Tra Europa e nazione: la visibilità della comunità LGBTQ+ in Bosnia-Erzegovina

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Wikimedia Commons: @KristinaMillona - CC BY-SA 4.0

La storia del Pride in Bosnia-Erzegovina è molto recente: il primo Pride tenutosi nella capitale, Sarajevo, è stato nel 2019. L’evento ha segnato un punto di svolta per la visibilità della comunità LGBTQ+ nel Paese, che rimane ancora piuttosto conservatore e diviso in base alle etnie e comunità religiose che lo compongono, cioè i bosgnacchi musulmani, i serbi ortodossi e i croati romano-cattolici.

Il Queer Sarajevo Festival

Precedentemente, però, va ricordato un altro evento molto importante per la storia dell’attivismo LGBTQ+ e per la visibilità della comunità in Bosnia-Erzegovina: il Queer Sarajevo Festival. L’evento fu organizzato nella capitale nel 2008 dalla Sarajevo academy of fine arts e dall’Organization Q, una delle principali organizzazioni di società civile per i diritti LGBTQ+ presenti nel Paese. Il festival prevedeva una serie di mostre ed esibizioni volte a mettere in discussione l’eteronormatività della concezione di sessualità e genere presente in Bosnia-Erzegovina. Purtroppo, però, alla comunità LGBTQ+ non fu permesso di assistere al festival senza che ci fossero complicazioni.

Infatti, i circa 300 partecipanti furono aggrediti da gruppi di estremisti nazionalisti, la maggior parte dei quali erano musulmani Wahhabiti e hooligans. Gli aggressori giustificarono l’attacco sostenendo che il festival fosse il simbolo di una Bosnia-Erzegovina che stava abbandonando i suoi valori tradizionali e la dimostrazione che una minaccia straniera stava tentando di imporre nuove pericolose idee e identità sulla popolazione bosniaca. Questa narrazione si scontrava con quella opposta che ne facevano gli attivisti organizzatori: il festival era il segno che Sarajevo stava diventando una città più multiculturale e più “europea” e che tutte le diverse identità sarebbero state accettate nella capitale bosniaca.

L’attacco al Queer Sarajevo Festival fu un evento traumatico per l’attivismo LGBTQ+ e per la comunità stessa in Bosnia-Erzegovina. Il duro colpo fu aggravato dal fatto che le autorità competenti furono del tutto incapaci (e disinteressate) a garantire la sicurezza dei partecipanti. Anche in seguito, le élites politiche del Paese mancarono di esprimere la propria solidarietà alla comunità LGBTQ+ e di condannare la violenza. In più, le autorità dimostrarono una certa riluttanza nel processare e punire i colpevoli. Solo molti anni dopo, nel 2014, la Corte costituzionale della Bosnia-Erzegovina sentenziò che la libertà di assemblea degli attivisti LGBTQ+ era stata violata durante il Queer Sarajevo Festival e che il governo centrale e quello del cantone di Sarajevo avrebbero dovuto pagare una multa di 3.000 marchi bosniaci ciascuno all’Organization Q.

Il primo Pride di Sarajevo

Nonostante questo avvenimento, negli anni a seguire, in più di un’occasione, fu ventilata la possibilità di organizzare un Pride a Sarajevo. Ogni volta, però, sembrava troppo difficile e la decisione fu rimandata perché si supponeva che la Bosnia-Erzegovina non fosse ancora pronta per il Pride.

Nel 2019, finalmente le speranze degli attivisti LGBTQ+ presero vita e il primo Pride della Bosnia-Erzegovina fu organizzato a Sarajevo. Circa 2.000 persone, molte più di quante ci si aspettasse, presero parte alla marcia, che si concluse senza alcun attacco diretto verso i partecipanti.

L’assenza di violenza però non può essere ricondotta a una nuova completa tolleranza verso la comunità LGBTQ+, ma piuttosto alle pesanti misure di sicurezza adottate per l’occasione. Circa 1200 agenti di polizia furono assegnati alla protezione dei partecipanti al Pride. Questi ultimi poi furono incoraggiati dagli organizzatori ad arrivare in anticipo all’evento e a non mostrare simboli LGBTQ+ riconoscibili lungo il tragitto per evitare di essere presi di mira.

Queste precauzioni si erano rese necessarie a causa delle minacce di violenza arrivate nei giorni precedenti al Pride. Le minacce furono tali che alcuni si chiesero se non fosse necessario rimandare l’evento ancora una volta. Anche Narod i Pradva, uno dei partiti che formavano la coalizione di governo del cantone di Sarajevo fece un appello perché il Pride fosse cancellato. Il Primo ministro cantonale Edin Forto però espresse pubblicamente il suo sostegno all’evento. A livello partitico, l’altra principale opposizione al Pride veniva dal Partito di Azione Democratica (SDA), dominato da bosgnacchi conservatori. La sezione locale del cantone di Sarajevo del partito rilasciò una dichiarazione in cui invitava gli organizzatori del Pride e le autorità a cancellare l’evento. 

Tale posizione, però, non era condivisa dall’Unione Democratica Croata (HDZ BiH), il principale partito croato in Bosnia, il cui leader Dragan Covic espresse la sua solidarietà al Pride, dichiarandosi un “sostenitore della diversità”. Il sostegno al Pride arrivò soprattutto dalla comunità internazionale, tanto che membri del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa presero parte alla marcia, assieme a molti altri sostenitori provenienti dai Paesi limitrofi.

L’opposizione al Pride di Sarajevo non si manifestò solo in forma di minacce: prima e anche durante la marcia, furono organizzate alcune contro-proteste. Il giorno prima dell’evento, l’associazione Svjetlo (Luce) programmò una marcia per le stesse strade in cui avrebbero sfilato i partecipanti al Pride. L’obiettivo era di promuovere i “valori della famiglia tradizionale”, che venivano posti in opposizione a quelli promossi dagli attivisti LGBTQ+. Il giorno stesso della marcia, invece, un’altra protesta con gli stessi obiettivi fu organizzata a Sarajevo, poco distante dalle strade del Pride.

Le opinioni sul Pride

Nonostante ciò, il primo Pride di Sarajevo può essere considerato un grande successo, soprattutto considerata l’assenza di episodi violenti che avevano invece caratterizzato i primi tentativi in altre città dei Paesi dell’ex-Jugoslavia. Il Pride poi è considerato un evento così importante per l’intera comunità LGBTQ+ perché a esso viene attribuito il potenziale di cambiare la società e di accrescere il sostegno alle minoranze sessuali e di genere e delle loro istanze.

Alcuni studiosi hanno condotto un sondaggio per comprendere se effettivamente questo potenziale si fosse realizzato con il Pride del 2019 in Bosnia-Erzegovina. I risultati sembrano essere promettenti: se prima dell’evento solo il 43% della popolazione sosteneva l’organizzazione del Pride nella propria città, in seguito questo dato è salito al 52%. Questo effetto, però, è stato limitato alla capitale, Sarajevo, mentre nel resto del Paese le opinioni sul Pride sono rimaste più o meno invariate. Gli attivisti attribuiscono questo cambiamento alla maggiore visibilità ottenuta dalla comunità LGBTQ+ grazie alla marcia, che aveva portato le persone LGBTQ+ tra la gente e aveva contribuito ad aprire un dialogo.

Un secondo tentativo

Lo scorso anno, il Comitato organizzativo dell’evento annunciò che il Pride si sarebbe tenuto di nuovo ad agosto 2020, nonostante la pandemia. La motivazione di tale scelta era la seguente: la marcia sarebbe stata un modo per portare l’attenzione sulla difficile situazione economica e sociale delle persone LGBTQ+ in Bosnia-Erzegovina, che era ulteriormente peggiorata a causa delle restrizioni imposte per la pandemia da Covid-19. Lo slogan ufficiale dell’evento, infatti, sarebbe dovuto essere “Nije život četiri zida”, che si traduce con “Non c’è vita tra quattro mura”.

Purtroppo, però, a causa del peggioramento della situazione sanitaria nel Paese, il Pride del 2020 dovette essere cancellato e al suo posto furono organizzati degli eventi online per riunire la comunità LGBTQ+ bosniaca, seppur solo virtualmente.

Anche in una situazione come questa, l’opposizione al Pride e ai diritti LGBTQ+ non cessò affatto. Un esempio lampante e che ha attratto l’attenzione pubblica fu un post su Facebook pubblicato dall’Imam di un’importante moschea di Sarajevo, che scrisse che la pandemia di Covid-19 era un dono di Dio perché aveva fatto in modo che il Pride fosse cancellato. La Comunità musulmana bosniaca ufficiale si rifiutò di commentare quelle parole e non le condannò apertamente, a dimostrazione di come ci sia ancora un’intolleranza dilagante nei confronti della comunità LGBTQ+ nel Paese, specialmente nei circoli religiosi.

Resta ancora da vedere se quest’anno gli attivisti riusciranno a organizzare di nuovo il Pride per le strade di Sarajevo e se alla comunità LGBTQ+ sarà permesso di sfilare per le strade della capitale per reclamare i loro diritti e la loro visibilità.

 

 

Fonti e approfondimenti

Ayoub, Philip, Page, Douglas, and Whitt, Sam, 2021, “Pride amid Prejudice: The Influence of LGBT Rights Activism in a Socially Conservative Society”. American Political Science Review, 115(2), 467-485.

Dervisbegovic, Nedim, 2020, “Bosnia Imam Thanks God for Virus Cancelling Pride March”. BalkanInsight.

RL’s Balkan Service, 2019, “Bosnian Capital Hosts First LGBT Parade Amid Heavy Police Presence”. RadioFreeEurope – RadioLiberty.

Selmic, Adelita, 2016, “On the Other Side of an Ethnocratic State? LGBT Activism in Post-Dayton Bosnia and Herzegovina”. In: LGBT Activism and Europeanisation in the Post-Yugoslav Space, edited by Bojan Bilic. London: Palgrave MacMillan.

Swimelar, Safia, 2020, “LGBT Rights in Bosnia: The Challenge of Nationalism in the Context of Europeanization”. Nationalities Papers, 48 (4): 768–90.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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