy zavod v Peterburge ne smogli soglasovat’ v 2014 godu», RBK, 12 2014.

 «Kak my pobedili MSZ v Peterburge?», STOPMSZ. 

Regionali in Russia: cosa guardare nel “giorno unico delle elezioni”.

GULNAZ SHARAFUTDINOVA, Russian Groupthink.

 

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Editing a cura di Elena Noventa

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