La nuova politica estera australiana targata Albanese e Wong

Politica estera in Australia e Wong
@OECDtax - Flickr - CC BY-NC-SA 2.0

Dopo la vittoria elettorale, il governo australiano di Anthony Albanese ha visto aumentare stabilmente il proprio apprezzamento tra gli australiani, a dimostrazione di quanto fosse elevata la richiesta di cambiamento. Nuove e ambiziose politiche sul clima, nei confronti degli indigeni, sui vaccini e sul Covid-19: sono solo alcuni dei temi su cui il nuovo Primo ministro ha voluto dare una svolta rispetto al suo predecessore Scott Morrison. 

Dal quadro delle novità non può rimanere esclusa la politica estera della nuova ministra Penny Wong. Tuttavia, prima di analizzare come sia cambiata la proiezione esterna di Canberra dall’avvento del Labour Party, è utile capire chi sia la nuova responsabile della diplomazia australiana e come mai questo cambiamento, in fondo, non fosse totalmente inaspettato.


Penny Wong: un’Australia più asiatica che anglofona

Che qualcosa fosse cambiato a Canberra si è cominciato a intuire fin dall’arrivo di Wong al ministero degli Esteri australiano. Quando il 18 ottobre la ministra ha annunciato di voler ribaltare una decisione del precedente governo conservatore e riportare il riconoscimento della capitale di Israele da Gerusalemme a Tel Aviv, i segnali sono diventati chiari a tutti.

Figlia di madre australiana e padre malese, la nuova ministra rappresenta la grande maggioranza dei cittadini australiani. Infatti, Wong è nata in Malesia, territorio parte del Commonwealth e sotto l’effettivo controllo di Canberra fino all’accordo del 1963. Come molti altri cittadini australiani di origine asiatica ha vissuto sulla sua pelle il razzismo e la discriminazione, essendo lei e il fratello gli unici due asiatici nella periferia urbana di Adelaide, al ritorno in Australia dopo la separazione tra i suoi genitori.

Un’esperienza che secondo le sue parole l’ha resa “dura e determinata” e che l’ha portata a interrogarsi su come una grande nazione come l’Australia non fosse ancora in grado di cogliere la sua unicità in quella regione così particolare. Unicità che però, a suo parere, può trasformarsi in forza solo grazie all’integrazione e non attraverso l’isolamento – come nell’ultimo decennio avevano predicato spesso i conservatori sottolineando “l’unicità australiana”.

Un’idea rappresentata bene da quello che la neo ministra Wong ha indicato come lo storico momento di svolta della politica estera di Canberra, ovvero il drammatico discorso di Paul Keating del 1992 sul posizionamento dell’Australia in Asia, nel quale l’allora Primo ministro sostenne che la caduta di Singapore nella Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto godere della stessa importanza della tragedia di Gallipoli del 1915, ricordata in Australia come cerimonia nazionale per l’altissimo numero di vittime del Paese.

Un discorso di importanza assoluta, in quanto allontana l’Australia dal mondo anglosassone ed europeo e la avvicina al centro dell’Indopacifico, mettendo sullo stesso piano le sorti di una nazione occidentale e di una orientale. Una cosa per nulla scontata nelle geometrie australiane, alla luce di una lunga ostilità nei confronti degli Stati asiatici. Oggi, Wong ammette di essersi sentita al cento per cento australiana solo da quel momento.


La rivoluzione silenziosa di Wong: il dialogo

Grazie al suo bagaglio culturale e personale, Wong si è costruita una posizione di forza nel Partito arrivando a occupare ruoli politici e governativi. Nei primi due governi di Kevin Rudd ha ricoperto il ruolo di ministro per il Cambiamento climatico – prima persona a ricoprirlo – e poi nel successivo governo ha ricoperto il ruolo di ministro del Fisco e alla deregolamentazione.

Posizioni di secondo piano nell’esecutivo ma di grande rilievo, che l’hanno portata a diventare la principale donna leader di governo. Tuttavia, è solo con la caduta dell’esecutivo laburista nel 2013 e l’inizio del decennio dei conservatori che Wong è riuscita a ritagliarsi uno spazio politico e governativo determinante. A partire da maggio, infatti, si è presa la scena ribaltando nei suoi primi sei mesi di attività le linee guida che per dieci anni erano state la bussola dei conservatori.

Da due decenni a questa parte, l’elefante nella stanza di ogni ministro degli Esteri australiano è rappresentato dalla posizione verso la Cina e conseguentemente il rapporto con Washington. Anche per Wong questo è stato il primo banco di prova: a soli quattro giorni dalla nomina, è volata insieme al neo Primo ministro alla riunione del QUAD.

Fin da quell’occasione ha cercato di segnare una svolta, attraverso quello che ha detto e soprattutto quello che non ha detto. Infatti, uscendo da questo primo incontro, il Primo ministro australiano e la ministra degli Esteri hanno evitato di lasciare commenti roboanti o aggressivi contro il nemico comune dei partecipanti all’accordo: la Cina di Xi Jinping.

Un cambio di passo importante che è risultato ancora più evidente dopo la sorprendente visita di Nancy Pelosi a Taiwan, l’evento che ha incrinato le relazioni tra Washington e Pechino, con il successivo lancio di missili da parte della Repubblica popolare. Un evento commentato da Wong e da Albanese con una condanna non estrema, poi derubricata in un’intervista a una faccenda che riguarda innanzitutto Cina e Stati Uniti, togliendo così l’isola continente dalla responsabilità di prendere una posizione netta.

Dunque, la politica australiana verso la Cina ne esce stravolta a confronto degli anni bellicosi di Scott Morrison, una politica che è stata poi ben riassunta dal ministro degli Esteri con la frase “More strategy, less politics. Talk less, do more” (“Più strategia, meno retorica. Parlare di meno, fare di più”). Si tratta di un approccio che prevede due linee di azione: il dialogo e la difesa, consapevole del security dilemma.

Da una parte Canberra ha ricostruito un rapporto con la Cina, come testimoniato dall’incontro tra Albanese e il presidente Xi Jinping al G20, e dalle frasi distensive pronunciate da Wong e dal suo parigrado Wang Yi, in occasione prima del G20 dei ministri degli Esteri e poi dell’assemblea annuale dell’ONU. 

Mentre la prima ha sottolineato come l’Australia deve rivedere il modo di porsi nei confronti della Cina, rimanendo ferma ma anche calma e dialogante, il secondo ha sottolineato l’importanza e la volontà di risolvere i contrasti con Canberra per trovarsi a metà strada. Dichiarazioni che sono anni luce distanti dalla tensione costante che si era venuta a creare con il precedente governo di Scott Morrison.

A questo si affianca un approccio che resta comunque sulla difensiva, ma alla strategia di attrition messa in campo dal precedente governo, Wong e Albanese hanno piuttosto scelto la tattica dell’echidna, come l’ha definita Sam Roggeveen, direttore del programma di sicurezza internazionale del Lowy institute. Come il tipico animale dell’isola continente, l’Australia deve essere capace di proteggersi da qualsiasi predatore, rimanendo però poco propensa a recare offesa e danno nel resto del tempo.

Una nuova identità per l’Australia

Tuttavia, un atteggiamento del genere non può che derivare anche da un nuovo rapporto con gli Stati Uniti, che implica allo stesso tempo un’innovazione sia della propria identità storica che della propria posizione geopolitica all’interno dello scacchiere indopacifico.

Nel decennio a guida conservatrice, e anche prima con i governi laburisti di Kevin Rudd, l’Australia ha sempre interpretato la scelta del proprio posizionamento tra Washington e Pechino come una domanda retorica, la cui risposta era già scritta e non da lei.

Sotto Scott Morrison, Canberra si è sempre considerata come la più orientale delle terre occidentali: una Florida – date le tendenze fortemente conservatrici – lasciata galleggiare troppo a est. Una visione che ha comportato la sua trasformazione in un avamposto anglosassone piuttosto che nell’artefice di una propria zona di influenza asiatica, nonostante la diversità storico-culturale.

Il cambiamento di Wong rappresentato dalla risposta sulla visita della Speaker Pelosi e dal tentativo di non esporsi sulle questioni del contendere tra il proprio alleato storico – Washington – e il proprio principale partner commerciale-  Pechino – sono quindi un segnale. Vi è la volontà di creare un percorso verso una nuova identità asiatica di Canberra, in grado di renderla una partner più accettabile e più dialogante negli ormai centrali mari dell’Indo-Pacifico.

Il rapporto con le isole del Pacifico

La costruzione di questo nuovo approccio passa anche dall’utilizzo di nuovi strumenti di dialogo, primi fra tutti la fiducia e l’adesione convinta alle istituzioni regionali. Proprio per questo motivo, nonostante i soli sei mesi di attività, Wong ha già stretto rapporti maggiori con l’ASEAN, in funzione non propriamente anti-cinese, ma nell’ottica di garantire, attraverso una partnership larga e condivisa,  un miglioramento dei propri rapporti con Pechino,

Oltre all’ASEAN, è nella relazione con le isole del Pacifico che si vede la nuova tendenza di Wong al multilateralismo. Grazie anche alla nuova posizione che il Primo ministro Albanese ha assunto sui temi ambientali, con l’impegno a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e il supporto contro l’innalzamento delle acque. 

Così, la neo ministra ha potuto approcciare molto più positivamente il Forum delle Isole del Pacifico di luglio e affiancare a questa nuova immagine una strategia molto meno assertiva verso i micro-Stati. Il messaggio che la nuova leadership australiana ha voluto portare avanti è stato quello di evitare l’imposizione di una linea a questi partner, ma al contrario suggerire la necessità di agire in ottica regionale per raggiungere una strategia condivisa.

All’hard power di Scott Morrison si contrappone quindi un approccio più partecipativo, volto da una parte a favorire una maggiore integrazione regionale, dall’altra a spingere le isole del Pacifico a riconoscere l’Australia come una potenza amica. Una potenza attenta ai loro bisogni esistenziali, legati alla lotta al cambiamento climatico, e di conseguenza capace di fare pressioni su quegli Stati che sono disposti invece ad accettare il legame con Pechino, come nel caso delle isole Salomone firmatarie del primo trattato di sicurezza con la Cina nella regione.

Sorge quindi all’orizzonte un’Australia nuova, più dialogante, in grado di assumere ruoli di primo piano nella regione, pronta a scrollarsi di dosso la definizione di gendarme dell’Indopacifico. Le sfide restano comunque gigantesche e sarà necessario per Albanese e Wong portare risultati per dimostrare che questa nuova nazione più asiatica e meno anglosassone sia un modello non solo più adatto, ma anche vincente.

 

Fonti e approfondimenti


Margaret Simmons, “Penny Wong Wants Australia to Be More Than a Supporting Player”, Foreign Policy, 1 Ottobre 2022.

Katherine Murphy, “Australia has to accept Chinese power. But Albanese shows he can ride the tiger”, The Guardian, 15 Novembre 2022.

Ediotorial Board, “A refresh in Australian foreign policy, awaiting new directions | East Asia Forum”, East Asia Forum, 1 Agosto 2022.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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