Il debito dell’Africa subsahariana: una storia mai conclusa

Minister of Finance & National Planning of Zambia N'gandu Peter Magande (C), briefs the press with (L-R) Minister of Finance of the Democratic Republic of Congo Athanase Matenda Kyelu, Deputy Prime Minister and Minister of Finance and Economic Development of Mauritius Rama Krishna Sithanen, and Minister of Finance of Liberia Antoinette M. Sayeh, at the African Finance Ministers press conference at IMF Headquarters in Washington DC, April 14, 2007. IMF Staff Photographer/Eugene Salazar

di Aurora Guainazzi

Dagli anni Ottanta a oggi, la spirale del debito dei Paesi africani continua. Le crisi petrolifere degli anni Settanta hanno solo dato il via a un accumularsi sempre maggiore di debito, ogni tentativo di cancellarlo o di renderlo più sostenibile è fallito e la crisi del 2008 non ha fatto altro che incentivarlo ulteriormente. 

Come tutto iniziò

I Paesi africani si erano affacciati agli anni Ottanta in una situazione già molto instabile: il Report della Banca Mondiale, pubblicato nel 1981 e intitolato “Accelerated Development in Sub-saharan Africa: A Plan for Action”, contiene una serie di dati macroeconomici poco rassicuranti. Tra il 1970 e il 1979, l’inflazione media annuale era cresciuta fino al 10,8%, a causa dell’aumento del prezzo del petrolio, mentre le esportazioni delle materie prime, che rappresentavano la maggior parte delle entrate, erano crollate, passando dal 5,9% del periodo 1960-1969, al -0,8% in media annuale nei dieci anni successivi, a causa della riduzione della domanda da parte dei Paesi occidentali. Ne conseguiva che la bilancia dei pagamenti dei Paesi africani importatori di petrolio era in deficit: nel 1978 si registrava un -7,5%. Rallentava anche la crescita economica, se nel decennio 1960-1969 la media annuale era del 3,9%, nei dieci anni successivi è del 2,9%. 

Come naturale conseguenza di tutti questi avvenimenti, i livelli del debito, sia pubblico che estero, iniziarono ad aumentare: si calcola che nel periodo compreso tra il 1973 e il 1982 il debito dei Paesi africani non produttori di petrolio, e che quindi non potevano beneficiare del rialzo dei prezzi di un bene anelastico, ossia la cui domanda tende a non variare al mutamento del prezzo, sia passato dal 30% al 40% del PIL. Tale aumento era dovuto soprattutto alla crescita del prezzo del petrolio stesso e alla dipendenza dei Paesi dai prestiti internazionali che avrebbero dovuto sostenere il processo di industrializzazione, nel tentativo di sviluppare un’economia di sussistenza e finanziare i servizi sociali, il cui sviluppo fino a quel momento era stato reso possibile dalle entrate derivanti dal commercio internazionale di materie prime. 

Rilevante fu il ruolo giocato dall’apprezzamento del dollaro perseguito dalla Federal Reserve, la quale aveva aumentato il valore della moneta americana e conseguentemente anche quello del debito di molti Paesi africani che era stato contratto proprio in dollari. Iniziò quindi una lenta e inesorabile crescita del debito che si sarebbe interrotta solo molti anni dopo.

 

I PAS e il loro fallimento

Il mezzo principale attraverso il quale si cercò di affrontare la crisi del debito in cui i Paesi africani stavano sprofondando furono i Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS), piani che partivano dall’assunto che il problema principale era il frequente intervento dello stato in economia, per questo nei PAS erano previste una serie di condizioni tra cui: liberalizzazione del commercio estero, abolizione dei controlli statali sui prezzi, abolizione dei sussidi e degli enti agricoli di stato e privatizzazione dei servizi sociali. Una volta attuate tutte queste riforme sarebbe stato possibile ottenere dei prestiti e rinegoziare il debito. 

Negli anni Ottanta furono attivati ben 241 programmi, in media 7 per Paese. Ma i PAS fallirono drammaticamente nel loro intento. Alla fine degli anni Ottanta la situazione era decisamente peggiore rispetto all’inizio del decennio: la media annuale del PIL era aumentato solamente dell’1,7% tra il 1980 e il 1989 e del 2,0% tra il 1990 e il 1999. 

Mentre per quanto riguarda il PIL pro capite i dati erano ancora più impietosi. Infatti, a causa degli elevati tassi di crescita demografica l’aumento fu solo dello 0,1% tra il 1973 e il 1980, per poi calare tra il 1981 e il 1985 e assestarsi nei tre anni successivi sul -0,4%. Aumentò notevolmente anche il debito, che passò dai 14 miliardi di dollari del 1976 agli 83 miliardi del 1984 fino ai 174 miliardi del 1990. Come mostrato nel grafico, tra gli anni Settanta e Novanta, si calcola che sia cresciuto di circa il 61%, giungendo nel 1987, secondo i dati dalla Banca Mondiale, all’81% del PIL e superando il 100% del PIL tra il 1996 e il 2001. 

 

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Gli anni Novanta: HIPC e MDRI

Dagli anni Novanta ad oggi, inoltre, 29 Paesi africani hanno beneficiato dell’Heavly Indebted Poor Country (HIPC) e poi successivamente della Multilateral Debt Relief Iniatitive (MDRI) al fine di ridurre il loro debito. Entrambe le iniziative erano finalizzate a rendere affrontabile un debito che ormai si riteneva avesse raggiunto livelli insostenibili. Si ottenne un parziale successo e il rapporto debito/PIL scese dal 110%, registrato nel 2001 al 35% nel 2012. Dal 2013 però il debito ha cominciato nuovamente a crescere, a causa delle conseguenze della crisi economica e finanziaria del 2008.

 

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Nuovamente verso il baratro

Nel 2013, molti Paesi africani avevano raggiunto una relativa stabilità del debito in rapporto al PIL. Secondo il Regional Economic Outlook del Fondo Monetario incentrato sull’Africa subsahariana e pubblicato nel 2014, l’anno precedente solamente due Paesi avevano un rapporto debito/PIL superiore al 100%: il Sudan e l’Eritrea. 

Ma la situazione si sarebbe rapidamente capovolta: gli ultimi dati del Fondo Monetario, contenuti nel rapporto di fine 2019, hanno messo in luce un aumento del debito dal 31% (2013) al 49% (2018). Le stime per il 2019 prevedevano un ulteriore ascesa al 50,2%, mentre per il 2020 si arriverà fino al 50,4%.

 La situazione da Paese a Paese resta comunque diversificata: il caso più drammatico è quello dell’Eritrea con un debito pari al 174,3% del PIL, seguita da Capo Verde al 124,5%, mentre il Mozambico si ferma di poco sotto la soglia del 100% con il 99,8%

La crescita del debito è stata tale che nel 2019 il Fondo Monetario ha classificato 8 Paesi africani in crisi del debito, si tratta di: Congo, Gambia, Mozambico, Sao Tomè e Principe, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Zimbabwe. Altri 11 sono considerati ad alto rischio. In entrambi i casi si è registrato un aumento rispetto alle rilevazioni del 2018 dove solo 6 Paesi erano in crisi del debito, mentre 10 erano considerati ad alto rischio. Resta invece invariato il numero dei Paesi a basso rischio: 5 sia nel 2018 che nel 2019. Numeri molto maggiori rispetto ai dati del 2014, dove nessun Paese era considerato in crisi del debito, solamente 5 Paesi erano ad alto rischio, 14 a rischio moderato e ben 11 a basso rischio.

 

Qualche altro dato

Aumenta anche il debito estero: dalla crisi del 2008 la crescita è costante e i livelli attuali, 25% del PIL, sono di poco inferiori al 30% del PIL, raggiunto all’inizio degli anni 2000, il periodo più buio nella storia del debito africano. 

Ma non solo il debito rappresenta un problema, uno dei maggiori costi che i Paesi africani devono sostenere sono gli interessi sul debito che recentemente stanno ritornando ai livelli di inizio anni 2000. La crescita è stata notevole, si è passati dal 5% del 2012 al 10% del 2017. Ciò ovviamente va a svantaggio della sostenibilità del debito, facilitandone al contrario l’accumulazione.

Emerge tuttavia che non è possibile analizzare solamente il debito in sé, ma è necessario tenere in considerazione anche altri indicatori macroeconomici che permettono di comprendere appieno la maggiore o minore gravità della situazione. Nel 2018 la crescita del PIL è stata del 3,0%, mentre quella stimata per il 2019 è del 3,5%, valori in crescita rispetto al 2016, dove gli effetti della crisi internazionale si sono fatti sentire duramente, ma ancora ben lontani dal 5,1% registrato nel quinquennio 2010-15. Si riduce anche l’inflazione, anche se non è ancora ritornata ai livelli del 7,7% del 2010-15. Ulteriore elemento utile sono i dati relativi alla bilancia dei pagamenti: se nel quinquennio iniziale il saldo era positivo ora invece è in negativo e fatica a riprendersi, il -4,0% stimato per il 2019 non si discosta molto dal -4,5% registrato nel 2016, ciò è sinonimo di difficoltà persistenti sul mercato delle esportazioni e dipendenza forte dalle importazioni.

 

In conclusione

Tutti i dati qui riportati mostrano come il debito africano continui a essere presente dagli anni Ottanta a oggi. Finora i tentativi di farvi fronte sono falliti: se l’HIPC e l’MDRI inizialmente sembravano aver messo molti Paesi sulla strada della cancellazione del debito, in realtà così non è stato ed essi sono nuovamente sprofondati nella sua spirale a seguito degli eventi del 2008. Ed è paradossale notare come i prestiti ai Paesi africani si siano gradualmente ridotti dagli anni Ottanta, mentre il debito sia cresciuto. Le cause sono numerose, da una parte il rialzo dei tassi di interesse, dall’altra la svalutazione delle monete africane e l’apprezzamento del dollaro, accompagnate dalla crescita dei prezzi dei beni da cui essi sono dipendenti e  la riduzione dei prezzi delle materie prime da loro esportate.

 

 

Fonti e approfondimenti

Battaile Bill, Hernández F. Leonardo, Norambuena Vivian, Debt Sustainability in Sub-Saharan Africa, World Bank Report, 2015

Brahima S. Coulibay, Dhruv Gandhi, Lemma W. Senbet,  Is Sub-Saharan Africa facing another systemic sovereign debt crisis?, Africa Growth Initiative at BROOKINGS, 4/2019

International Monetary Fund (IMF), Government Debt % of GDP, 2019

International Monetary Fund (IMF), Sub-saharan Africa Regional Economic Outlook: Recovery Amid Elevated Uncertainty, 2019

World Bank (WB), Accelerated Development in Sub-Saharan Africa: An Agenda for Action, 1981

World Bank (WB), Sub-Saharan Africa: From Crisis to Sustainable Growth, 1989

 

 

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