Perché le parole sono importanti (ora più che mai)

Nei miei anni di attivismo per i diritti LGBTQ+ ho imparato bene quanto usare una parola piuttosto che un’altra non sia solo una questione di correttezza, ma soprattutto di potere e di autoaffermazione. Proprio per questo motivo è importante, forse ora più che mai, soffermarsi sul significato delle parole relative all’identità sessuale.

Attenzione però: l’obiettivo di questo editoriale non è tanto quello di spiegare qual è la differenza tra un termine e l’altro (per questo ci sono i glossari o i libri di storia del movimento LGBTQ+), quanto quello di far capire perché usare le parole giuste fa la differenza, così che si diffonda un’informazione consapevole e rispettosa delle diverse identità.

Insulti, lettere o persone?

Perché dovremmo sapere cosa significa LGBTQ+? Ormai tutti, volenti o nolenti, conoscono il termine ombrello usato per indicare una comunità molto variegata al proprio interno. Alla sigla “LGBT” (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), si sono iniziate ad aggiungere anche altre lettere: la I di intersessuali, la A di asessuali/agender, la Q di queer. Dato che la comunità (proprio come l’identità sessuale) è fluida e in continua evoluzione, spesso si ricorre al “+” al termine della sigla, per indicare la volontà di essere il più possibile inclusivi.

Anche senza addentrarsi nell’affascinante viaggio che è l’esplorazione delle varie lettere che compongono la sigla, chiediamoci semplicemente perché dovremmo imparare cosa significano queste lettere. Ogni tanto capita di leggere su internet o di intercettare qualche conversazione in cui ci si lamenta della difficoltà di queste definizioni e spesso ci si arriva a chiedere se è veramente necessario ricorrere a tutte queste etichette. Per rispondere a questa domanda è sufficiente pensare a quando, in passato, esistevano solo gli insulti per rivolgersi alle persone LGBTQ+. Per le donne lesbiche non esistevano nemmeno quelli, a conferma della posizione subordinata della donna ritenuta incapace di avere una sfera sessuale e identitaria che non dipendesse dalla propria controparte maschile. Per la comunità queer, iniziare a usare delle “etichette” ha significato affermare e rivendicare la propria identità, dandole potere nello spazio pubblico

Sì, sarebbe bellissimo vivere in un mondo in cui non è più necessario utilizzarle perché ogni identità è ritenuta valida ed è libera da qualsiasi forma di oppressione e discriminazione. Eppure, oggi non viviamo ancora in quel mondo e, nel 2020, usare queste etichette significa parlare di persone, di esseri umani che hanno dovuto cercare delle parole per descrivere un’identità che le norme sociali non prevedevano come “conformi” o “naturali”. Conoscere queste lettere significa conoscere la storia di tante persone, più o meno vicine a noi, che chiedono uguaglianza e diritti, ancora lontani dall’essere pienamente raggiunti.

Sesso o genere?

La differenza tra “sesso” e “genere” è un’altra distinzione fondamentale da conoscere e da usare in modo consapevole, perché la loro interazione ha dei risvolti essenziali sulla nostra identità. Nella sfera dell’identità sessuale, “sesso” fa riferimento al sesso biologico: il sesso assegnato alla nascita a ognuno di noi, sulla base dei caratteri sessuali primari. Il “genere”, invece, ha poco a che fare con la biologia ed è più il risultato di un costrutto sociale culturalmente influenzato dall’area del mondo in cui ci si trova e da cosa si intende per “mascolinità” e “femminilità”. 

Qui vale la pena fare una piccola postilla. Col tempo, si è arrivati a intendere il genere in termini non necessariamente binari (maschio/femmina), in quanto esistono identità di genere non binarie che vanno al di là della tradizionale bipartizione. Il non-binarismo di genere è qualcosa che non si è ancora pienamente tradotto nel linguaggio corrente, in quanto la narrazione del genere risente molto della costruzione binaria. Ciò non fa che rinforzare l’istinto di incasellare le identità di genere “non conformi” in termini binari (chiedendoci: “è maschio o femmina?”), anche nel linguaggio. Alcune lingue hanno introdotto il neutro per includere i generi non binari, altre non hanno adottato le stesse misure ma hanno rimodulato i pronomi già esistenti (per esempio, in inglese solitamente le persone non binarie si identificano con il pronome they/them).

Molto spesso, il genere viene assunto dal sesso biologico. Tuttavia, ognuno di noi ha una propria “identità di genere”, ossia la concezione innata del proprio genere, che non deve necessariamente coincidere con il proprio sesso biologico. Generalmente, quando questi due elementi non coincidono, si parla di identità di genere transgender; quando coincidono, di identità di genere cisgender.

Sapere che esiste una differenza tra sesso e genere, e che possono non coincidere oppure assumere forme non necessariamente a noi conosciute, ci permette di avere la flessibilità necessaria per comprendere le sfumature riguardanti il genere. Anche in questo caso, queste sfumature non sono “capricci” o “mode”, come può capitare di sentire dire, ma sono persone e identità valide, da riconoscere e rispettare.

(Rappresentazione grafica delle varie dimensioni dell’identità sessuale. Fonte: A queer culture illustrated guide)

Un trans o una trans?

L’enorme potere che possono avere le parole risulta ancora più evidente quando si parla delle persone trans, che più di tutte risentono dell’informazione scorretta. Risulta ancora più evidente perché usare le parole sbagliate per riferirsi alle persone trans non è solo una questione di rispetto, ma una vera e propria cancellazione della loro identità.

Come dicevamo prima, una persona con un’identità di genere transgender è una persona la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico con cui è nata. La non coincidenza tra queste due dimensioni può portare alla cosiddetta “disforia di genere”, un termine che indica uno stato di disagio e stress dovuto proprio alla mancata corrispondenza tra il genere percepito e il corpo che ci si ritrova addosso.

Molte persone trans decidono di intraprendere un percorso di transizione verso il genere che sentono proprio. Ciò può assumere diverse forme: un adeguamento dell’espressione di genere, una terapia ormonale, fino a operazioni chirurgiche che avvicinino il corpo alla propria identità di genere. Nella costruzione di una “nuova” identità (che non è nient’altro che la propria identità), si passa anche e soprattutto dal linguaggio. Perché fa la differenza usare un pronome piuttosto che un altro? Perché declinare correttamente il genere nel linguaggio significa rispettare l’identità della persona che si ha davanti, così come il suo percorso di autodeterminazione.

La narrazione che spesso i giornali fanno delle persone trans è l’esempio perfetto di quanto male si possa fare questo mestiere. Riferirsi alle persone trans con il nome precedente alla transizione (deadnaming), oppure usare il genere e pronomi in riferimento al sesso biologico (misgendering), sono tutti modi per cancellare le identità. Spesso si scrive di “trans”, aggettivo sostantivato, invece di “persone trans”, aggettivo qualificativo, come se le persone trans fossero qualcosa di a sé stanti (“i trans”), e non semplicemente esseri umani. 

Non sono una persona trans, quindi non mi arrogo minimamente il diritto di poter comprendere cosa voglia dire vivere l’esperienza di una transizione, ma sono una qualunque persona dotata di un minimo di empatia. Provo a immaginare di essere intrappolata in un corpo che non mi rappresenta e penso a quanta differenza farebbe per me, in un percorso di transizione verso il genere che sento mio, sentire le altre persone rivolgersi a me con il mio genere e con il mio nome, e non quelli che ho ricevuto alla nascita. Quanta differenza può fare un pronome o un aggettivo declinato nel modo giusto? Tutta la differenza del mondo, perché stai riconoscendo e dando potere alla mia identità.

Coming out o outing?

Un’altra differenza su cui si fa confusione e che invece ha in sé un’enorme carica di significato è la differenza tra “coming out” e “outing”. Il coming out è un termine che fa riferimento al momento in cui una persona LGBTQ+ condivide in modo volontario la propria identità, è un gesto fondamentale per l’accettazione di sé e della propria identità, oltre che un gesto di autodeterminazione. L’outing, al contrario, si verifica quando qualcuno espone l’identità di qualcun altro senza il suo consenso. Può succedere in qualsiasi ambiente (spesso familiare o lavorativo) ed è una violazione dell’identità di chi lo subisce. 

Come evidente, non sono due termini sinonimi, tutt’altro. Fare coming out è ancora oggi un gesto politico di grande importanza, soprattutto quando sono personaggi pubblici a farlo, ossia coloro che hanno il potere di “normalizzare” le identità LGBTQ+ e alimentare una narrazione positiva ed empowering. Quanta differenza può fare un Primo ministro apertamente gay? Può offrire una rappresentazione nello spazio pubblico che fino a qualche decennio fa era impensabile. Fare outing a qualcuno (o minacciare di farlo) può avere conseguenze pesanti, che possono portare all’esclusione o all’emarginazione da parte della comunità in cui si è inseriti, o anche semplicemente mettere qualcuno in una situazione di pericolo.

Ultime avvertenze

Concludo con qualche altra riflessione che può rendere bene l’idea del perché dobbiamo pensare bene alle parole che usiamo. Senza la pretesa di essere esaustiva, mi limito a fare due esempi.

Perché bisogna evitare l’espressione “matrimonio gay” (meglio “matrimonio egualitario”) o “famiglia gay” (meglio “famiglia omogenitoriale”)? Perché quando si aggiunge l’aggettivo “gay” a “matrimonio” o “famiglia” andiamo a creare un istituto separato per le persone omosessuali, quando esiste “il matrimonio” e “la famiglia”, che può assumere mille forme (per questo è preferibile parlare di “famiglie”).

Allo stesso modo, perché è scorretto dire “diventare gay”? Perché è un’espressione che fa intendere che l’orientamento sessuale sia una scelta e non un aspetto della propria identità che si scopre, si conosce. Non si sceglie di diventare omosessuali, lo si è e basta, al massimo lo si scopre a un certo punto della crescita.

E quindi, perché le parole sono ancora importanti, ora più che mai? Perché nonostante i passi fatti verso il pieno riconoscimento delle identità LGBTQ+ siano stati tanti e proseguano ogni giorno, la strada è ancora molto lunga. Il linguaggio è un tassello fondamentale di questo percorso, per contribuire a una narrazione corretta, inclusiva e rispettosa delle varie identità, che sia in famiglia, a scuola, con gli amici, in Parlamento, sui giornali, in televisione. Una parola non vale l’altra: quando scegliamo di usarne una piuttosto che un’altra, è bene sapere che stiamo compiendo una scelta ben precisa, che può avere delle conseguenze anche molto profonde sulla vita delle persone. E questo è bene ricordarlo sempre quando si usano le parole.

 

Glossari

GLAAD Media Reference Guide – Lesbian / Gay / Bisexual Glossary Of Terms 

GLAAD Media Reference Guide – 10th edition 

GLAAD, Talking About LGBT People & Equality 

Moreno Valley College, LGBTQI Terminology 

Stonewall, Glossary of terms

UNAR, Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT

Fonti e approfondimenti

“The ace community goes overboard with words?” i.e. word vomitted “nah” 

TERF Wars 

TERF Wars: Why Transphobia Has no Place in Feminism. 

Laurie Penny on trans rights: What the “transgender tipping point” really means 

Moving towards solidarity – Laurie Penny 

TERF War: The New Yorker’s One-Sided Article Undermines Transgender Identity 

Piccola guida per parlare e scrivere con rispetto delle persone lgbt+ 

La prima violenza che subiscono le persone trans è il modo in cui parliamo di loro

Femminicidi e transfobia, il problema del giornalismo italiano

Ciro non è “Cira” o una “ragazza lesbica”, è una persona trans. Lo volete capire o no?   

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