Russia e libertà di espressione: DOXA, Meduza e il futuro dell’informazione nella nuova strategia putiniana

L’articolo che stai leggendo è firmato dalla redazione perché Lo Spiegone ritiene  fondamentale la tutela fisica, mentale ed economica dei propri collaboratori e delle  proprie collaboratrici. Ogni qual volta tale tutela è a rischio, ricorriamo a questa formula.  Le idee contenute nell’articolo non rispecchiano necessariamente l’esperienza e le  opinioni di tutte le persone della nostra redazione, ma rispettano comunque i valori e la  linea editoriale del nostro progetto.

Dallo scorso gennaio la Russia sta consolidando un progressivo irrigidimento del proprio regime, a partire dall’incarcerazione del leader di opposizione Aleksey Naval’niy a cui sono seguite proteste che hanno incontrato una repressione feroce. Nelle ultime settimane la morsa delle autorità si è concentrata principalmente sulla stampa, intensificando quello che è già un trend consolidato: 150° su 180 Paesi per libertà di stampa, il regime di Vladimir Putin ha da sempre operato un forte controllo sulla pubblica informazione.

Doxa: il governo attacca le testate minori

È del 14 aprile scorso la notizia dell’irruzione da parte delle forze dell’ordine nella redazione moscovita della rivista online indipendente DOXA, fondata e coordinata da studenti e studentesse universitari. I raid hanno coinvolto le abitazioni di quattro dei redattori e delle loro famiglie. A riferire i fatti è stata la rivista stessa, in una dichiarazione ufficiale sul proprio sito. 

Le perquisizioni hanno portato al sequestro di telefoni e computer e al fermo dei quattro redattori Armen Aramyan, Vladimir Metelkin, Alla Gutnikova e Natalia Tyshkevich, che attualmente si trovano in libertà vigilata,  con il divieto di utilizzo di telefoni, internet e corrispondenza ordinaria fino al 14 giugno, data prevista per il processo. Negli ultimi giorni, a queste misure si è aggiunta l’imposizione di braccialetto elettronico – che le ha rese di fatto arresti domiciliari.  I quattro rischiano una pena che va da 100 mila rubli di multa fino a tre anni di reclusione con l’accusa di “incitamento di minori a partecipare ad azioni illegali”. 

Oggetto di indagine e causa scatenante delle perquisizioni sarebbe un video, pubblicato da DOXA a inizio anno, a sostegno di studenti e studentesse universitari che stavano prendendo parte a manifestazioni in seguito all’arresto di Aleksei Naval’ny.

La redazione ha respinto le accuse, affermando che nel video in questione non si incitavano i giovani a manifestare, bensì si spiegava loro che sarebbe stato illegale per le università espellerli a causa della loro partecipazione alle proteste, come le istituzioni avevano minacciato di fare. Oltretutto, il video era già stato rimosso alla fine di gennaio dalla stessa DOXA su richiesta del Roskomnadzor (il Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa).

Fornire informazione relativa al mondo accademico è uno degli obiettivi primari di DOXA, la cui storia è iniziata nel 2017 nell’ateneo della Higher School of Economics (HSE) di Mosca; qui, su iniziativa di un gruppo di studenti, è stata fondata come pubblicazione online legata all’università, e da essa finanziata come media ufficiale. In poco tempo la redazione si è allargata, accogliendo anche  studenti di altri atenei, e la rivista  è diventata di più ampio respiro.  

La popolarità è arrivata nell’estate del 2019, in seguito alle proteste scatenate dal blocco alla candidatura alla Duma di candidati indipendenti. Già in questa occasione DOXA si pose al fianco dei manifestanti e supportò le campagne di crowdfunding a sostegno dei prigionieri politici, diventando così una realtà apertamente di opposizione. Nell’autunno dello stesso anno pubblicò un articolo critico riguardante la candidatura alla Duma di Mosca della rettrice della Russian State Social University, Natalia Pochinok, evidenziando irregolarità interne all’università e ai diplomi di laurea da essa erogati. In seguito alle lamentele della stessa Pochinok, HSE accusò DOXA di aver danneggiato i rapporti dell’università con altri atenei e decise di revocarne i fondi e lo status di organizzazione studentesca.

DOXA è diventata così un organo di stampa indipendente rivolto a studenti e studentesse russi, trattando prevalentemente temi riguardanti il mondo accademico e i diritti civili. In diverse occasioni la testata si è schierata al fianco di proteste come quella contro Lukashenko in Bielorussia e, appunto, le manifestazioni pro-Naval’ny di gennaio scorso, fornendo informazioni utili alle opposizioni politiche. 

Il contenuto del video incriminato riflette una problematica sempre più attuale nella società russa: la mancata tutela dei propri studenti da parte delle università e, anzi, la minaccia di espulsione in caso di partecipazione a manifestazioni non autorizzate. Un provvedimento che comporterebbe serie conseguenze per le persone interessate, la cui carriera verrebbe irrimediabilmente compromessa.  Il video diffuso da DOXA svela la progressiva cooptazione degli atenei – persino quelli considerati più “liberali” – entro le dinamiche di potere del regime autoritario di Putin. HSE, infatti, non ha sempre preso le distanze dalle battaglie di opposizione dei propri studenti: ben diverso si è rivelato il caso di Egor Zhukov, studente e vlogger arrestato nel 2018 per aver espresso posizioni contrarie alle politiche del governo in uno dei suoi video, cui l’università, al tempo, ribadì il proprio supporto.

Meduza, FBK e il cambio di strategia

La repressione nei confronti  di DOXA è stata seguita a breve da quella verso Meduza, quotidiano online di opposizione che offre contenuti in russo e in inglese, che si è ritrovato al centro di una serie di provvedimenti repressivi solo  pochi giorni fa. 

Con sede a Riga, il quotidiano è stato contrassegnato come “agente straniero dal Ministero della giustizia russo lo scorso 23 aprile. Questa denominazione legale, introdotta nel 2012, accusa i soggetti interessati di sfruttare risorse finanziarie erogate dal governo russo per fare l’interesse di Stati esteri. Incluso improvvisamente in questa categoria, il quotidiano ha perso i suoi principali finanziatori e sponsor russi ed è al momento costretto a dipendere solo da donazioni spontanee.    

Non è la prima volta che Meduza subisce pressioni e aggressioni da parte del governo russo: esemplare è il caso relativo all’arresto del giornalista Ivan Golunov nell’estate del 2019, che ebbe grande eco mediatico e causò una forte ondata di proteste. Tuttavia, le cose recentemente sono cambiate. Se fino ad ora il governo russo ha attaccato soprattutto singolarmente giornalisti e giornaliste, la strategia attuale colpisce in maniera strutturale. Il governo russo, coerentemente con la strategia del “pugno di ferro” mostrata nelle vicende relative a Naval’niy, punta a eliminare intere organizzazioni, minandole alla base.

La stessa strategia è stata infatti utilizzata nei confronti di FBK, l’organizzazione di Aleksey Naval’niy, altamente professionalizzata e capillare in tutta la Russia. FBK è stata da poco classificata dal tribunale di Mosca come “organizzazione estremista”, diventando di fatto illegale: questa definizione giustifica su base legale i raid e la confisca di sedi, equipaggiamenti e conti bancari, oltre agli arresti a tappeto dei membri dell’organizzazione.

Risale a questa settimana, inoltre, la notizia che agli individui non solo appartenenti formalmente, ma “ricollegabili” in qualche modo a organizzazioni riconosciute come estremiste non potranno candidarsi alle elezioni parlamentari, previste per il prossimo settembre. Ecco che Putin, con poche abili mosse, ha escluso il principale bacino di opposizione dalla partecipazione elettorale.

Stiamo dunque osservando in tempo reale un’importante evoluzione del potere di Putin. La strategia del Cremlino, da sommessamente repressiva, si sta velocemente trasformando in apertamente autoritaria. Questa strategia ora si rivolge non più ai singoli bensì alle associazioni, cooptando anche istituzioni considerate terreno relativamente neutrale, come le università.

Il regime sta mostrando il proprio pugno di ferro non solo ai suoi attori di opposizione interni, ma anche ai richiami dell’Occidente. Putin non accenna a indietreggiare e sta mostrando la sua forza a coloro che intendono sfidarlo per ottenere una maggiore apertura democratica. Le libertà di espressione e d’informazione rimangono al centro di questo scontro e i loro promotori continuano ad essere gli esponenti maggiormente colpiti dal progressivo irrigidimento della situazione politica in Russia. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Redazione di DOXA, У редакторов DOXA проходят обыски: онлайн, 14 aprile 2021.

DOXA, “Statement of DOXA Editorial Board on the Arrest of Its Four Journalists”, 22 aprile 2021.

Sidorov D., Interview with DOXA russian student magazine, Opendemocracy.net, 14 aprile 2021.

Meduza, “Moscow’s Higher School of Economics shuts down student journal for critical article on academic”, 3 dicembre 2019.

Amnesty International, “Russia: Police searches at student magazine are a new low for press freedom”, 14 aprile 2021.

Kolpakov I., Meduza is a ‘foreign agent’ now. What’s next?, Meduza, 26 aprile 2021.

Власть мстит за митинги 21 апреля. Штабы Навального закрываются. Медуза — иноагент (video).

 

 

Editing a cura di Elena Noventa

Be the first to comment on "Russia e libertà di espressione: DOXA, Meduza e il futuro dell’informazione nella nuova strategia putiniana"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: