Il Corno spezzato d’Africa: chi sono Al-Shabāb?

Spesso si fa riferimento alla Somalia come il Corno d’Africa per l’unicità morfologica del proprio territorio, una particolarità che ha permesso al Paese di essere un punto nevralgico delle rotte commerciali marittime del mondo intero. Persino l’allora Unione Sovietica e gli Stati Uniti ne avevano capito il potenziale economico durante la Guerra Fredda.

Oggi la Somalia si ritrova divisa in diverse aree di influenza, e l’avanzata dei gruppi terroristici rappresenta un serio problema per la stabilità del Corno. Secondo i dati trasmessi dalla CIA, nel Paese sono presenti due gruppi terroristici che contribuiscono alla destabilizzazione del governo federale somalo: Al-Shabāb e i network dell’ISIS operanti nel Puntland, la regione semi-autonoma a nordest.

Nel progetto “Il Corno spezzato d’Africa” esamineremo in tre articoli il caso di Al-Shabāb (dall’arabo, “I Ragazzi”), il gruppo terroristico jihadista che ormai da 15 anni imperversa nel Sud della Somalia e ai confini con l’Etiopia e il Kenya. Milizie capaci di resistere sia alla controffensiva americana, sia alla missione di peacekeeping condotta dall’Unione Africana (AMISOM) approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2007.

Soldato Burundi AMISOM
Soldato burundese a servizio della missione dell’Unione africana in Somalia AMISOM. Foto: AMISOM

Le origini del gruppo 

La dura vita sotto il regime del generale Muhammad Siad Barre (1969-91) e la conseguente guerra civile hanno purtroppo originato un habitat favorevole alla formazione di gruppi ribelli capaci di affrontare vis-à-vis la debolezza dei governi centrali.

Proprio negli anni ’60, si comincia ad avvertire la crescente influenza dei movimenti islamisti, i quali si oppongono al tradizionale Islam sufi somalo. Inizia così a farsi largo un Islam politico sostenuto da gruppi come Al-Islah della Fratellanza Musulmana, rappresentato fino ad oggi all’interno del governo. Harakat Al-Shabāb al-Mujahideen (meglio noto come Al-Shabāb) viene invece concepito da una rete di veterani dell’Afghanistan in stretto contatto con Al-Qaeda che attendevano soltanto il periodo propizio per emergere nel Corno d’Africa. 

Il gruppo ideale dentro il quale prendere forma è stato Al-Ittihad al-Islami (AIAI, “Unione dell’Islam”), militanti salafiti cresciuti tra la caduta del regime di Barre nel 1991 e lo scoppio della guerra civile, il cui scopo era stabilire la legge islamica in Somalia. Si trattava di estremisti somali emigrati in Medio Oriente per i propri studi religiosi e ritornati in patria dopo aver ottenuto alcuni finanziamenti ed armamenti dai legami creati con Osama Bin Laden, allora capo di Al-Qaeda.  

Come sono divenuti “i ragazzi”?

All’inizio degli anni 2000, la vecchia guardia di AIAI punta alla creazione di un fronte politico, mentre i membri più giovani – i futuri “ragazzi” – bramano una linea più dura per la diffusione della legge shariatica. Gli Shabāb si allontano così dall’AIAI e stringono un’alleanza con l’Unione delle Corti Islamiche (UCI), un’organizzazione ombrello di natura politico-legale composta da undici corti shariatiche operante tra il 2000 e il 2006 a Mogadiscio, il cui leader è stato Sharif Sheikh Ahmed – presidente somalo dal 2009 al 2012. 

Sebbene si tratti di figure giuridico-clericali in favore dell’applicazione della legge islamica, l’aspetto della diffusione dell’islamismo non è stato il loro fine ultimo. I loro interessi si sono concentrati sul mantenimento del controllo locale sottomettendo gli altri clan e la risoluzione del vuoto anarchico causato dai signori della guerra emersi con la caduta del regime. 

In linea con la propria missione, le milizie di Al-Shabāb decidono di servire l’UCI come loro braccio armato. Uniti riescono a prendere il controllo della capitale Mogadiscio nel giugno del 2006. L’onda d’urto di una tale vittoria ha sollevato forti preoccupazioni negli Stati confinanti – specialmente in Etiopia – e a livello internazionale per la nascita di una minaccia jihadista nel Corno d’Africa, ormai spezzato dai particolarismi regionali. 

La dottrina 

Al-Shabāb è più di una milizia capace di mettere a segno degli attacchi terroristici all’interno e all’esterno del Paese. Come detto precedentemente, si tratta di un prodotto esportato in Somalia dall’espansione di Al-Qaeda.

Adotta una dottrina basata su precetti salafiti e wahhabiti, ragion per cui vi sono:

  • un rifiuto verso tutti i tipi di innovazione all’interno della tradizione religiosa islamica – nella fattispecie particolare l’Islam sufi somalo;
  • l’utilizzo del jihad per sovvertire il governo centrale, considerato un occupante non musulmano o anti-musulmano;
  • l’utilizzo del cosiddetto takfir, un pronunciamento per mezzo del quale un musulmano può dichiarare apostata o non credente un altro musulmano – malgrado sia un concetto molto discusso e non universalmente condiviso dalla comunità islamica.

Nelle aree sotto il proprio controllo, gli Shabāb costringono le popolazioni a rispettare rigidamente la propria interpretazione di Shari’a: forzano i matrimoni, vietano la rasatura della barba e proibiscono varie attività di intrattenimento, dalla trasmissione dei film all’ascolto della musica.

Dal punto di vista penale, il gruppo punisce  con la lapidazione chi si macchia di adulterio, mentre è prevista l’amputazione  per i colpevoli di furto e la decapitazione  per gli apostati.

Inoltre, il gruppo vieta categoricamente la cooperazione con le agenzie umanitarie. Gli aiuti destinati alla popolazione somala per far fronte alla carestia cominciata nel 2017 vengono bloccati nelle zone controllate. Ciò ha costretto quasi 800.000 somali ad abbandonare le proprie case nei territori occupati dalle milizie e cominciare la disperata ricerca di cibo e cure mediche.

Gli Shabāb in rapporto alla comunità somala

Gli effetti degli ultimi vent’anni della storia somala – dalla deposizione del generale Barre agli scontri fratricidi tra i signori della guerra – si sono dimostrati più erosivi che costruttivi. Infatti, né la democrazia, né il nazionalismo marxista o la tradizione dei clan sono riusciti a garantire lunga stabilità per il Paese. Dal 2006, la religione ha avuto spazio per affiorare come ideologia politica. Nell’assenza delle strutture statali, la popolazione ha creduto nell’Unione delle Corti Islamiche per il ripristino dell’ordine pubblico affidando loro la maggior parte dei contenziosi civili, specialmente in materia di famiglia. 

Nel dicembre 2006, l’intervento delle forze etiopi supportate dagli Stati Uniti mette in fuga l’UCI, ma le milizie di Al-Shabāb decidono di restare. La presenza etiope – di fede cristiana – ha soltanto esacerbato l’odio dei somali verso l’invasore e intensificato il reclutamento tre le file dell’organizzazione terroristica. In queste condizioni, gli Shabāb sono riusciti a ibridare la lotta alla liberazione e il jihadismo. 

La loro lotta prende forma partendo dall’istruzione e dalla comunicazione esterna: dalle aule d’insegnamento create all’interno dei campi di addestramento, in cui gli ufficiali maggiori tengono discorsi alle nuove reclute sull’ideologia del gruppo e le tecniche di combattimento, fino alla lettura dei sermoni nelle moschee.

Il gruppo fa leva su un’ampia copertura mediatica del suo messaggio per raggiungere il target group ideale: popolazione locale stremata dalla miseria, simpatizzanti in Africa orientale e giovani somali espatriati. Al-Shabāb trasmette i propri canali radio sequestrando le stazioni locali, utilizza costantemente tweets, produce video su YouTube che invitano ad unirsi al jihad e dissemina il tutto sui propri blog presentandosi pubblicamente come l’alternativa al collasso delle istituzioni centrali e la soluzione più immediata alla presenza di truppe straniere sul territorio somalo.

Mappa Somalia divisioni
Credits: BBC

L’obiettivo ultimo

La creazione di una “Greater Somalia” che comprenderebbe la Somalia, il Kenya, l’Etiopia e il Gibuti sotto forma di un unico califfato è l’obiettivo finale da raggiungere all’interno della missione degli Shabāb.

Come spiega Bronwyn Bruton, vice-direttore dell’Africa Center del Consiglio Atlantico: “gli obiettivi del gruppo sono cambiati nel corso degli anni per via di una possibile frattura interna che vede da una parte, dei militanti nazionalisti interessati unicamente a deporre il governo centrale, mentre dall’altra, dei militanti desiderosi di espandersi oltre le frontiere”. Sempre riprendendo le sue parole, “l’idea unificante e condivisa da tutti gli appartenenti al gruppo è l’indiscussa opposizione al governo centrale accusato di essere sostenuto e manovrato dall’Occidente”.

 

Conclusioni

Sebbene si stimi che il gruppo conti tra i 7.000 e 15.000 combattenti, non è detto che siano davvero popolari nella comunità somala.  I locali subiscono giorno dopo giorno gli effetti negativi della presenza del gruppo nelle proprie vite: sono soggetti al pagamento di tangenti e tasse come la zakat – elemosina prevista dal Corano, nonché uno dei cinque pilastri dell’Islam – che viene raccolta dagli anziani dei villaggi e trasmessa al gruppo estremista, all’intimidazione fisica, ai danni alle proprietà, all’aumento della disoccupazione giovanile. 

Ciò comporta una distorsione della religione islamica e una sfiducia tra i membri delle stesse comunità. Nonostante la maggior parte dei somali non ne condivida le idee, la popolazione si rifiuta di denunciarli per paura di essere uccisi o per mancanza di alternativa. Ciò sta portando inevitabilmente a un sostegno indiretto che accresce la loro influenza a discapito del governo federale.

 

Fonti e approfondimenti:

Africa: Somalia — The World Factbook – Central Intelligence Agency ;

AMISOM Mandate – AMISOM ;

Steinberg G. & Weber A. (2015), Jihadism in Africa: Local Causes, Regional Expansion, International Alliances, German Institute for International and Security Affairs,  pp. 17-26;

Felter, Claire. Masters, Jonathan & Sergie, Mohammed Aly, Al-Shabab“, Council on Foreign Relations, 31/01/2019;

Barnes C. & Hassan H. (2007), The Rise and Fall of Mogadishu’s Islamic Courts,  Journal of Eastern African Studies, Vol. 1 (2), pp. 151-160;

Burke J., “Al-Shabaab militants ban starving Somalis from accessing aid“, The Guardian, 27/07/2017.

Counter Extremism Project. 2018. Al-Shabab.

United Nations Assistance Mission in Somalia (UNSOM). 2017. Countering Al-Shabaab. Propaganda and Recruitment Mechanism in South Central Somalia.

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