Affrontare la crisi del debito: esistono alternative al FMI e alla BM?

di Aurora Guainazzi

Dopo aver trattato dell’evoluzione del debito dei Paesi africani dal punto di vista storico, è venuto il momento di analizzare quali soluzioni sono state proposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, da un lato, e dai Paesi africani stessi, da intellettuali, accademici ed economisti meno legati alla realtà occidentale dall’altro.

Gli anni Ottanta: self-reliance e self-sustaining

Come abbiamo già visto il debito africano iniziò a crescere a partire dagli anni Ottanta, quando una combinazione di diversi fattori facilitò il suo accumularsi. Ma è proprio negli anni Ottanta che i progetti di cooperazione economica africana iniziarono a diventare realtà: durante la conferenza di Monrovia (Liberia) del 1979 venne approvato il Lagos Plan of Action (LPA), che fece della self-sustaining (autosufficienza) e della self-reliance (autonomia) i suoi cardini, opponendosi fortemente dal punto di vista ideologico ai programmi di crescita contenuti nell’Agenda for Action (AD) approvata invece dalla Banca Mondiale nel 1981.

Le differenze tra le due proposte erano molto evidenti, a partire dalla valutazione sulle cause della crisi. Il LPA riteneva che essa fosse dovuta ai retaggi del periodo coloniale e neo-coloniale, durante i quali le materie prime dei Paesi africani erano state duramente sfruttate. Nell’AD invece era contenuta un’accusa velata ai Paesi africani in quanto responsabili della loro stessa condizione.
Non mancavano divergenze anche sulla tipologia di sviluppo da perseguire: uno dei cardini del LPA era infatti l’industrializzazione per sostituzione delle importazioni, dato che la maggior parte dei Paesi riteneva di essere vittima della dependencia, cioè della dipendenza dalle importazioni di prodotti finiti voluta dai Paesi occidentali, e che invece fosse giunto il momento di emanciparsi. L’AD, invece, riaffermava la necessità dello sviluppo agricolo come fondamento di una futura industrializzazione del continente, ma quest’ultima veniva considerata un obiettivo a medio-lungo termine.

Le proposte suggerivano poi diverse visioni anche riguardo all’azione dello Stato. È chiaro come l’approccio seguito nel LPA fosse di tipo keynesiano, auspicando un intervento abbastanza marcato dello Stato nell’attività economica, con l’obiettivo di garantire i servizi minimi necessari, sanità ed istruzione in primis.
Il laissez-faire di Friedman, invece, era al centro dell’AD, che voleva limitare il più possibile l’intervento statale e al contrario privatizzare la maggior parte delle imprese e dei servizi.

Ma le differenze emergevano non solo sui temi economici, ma anche su quelli politici: dalle righe del LPA traspariva un ideale panafricanista, con l’obiettivo futuro di un’unione economica tra i Paesi africani se non a livello continentale, almeno a livello regionale, per rafforzare gli scambi e migliorare le condizioni di vita dei vari Paesi senza dover continuamente fare affidamento su beni di provenienza occidentale.

HIPC, MDRI, RPSP e le loro critiche

Il Lagos Plan of Action e altri piani simili, proposti dai Paesi riuniti nell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), non furono mai realizzati a causa dello scoppio della crisi del debito, che rafforzò le misure e i programmi proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali. Liberalizzazione e privatizzazione divennero le parole d’ordine. Ma i Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS) non ebbero successo: durante gli anni Novanta la crescita del debito fu inarrestabile.

L’FMI e la BM arrivarono quindi ad ipotizzare la parziale o totale cancellazione del debito: nacquero in questo modo la Heavly Indebted Poor Country (HIPC), e successivamente la Multilateral Debt Relief Initiative (MDRI). Due linee di credito, il cui obiettivo era portare, entro il primo decennio degli anni Duemila, tutti i Paesi in condizione di debt distress al di fuori da questa situazione di rischio. Ma l’azione delle istituzioni fu fortemente criticata: erano in molti a pensare che il FMI e la BM si fossero serviti di questi programmi per continuare sostanzialmente a difendere gli interessi occidentali nel continente africano, minimizzando l’entità reale del problema e procrastinando nel tempo interventi veramente efficaci per la riduzione del debito.

A partire dagli anni Duemila le istituzioni finanziarie internazionali introdussero un nuovo strumento: i Poverty Reduction Strategy Papers (PRSP), documenti strategici per la lotta alla povertà. Ufficialmente si trattava di programmi scritti grazie alla collaborazione dei governi dei Paesi africani e delle organizzazioni della società civile in essi presenti. In realtà, nei fatti erano testi standard, uguali per tutti e che prevedevano politiche di intervento apprezzabili dall’FMI e dalla BM e che non furono in grado, ancora una volta, di intervenire veramente sulla riduzione della povertà.

Quali alternative?

Da tempo si chiedono nuove strategie per affrontare il debito e diverse sono le proposte messe in campo. Innanzitutto, si chiede un maggior impegno delle istituzioni economiche internazionali in prima persona per risolvere la crisi. Si va da coloro che auspicano un uso diretto delle riserve e delle finanze della International Bank for Development and Reconstruction (IBDR), il cuore del gruppo Banca Mondiale, a coloro che chiedono che la medesima azione riguardi anche i fondi a disposizione della International Development Association (IDA), la società della BM destinata ad aiutare soprattutto i Paesi in Via di Sviluppo. Si calcola che se ciò avvenisse, sarebbe possibile cancellare una parte consistente del debito degli HIPCs e delle low income countries.

È stato proposto anche l’utilizzo delle riserve di oro del FMI: venderne o impegnarne il 10-15% permetterebbe di ottenere 4-5 miliardi di $, ciò affiancato a una revisione della distribuzione dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) permetterebbe di affrontare una parte consistente del debito. Anche un incremento dei contributi da parte dei donatori bilaterali o degli shareholders potrebbe essere utile se destinato ad affrontare situazioni specifiche di debito di singoli Paesi. Infine, si chiede anche una maggiore efficacia e autonomia del continente africano nell’affrontare le proprie difficoltà, aumentando le risorse a disposizione della African Bank for Development (AfBD). A tutto ciò, si affianca la consapevolezza che è necessario superare le ricette uguali per tutti, portate avanti dal FMI, e attuare interventi ad hoc a seconda dei Paesi. A coronare il tutto, poi, sarebbe auspicabile la creazione di una nuova linea per ridurre o cancellare una parte dello stock del debito per renderlo sostenibile.

Oltre a misure prettamente economiche, è urgente la necessità di istituzioni indipendenti e imparziali. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario non potrebbero mai rivestire questo ruolo, poiché sono coinvolti direttamente nella tensione tra debitori e creditori. Sarebbe quindi desiderabile la creazione di uno Special and Independent Commitee guidato da una figura accettabile sia per gli HIPCs che per le istituzioni finanziarie internazionali. I compiti principali di questa commissione sarebbero due: in primo luogo acquisire analisi credibili sulla sostenibilità del debito e in secondo, creare una Multilateral Debt Facility con risorse fornite dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai donatori bilaterali.

 

Una maggiore attenzione allo sviluppo umano

Nel 1997 Haider Khan, rifacendosi al pensiero di Amartya Sen e Martha Nussbaum, rifletteva sul concetto di “capabilities (avere una buona salute, potersi spostare da un luogo all’altro, poter immaginare, essere adeguatamente informati, poter amare e avere amici, partecipare alla vita di una comunità, aver libertà di scelta e vivere una vita il più possibile ricca e piena). Il punto di partenza della sua riflessione era che lo sviluppo umano in Africa dovesse essere inteso come un continuo aumento delle capabilities delle persone in modo equo e sostenibile.

Purtroppo, la maggior parte delle capabilities analizzate non sono tenute in considerazione nell’elaborazione degli indici di sviluppo umano, sulla base dei quali poi vengono ideati i PAS. Solo se queste venissero incluse tra gli obiettivi di questi programmi sarebbe possibile realizzare dei PAS veramente in grado di perseguire l’equità e la giustizia sociale, superando gli obiettivi di natura prettamente economica come il contenimento dell’inflazione e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

Un tale PAS quindi dovrebbe fare delle differenze di genere un problema centrale, adottare misure per limitare l’impatto ambientale, favorire lo sviluppo sostenibile e avviare studi interdisciplinari sulle conseguenze delle varie politiche attuate. Ovviamente, non possono mancare misure economiche. In particolare, la riscrittura, la cancellazione o il rifinanziamento del debito, creando una linea multilaterale per gli HIPCs, superando le condizioni finora imposte per la concessione dei finanziamenti e includendo invece quella che a detta di molti studiosi è la migliore condizionalità, ovvero un incremento della spesa sociale destinata a educazione, sanità, acqua corrente e programmi di alimentazione.

 

In conclusione

Ad oggi gli interventi si sono basati soprattutto su un approccio liberal-capitalista di matrice occidentale che, nella maggior parte dei casi ,mal si è sposato con le ideologie e le necessità dei singoli Paesi africani. Al contrario, le proposte alternative di intellettuali, economisti e studiosi meno legati all’Occidente non hanno avuto grande risonanza e successo. Di fronte ad una situazione sempre più difficile da risolvere, il monopolio occidentale all’interno degli organi decisionali delle istituzioni finanziarie internazionali è sempre meno legittimato e le richieste di cambiamento assumono sempre maggiore rilevanza.

 

Fonti e approfondimenti

Haider A. Khan, African Debt and Sustainable Development: Policies for Partnership with Africa, New York: The Phelps-Stokes Fund, 1997

S. Mistry, Resolving Africa’s Multilateral Debt Problem. A response to IMF and WB, FONDAD The Hague, 1996, capp. 1-4-5

Devarajan, I. Gill, K. Karakulah, Africa’s Debt. Three concerns, three remedies, Duke Global Working Paper, 08/07/2019

M. Shaw, Africa in Economic Crisis, Macmilian International Political Economy Series, capitoli 5-6

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