Giganti Finanziari: il capitalismo che scalda la Terra

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Attori finanziari quali banche, gestori di patrimoni, assicurazioni, fondi pensione, sono spesso considerati responsabili lontani, indiretti, degli effetti concreti del cambiamento climatico. Pensando a incendi, deforestazione, inondazioni, risulta difficile fare il collegamento con un’entità apparentemente così astratta come la finanza. Al contrario, il collegamento è più stretto e diretto di quanto immaginiamo. A ingannare la nostra percezione contribuisce certamente il fatto che non troveremo mai attori finanziari a estrarre fisicamente petrolio e carbone, o a tagliare gli alberi per far spazio agli allevamenti. Su tutte le catene di produzione su cui hanno parziale o totale dominio, essi agiscono attraverso un tramite: il capitale. L’accumulazione di quest’ultimo è inoltre resa possibile tramite un’operazione di astrazione e modellizzazione della realtà da parte degli attori finanziari per poterla controllare e mercificare in settori sempre nuovi. Attraverso questa operazione di (ri)costruzione della realtà, essi ne prendono le distanze e allo stesso tempo acquisiscono una particolare forma di dominio, caratteristica del regime capitalistico. Tuttavia, nonostante il tentativo di distaccarsi dalla realtà, è proprio il controllo che esercitano sulle principali attività economiche globali a renderli tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Nelle loro mani è infatti il potere di accelerare o frenare questo fenomeno, con effetti concreti a livello locale.

Con questo articolo iniziamo un progetto che approfondirà il ruolo rispettivamente di banche, assicurazioni e gestori di patrimoni nel contribuire a diversi problemi ambientali e ai cambiamenti climatici. Mettendo in luce il filo diretto che esiste tra le azioni di questi attori e la salvaguardia del pianeta, l’obiettivo del progetto è quello di allargare lo spettro delle alternative possibili per la lotta ai cambiamenti climatici e per ripensare i nostri sistemi economici e sociali in maniera più sostenibile.

I cambiamenti culturali e politici necessari richiedono tempo e compromessi. Un cambio di rotta repentino degli investimenti, fermando il flusso di capitale verso i combustibili fossili e verso i settori maggiormente responsabili delle emissioni, potrebbe essere invece il modo più veloce ed efficace per fermare il flusso di carbonio nell’atmosfera. In questo primo articolo analizzeremo gli investimenti in alcuni dei settori che più influiscono sui sistemi naturali e sulla loro alterazione: il settore dei combustibili fossili e quello della carne.

Gli investimenti sui combustibili fossili

In questo grafico sono riportati i venti maggiori responsabili di emissioni di gas serra tra le aziende operanti nel settore dei combustibili fossili: petrolio, gas naturale, carbone. Tra di esse, le società private, quali Chevron o ExxonMobil, sono quelle in cui diversi tipi di investitori (banche, gestori di patrimoni, fondi pensione) hanno grande potere grazie al numero di azioni possedute.

aziende-fossiliPiù è grande il numero di azioni, maggiore è l’influenza che questi investitori possono esercitare all’interno dell’azienda. Secondo il report di BankTrack, Banking on Climate Change – Fossil Fuel Finance Report Card 2019, dalla firma degli Accordi di Parigi nel 2015, 33 importanti banche mondiali hanno investito collettivamente 1,9 trilioni di dollari in aziende fossili nel 2018 (l’equivalente dell’intero patrimonio delle 3.8 miliardi di persone più povere del pianeta). Di queste 33 banche, 24 di esse hanno partecipato agli incontri del World Economic Forum 2019 e 2020 a Davos, da sole responsabili di 1,4 trilioni di dollari di investimenti fossili. Sempre tra i partecipanti al World Economic Forum di quest’anno, focalizzato sulla sostenibilità ambientale e la crisi climatica, tre fondi pensione hanno almeno 26 miliardi di dollari di azioni in Shell, Chevron ed Exxon, e nei banchieri di combustibili fossili JP Morgan Chase, Bank of America e Royal Bank of Canada. Questi tre fondi pensione sono Ontario Teachers’ Pension Plan, Canada Pension Plan Investment Board e PensionDanmark.

Queste cifre dimostrano quanto il settore finanziario ancora oggi alimenti con ingenti flussi di capitale un settore che dovrebbe essere in declino già da decenni. In risposta al problema, sette anni fa l’organizzazione 350.org ha lanciato un movimento globale per spingere fondi pensione, banche, amministratori delle fondazioni universitarie e altri grandi depositi di denaro a disinvestire dal settore dei combustibili fossili. Tra i risultati, il fallimento della Peabody Energy (la più grande azienda statunitense del carbone) nel 2016, la quale ha apertamente citato il disinvestimento come causa principale del tracollo, e le dichiarazioni di Shell, che quest’anno ha dichiarato che il disinvestimento ha avuto un “effetto negativo concreto” sui suoi affari.

È chiaro quindi che le aziende produttrici di combustibili fossili non siano in grado di sopravvivere senza il supporto del settore finanziario; al contrario banche, assicuratori e fondi pensione sarebbero ancora in grado di operare con successo scegliendo altri tipi di investimenti.

Gli investimenti nell’industria della carne

È importante ricordare che la crisi climatica non è solo ed esclusivamente responsabilità delle società di combustibili fossili. L’industria della carne è infatti da sola responsabile per il 14,5% delle emissioni di gas serra a livello globale (FAO), con impatti paralleli enormi sulla biodiversità e inquinamento delle acque. Da sole, venti grandi multinazionali nel settore di carne e latticini nel 2016 hanno emesso la quantità di gas serra superiore a quella emessa dalla Germania. Se queste aziende fossero un Paese, sarebbero il settimo Paese con più alte emissioni di gas serra al mondo. JBS, Tyson Foods e Cargill, le prime tre aziende nel settore della carne, sono responsabili del 50% delle emissioni totali, e tutte e tre quotate in borsa.

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Una recente ricerca condotta allo Stockholm Resilience Center ha studiato il collegamento tra attori finanziari e cambiamenti climatici, guardando alla loro influenza su importanti biomi terrestri (come l’Amazzonia, o la foresta Boreale). Per farlo lo studio è partito dai settori che più trasformano e danneggiano questi biomi: quello della carne, della soia e della carta, principalmente tramite la deforestazione. Per ognuno di questi settori, lo studio  ha poi selezionato le multinazionali con le più grandi quote di mercato, analizzandone i loro più influenti investitori in termini di azioni. Tra questi, troviamo gestori di patrimoni, banche, assicurazioni, fondi pensione. Alla trasformazione di biomi fondamentali per l’equilibrio climatico sul nostro pianeta sono quindi direttamente collegati questi giganti finanziari, i cui più grandi sono BlackRock e Vanguard.  Essi possono esercitare il proprio potere sia all‘interno delle grandi multinazionali che dirigono, decidendo durante le assemblee degli azionisti l’impatto ambientale e sociale del tipo di business che finanziano, sia attraverso la scelta stessa del settore in cui canalizzano capitale.

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Conclusioni

Questo collegamento così diretto di tanti attori finanziari con impatti sull’ambiente e sul clima a livello globale, non deve solamente scoraggiare. Al contrario, comprendere questo collegamento è fondamentale per mettere in luce tutte le enormi possibilità che esistono all’interno del settore finanziario e nel suo rapportarsi con tutti gli altri importanti settori economici. Inoltre, è bene ricordare che questi “giganti” sono tenuti in piedi anche dalle nostre scelte. Per la maggior parte di noi è infatti praticamente impossibile scegliere di smettere di usare i combustibili fossili da un giorno all’altro. Al contrario, cambiare banca, fondo pensione o polizza assicurativa scegliendo una gestione sostenibile ed etica dei propri investimenti e risparmi, è molto più semplice e con ripercussioni positive a livello globale.

Rendere l’aspetto finanziario il fulcro della battaglia per la giustizia ambientale e per il clima potrebbe essere quindi cruciale per costringere i colossi della finanza a rispondere ai cambiamenti richiesti dalla crisi climatica, rapidamente. Sostituire una parte del loro giro di affari con qualcosa di diverso sarebbe per loro un cambiamento non troppo traumatico, soprattutto rispetto alle migrazioni che milioni di persone dovranno affrontare a causa dall’innalzamento dei mari e delle temperature.

 

Fonti e approfondimenti

Galaz, V., Crona, B., Dauriach, A., Scholtens, B., & Steffen, W. (2018). Finance and the Earth system–Exploring the links between financial actors and non-linear changes in the climate systemGlobal environmental change53, 296-302.

The New Yorker, I padroni del clima, McKibben, 2019

The Guardian, Revealed: the 20 firms behind a third of all carbon emissions, Taylor and Watts, 2019

Greenpeace, World Economic Failure, 2020

GRAIN, Big meat and dairy’s supersized climate footprint, 2017

The Guardian, Big meat and big dairy’s climate emissions put Exxon Mobil to shame, 2017

Lo Spiegone, Deforestazione: la responsabilità dei fondi pensioni, 2019

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