Il potere militare nella fragile democrazia in Myanmar

Di Filippo Ruggeri

Il Myanmar ha parzialmente aperto le porte alla democrazia nel 2015 attraverso la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) nelle elezioni presidenziali. La formazione politica, guidata da Aung San Suu Kyi ha conquistato una schiacciante maggioranza che le ha concesso l’opportunità di formare un esecutivo di stampo democratico per la prima volta dal 1960. In quell’anno infatti si tennero le ultime elezioni prima del colpo di Stato effettuato dal Generale Ne Win, il quale manterrà il potere fino al 1988 attraverso metodi repressivi e dittatoriali.

Nonostante ciò, non si può affermare che la transizione democratica nello Stato si sia completata. Perché?

Per quale motivo il Myanmar non è uno Stato completamente democratico?

Le cause sono molteplici, ma possono essere ricondotte a un minimo comun denominatore: il Tatmadaw (l’esercito birmano). Questo ha mantenuto il controllo del Paese ininterrottamente per quasi cinquant’anni a partire dal 1962 e riesce tutt’ora ad avere saldamente il controllo di alcune sfere di cruciale importanza della politica e della società che condizionano inevitabilmente l’assetto istituzionale dello Stato.

Come è potuto accadere questo accentramento di potere? 

L’8 agosto del 1988 imperversò la cosiddetta Rivoluzione 8888, guidata principalmente da studenti esasperati per le condizioni economico-politiche in cui versava il Paese. Infatti, tra il 1980 e il 1988 la crescita del PIL non solo era rallentata dal 7,9% al 2,9% (nel 1985), ma entrata successivamente in una drammatica recessione che raggiunse il picco più basso (-11,4%) proprio l’anno della Rivoluzione 8888. Questi decisero di organizzare numerose proteste in tutto lo Stato e riversarono in Aung San Suu Kyi, da poco tornata in patria per accudire la madre malata, tutte le loro speranze per un futuro democratico in Myanmar. L’esercito e i suoi vertici, messi alle strette di fronte a una crisi senza precedenti, decisero di indire le elezioni nel 1990. Aung San Suu Kyi riuscì a vincere in maniera trionfale. Il Tatmadaw, impreparato a questo risvolto della tornata elettorale, annullò l’esito delle elezioni e ripristinò il suo potere condannando Suu Kyi agli arresti domiciliari fino al 2010, seppur con brevi pause di libertà vigilata.

L’opera di redazione del testo costituzionale e le prime elezioni del 2010.

A seguito dell’annullamento delle elezioni, l’esercito stesso comprese che non avrebbe più potuto mantenere il potere seguendo le stesse modalità repressive. Pertanto, nel 2003, il generale e primo ministro Khin Nyunt avviò un programma di sette punti con il quale si sarebbe gradualmente potuto procedere verso l’instaurazione di un sistema di governo apparentemente democratico. Infatti, l’obiettivo principale fu quello di creare una Costituzione che potesse, da un lato, concedere ai cittadini il diritto di eleggere i loro rappresentanti, dall’altro continuare a preservare e salvaguardare il ruolo dell’esercito. Sebbene lo Stato fosse vittima di continue pressioni della comunità internazionale, attraverso l’utilizzo di sanzioni economiche che contribuirono a rendere il Myanmar uno tra gli Stati meno sviluppati al mondo, l’esercito riuscì nel suo intento. Il testo costituzionale che venne approvato nel 2008, a seguito di un referendum giudicato dall’ONU invalido per via di brogli e pressioni dei vertici militari, sancì la nascita della fragile democrazia del Myanmar.

Come si realizza e si alimenta il controllo del Tatmadaw nella nuova democrazia birmana?

Al Tatmadaw spettano secondo Costituzione il 25% dei seggi nelle camere nazionali e regionali e può quindi costituire uno dei blocchi più numerosi di opposizione all’interno dello Stato assieme allo USDP. Il presidio militare delle istituzioni governative è finalizzato a garantire all’esercito un potere di veto non negoziabile su qualsiasi potenziale emendamento costituzionale, il quale necessita più del 75% dei consensi dei parlamentari per poter essere approvato. D’altronde, salvaguardare la nuova Costituzione è uno dei compiti principali che i vertici militari si sono assegnati così come sancito dall’articolo 20.f.

Oltre a tale vantaggio, il generale dell’esercito – Min Aung Hlaing – può nominare in maniera unilaterale senza controllo alcuno da parte di organi civili, i capi dei dicasteri della Difesa, degli Affari di Frontiera e dell’Interno, cardine per la sicurezza di ogni Stato.

Non limitandosi a questo, il potere militare trova suo effettivo compimento all’interno del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale, il più alto organo di sicurezza per la difesa e salvaguardia dello Stato. Questo è composto da undici membri di cui sei sono di estrazione militare e i restanti cinque di rappresentanza civile e politica. Tale Consiglio ha il potere di:

  • interrompere le relazioni diplomatiche con altri Stati,
  • coordinare le operazioni militari,
  • approvare la nomina del generale dell’esercito
  • dichiarare lo stato di emergenza che di fatto consentirebbe ai militari di gestire e di governare il Paese durante tale determinato periodo.

Questo dimostra come l’esercito sia stato in grado di defilarsi dal palcoscenico politico ponendo Aung San Suu Kyi al centro dell’attenzione sia politica sia mediatica. Ad oggi, il piano dell’esercito sembra essere riuscito alla perfezione dato che tutte le critiche che ultimamente vengono mosse nei confronti del Myanmar, soprattutto in merito alla questione del genocidio dei Rohingya, colpiscono direttamente la LND e la figura della Lady, così come viene chiamata in patria, e non il vero esecutore materiale delle violenze. A causa della mancata capacità di Aung San Suu Kyi di risolvere i numerosi problemi di stampo sociale e di legittimarsi a livello internazionale, la figura del Tatmadaw si sta paradossalmente rivalutando nello Stato.

Un futuro incerto e il ruolo di Aung San Suu Kyi

Il raggio di azione e il potere dell’ala militare potrebbero estendersi ulteriormente quest’anno in occasione delle elezioni presidenziali che si terranno a novembre. Infatti, all’interno dello Stato sia il ruolo politico dell’esercito sia il consenso attorno allo USDP si stanno gradualmente rivitalizzando. Lo stesso Min Aung Hlaing potrebbe essere il principale avversario di Aung San Suu Kyi nelle urne e questa volta il partito filo-militare potrebbe ottenere un risultato migliore rispetto al 2015 dove ottenne il 4,9% dei seggi nella Camera Bassa e il 6,8% nella Camera Alta.

Seppur essi siano avversari e nemici storici, Aung San Suu Kyi ha più volte difeso e protetto l’operato dell’esercito soprattutto in merito alla questione dei Rohingya. Nel 2017 Suu Kyi difese il provvedimento del Tatmadaw in merito all’incarcerazione dei due giornalisti birmani Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i quali stavano indagando sull’omicidio di dieci persone appartenenti a tale gruppo etnico. Inoltre, nei mesi scorsi, Aung San Suu Kyi ha personalmente difeso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia le azioni dell’esercito contro la minoranza musulmana, rigettando le accuse di genocidio e di pulizia etnica.

Aung San Suu Kyi, la quale ad oggi non è formalmente capo di Stato a causa di una norma costituzionale che impedisce a coloro che hanno coniugi e figli con cittadinanza straniera di poter rivestire tale ruolo, è stata criticata da più parti per il suo silenzio riguardo le brutali azioni dell’esercito. Le motivazioni di questo suo silenzio vanno ricercate in tre aspetti principali. In vista delle elezioni del 2020, Aung San Suu Kyi vuole difendere il Myanmar dalle critiche esterne. E’ pienamente cosciente del fatto che le operazioni dell’esercito sono state popolari tra molti dei suoi elettori, i quali considerano i Rohingya come degli immigrati clandestini colpevoli inoltre di professare una religione, quella musulmana, vista da loro come potenzialmente pericolosa per l’integrità della società del Myanmar.

Inoltre, se Aung San Suu Kyi vuole mantenere questo ruolo per attuare l’ampia rosa di riforme promosse dal suo partito, deve necessariamente non inimicarsi e tenere i generali al suo fianco. Non può restare a guardare e permettere che la comunità internazionale li attacchi, per paura di renderli ancora più ostili al suo governo. Suu Kyi è sempre stata una forte nazionalista. Per tale motivo essa condivide con i generali un profondo impegno per lo sviluppo, il benessere e la sovranità del Paese.

A questo proposito, è importante sottolineare come questo punto sia cruciale da comprendere poiché le forze armate del Myanmar sono state create da suo padre Aung San, il quale fu il protagonista delle lotte d’indipendenza contro il potere inglese e giapponese a fine degli anni Quaranta. Il fatto che queste vengano criticate pubblicamente non solo porterebbe discredito al Tatmadaw, ma potrebbe anche riflettersi sul suo venerato fondatore e, di rimando, sulla stessa Aung San Suu Kyi.

Fonti e approfondimenti

BBC News. Burma “approves new constitution” (15 Maggio 2008) [http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/7402105.stm]
Brighi, C. (2016), Le sfide di Aung San Suu Kyi per la nuova Birmania. Eurilink
Egreteau, R. (2016), Caretaking Democratization: The Military and Political Change in Myanmar. Oxford University Press & Hurst Publishers.
Egreteau, R., & Robinne, F. (2016). Metamorphosis: Studies in social and political change in Myanmar. Singapore: NUS Press.
Freedom House (2019), Myanmar Report [https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2019/myanmar]
Lall, M. C. (2016), Understanding reform in Myanmar: People and society in the wake of military rule. London: Hurst.
Selth, A. (2018), “The defence services”. Routledge Handbook of Contemporary Myanmar, (2): 25-34.
Trivedi, S. (2018), Democratisation in Myanmar. Progress and Prospects. Delhi: Gyan Publishing House.
UNCTAD, The least developed countries report 2008 https://unctad.org/en/docs/ldc2008_en.pdf

Fonte immagine di copertina https://www.gomyanmartours.com/myanmar-politics/

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