Cos’è il debito pubblico?

Anzitutto bisogna precisare che il concetto di debito pubblico “elevato” è decisamente difficile da definire, soprattutto perché questo dipende dal modello teorico di riferimento. Fatta questa premessa cominciamo dalla base: cosa significa debito pubblico?

Il debito pubblico è composto dalla somma dei deficit di bilancio conseguiti negli anni precedenti (ossia dalla discrepanza tra uscite statali – spesa pubblica – e entrate statali – sostanzialmente gli introiti derivanti dalle tasse) e gli interessi che maturano su tale debito.

Che interessi?

Quando si registra un deficit di bilancio significa che le amministrazioni pubbliche, e quindi lo Stato, spendono più di quanto ottengono con gli introiti fiscali. Tale deficit va in qualche modo risanato, le strade in genere percorribili a questo fine sono due:

  • Creazione di base monetaria
  • Emissione di titoli di Stato

Ora, la creazione di base monetaria si sostanzia con l’acquisto dei titoli di Stato di nuova emissione da parte della Banca Nazionale a tassi di interesse vantaggiosi.
Con l’emissione di titoli di Stato si concede a soggetti terzi – privati o pubblici – la possibilità di acquistare titoli pubblici, in modo tale da finanziare la spesa statale.

La Federal Reserve System (FED) – ossia la banca centrale degli Stati Uniti – può finanziare lo Stato attraverso l’acquisto di titoli pubblici di nuova emissione (sul mercato primario), mentre, in base agli accordi di Maastricht, tale via è preclusa alla Banca Centrale Europea (BCE) che invece può acquistare titoli pubblici solo sul mercato secondario, ossia quello in cui sono scambiati i titoli già emessi – come ha tentato di fare Mario Draghi, attuale Presidente della BCE, attraverso l’attuazione del quantitave easing.

Dunque, gli interessi che maturano sui deficit annuali sommati a questi ultimi costituiscono il debito pubblico.

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Andamento del rapporto debito/PIL in Italia

L’Italia conosce molto bene questo problema: analizzando i dati del debito pubblico italiano ci si accorge di come esso nel giro di 14 anni – tra il 1980 e il 1994 – sia aumentato di oltre 60 punti percentuali.
La prima cosa che potrebbe venire in mente è che l’Italia abbia intrapreso un processo di graduale incremento della spesa pubblica (finanziata in deficit), ma ciò è assolutamente falso. Per comprendere le ragioni di tale aumento esponenziale bisogna ricordare che nel 1981 la separazione tra Banca d’Italia (BI) e Ministero del Tesoro, aveva obbligato l’Italia a finanziare il deficit attraverso l’emissione di titoli. L’interesse maturato su tali titoli ha contribuito in maniera preponderante alla crescita del debito complessivo, infatti nel 1984 l’Italia registrava una spesa pubblica pari al 42,1% che 10 anni dopo, nel 1994, era aumentata meno dell’1%.

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Ovviamente un debito pubblico sempre crescente potrebbe comportare un rischio di insolvenza da parte del paese che lo contrae. La domanda legittima è: quando un paese può essere dichiarato insolvente?
Anche se le critiche a tale impostazione sono numerose e tutte ben motivate, per avere un’approssimazione del rischio di insolvenza di un paese si utilizza il rapporto tra debito complessivo e Pil, in sostanza se tale rapporto risulta permanentemente crescente i possibili esiti si riducono a due: o viene emessa una dichiarazione di insolvenza da parte dello stato indebitato, il quale annuncia di non essere più in grado di pagare gli interessi ai creditori, o viene razionato il credito sul mercato – questo significa, nelle ipotesi peggiori, che chi possiede titoli emessi dallo stato cercherà di venderli, mentre, nella migliore delle ipotesi, i titoli di nuova emissione non saranno acquistati o sarà difficile collocarli, impedendo la raccolta di fondi e risorse.

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Questo concetto è stato portato ai massimi estremi nell’eurozona, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, del Patto di Stabilità e Crescita e in conclusione con quella del Fiscal Compact.
Nella prima parte, quest’ultimo imponeva l’allineamento del saldo strutturale (il saldo nominale depurato delle misure una tantum e della componente ciclica) con l’Obiettivo di Medio Termine – che oscilla tra valori compresi tra lo 0,5% e il pareggio o l’attivo a seconda delle condizioni economiche del Paese di riferimento (per l’Italia era previsto il pareggio di bilancio, inserito in costituzione con la legge cost. n. 1/2012). Nella seconda si prevedeva un piano di rientro del debito pubblico fino al valore del 60%, diminuendo la sua quota ogni anno di un ventesimo dell’eccedenza registrata.

È facile intuire come una tale impostazione di regole si sia risolta, soprattutto in Italia e nei paesi affini, con il taglio sistematico della spesa pubblica, sia per tenere il deficit in pareggio che per diminuire il debito pubblico (anche se la componente principale di quest’ultimo erano gli oneri derivanti dagli interessi maturati sul debito stesso), a svantaggio di tutta la popolazione.

Un problema rilevante, però, circa l’aumento della spesa pubblica come strumento per garantire lo sviluppo del paese riguarda la bilancia dei pagamenti, ossia la posizione netta con l’estero – il saldo tra importazioni ed esportazioni del paese di riferimento. Un aumento della spesa pubblica, volto ad incrementare il reddito interno, a parte un benessere immediato maggiore, non è in grado da solo di favorire lo sviluppo del paese, in quanto tale maggiore reddito sarebbe speso rivolgendo la domanda all’estero, in paesi che producono a costi inferiori, che offrono beni sul mercato a prezzi minori rispetto a quelli interni. Dunque, è necessario sottolineare come l’utilizzo di una maggiore spesa pubblica è auspicabile ed efficace solo a fronte di un rivolgimento della domanda alla produzione interna.

Qualora ciò non avvenisse, il Paese in questione avrebbe semplicemente effetti di breve durata ai quali si accompagna una crescita del debito che peserà sulle generazioni future.

FONTI:

http://nuovo.camera.it/561?appro=698&L%27obiettivo+di+medio+termine

Le vere cause del debito pubblico italiano

http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html

Acocella N. (2013), Politica economica e strategie aziendali, Carocci editore, Roma

FOTO:

ansa centimetri

Keynes blog

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