Nestlé, Cargill e il diritto alla schiavitù delle multinazionali

Nestlé e Cargill
Maurizio Costanzo - Wikimedia Commons - Licenza CC BY 2.0

Giovedì 17 giugno la Corte Suprema statunitense si è pronunciata sui casi Nestlé USA, Inc. v. Doe et al. e Cargill v. Doe et al., nati dalla denuncia di sei cittadini del Mali nei confronti delle due imprese statunitensi, accusate di aver contribuito alla loro riduzione in schiavitù. La vertenza è arrivata davanti alla Corte Suprema degli USA che ha riconosciuto il reato, ma ha sentenziato l’improcedibilità contro le due multinazionali, per mancanza di legami sufficienti con le operazioni delle due compagnie negli Stati Uniti.

I querelanti hanno affermato di essere stati prelevati dal loro Paese di origine quando erano bambini, portati nella vicina Costa d’Avorio e costretti a lavorare in una coltivazione di cacao che è nelle catene produttive di Nestlé e Cargill. La loro accusa, in particolare, si basava sull’affermazione per cui le due multinazionali avrebbero aiutato e incoraggiato l’utilizzo di schiavi, comprando da produttori che utilizzano manodopera costretta ai lavori forzati. Le due imprese erano infatti a conoscenza dell’uso di schiavi da parte dell’azienda in questione e avrebbero potuto utilizzare la propria influenza per impedirlo, ma hanno scelto di non farlo.

Con una maggioranza schiacciante di otto favorevoli e il solo ultra-conservatore Alito a esprimere parere contrario, la Corte si è però schierata a favore di Nestlé e Cargill. Pur riconoscendo le loro responsabilità nell’aver aiutato e incoraggiato l’uso di lavoro forzato nell’azienda ivoriana, la Corte ha stabilito che il diritto statunitense non può giudicare l’operato di un’impresa all’estero in un caso del genere.

Le basi della causa: l’Alien Tort Statute

La corte di appello del 9° circuito, che ha giurisdizione in diversi Stati, aveva accolto il ricorso dell’accusa sulla base dell’Alien Tort Statute (ATS). L’ATS è una sezione del codice legale statunitense che dà giurisdizione alle corti federali USA sulle cause intentate da cittadini stranieri, purché in violazione di norme di diritto internazionale commesse da soggetti su cui la legge statunitense abbia giurisdizione.

Lo statuto, passato nel 1789 come parte del Judiciary Act, aveva visto la sua moderna re-interpretazione nella sentenza Filártiga v. Peña-Irala del 1980, un caso che stabilì la legalità dei reclami sulla base dell’ATS per violazioni del diritto internazionale moderno. Questa sentenza rivoluzionò l’uso dell’ATS nel diritto statunitense, dopo quasi due secoli in cui questo statuto era stato molto marginale, con l’idea di permettere ai cittadini stranieri di difendersi contro le violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati Uniti all’estero.

Negli anni seguenti, a un aumento deciso di ricorsi sulla base dello Statuto, seguirono diverse sentenze della Corte Suprema statunitense che iniziarono a ridimensionarne sempre di più la portata. Nel 2004, nel caso Sosa v. Alvarez-Machain, in cui la DEA rapì un sospettato di crimini dal Messico, forzandone l’estradizione dopo il rifiuto del Paese centramericano, la massima Corte statunitense iniziò a restringere il campo di azione entro cui l’ATS poteva operare. Con una sentenza unanime, i nove giudici decisero che lo Statuto poteva essere applicato solo a quei casi previsti dall’intenzione originale con cui era stato scritto, con un’interpretazione di tipo strettamente originalista (una corrente del pensiero giuridico conservatore per cui la legge va interpretata con la stessa chiave di lettura del tempo in cui fu adottata). Di fatto, questo limitò la possibilità di ricorsi giudicabili sotto l’ATS a cause riguardanti norme del diritto internazionale che fossero “specifiche, universali e obbligatorie”, ovvero paragonabili alle categorie come pirateria, diritti degli ambasciatori o violazione di salvacondotti per cui, secondo la Corte Suprema, era stato creato originariamente lo Statuto nel XVIII secolo.

Negli ultimi due decenni, diverse sentenze, sia di corti minori che della Corte Suprema, si sono inserite su questo trend, schierandosi spesso con le multinazionali in casi che riguardavano abusi di diritti umani commessi dalle stesse (ad esempio, Bowoto v. Chevron Corp. del 2008; Sinaltrainal v. Coca-Cola Company del 2009; Kiobel v. Royal Dutch Petroleum Co. del 2013). Nel 2018, con il caso Jesner v. Arab Bank, PLC, la Corte aveva garantito immunità alle imprese straniere nell’ambito dell’ATS: l’obiettivo dei casi Nestlé e Cargill era di garantirlo anche a quelle statunitensi.

I casi di Nestlé e Cargill

Sullo stesso filone giuridico si inserisce quindi la sentenza odierna, che ha visto Nestlé e Cargill sul banco degli imputati, appoggiate nella loro difesa anche dal governo statunitense che, con Trump, aveva espresso sostegno formale alle due imprese.

Le accuse contro Nestlé e Cargill si basavano sui fatti seguenti. I sei cittadini del Mali, ridotti in schiavitù quando erano bambini, erano stati costretti a lavorare senza paga, per lunghe ore, con poco cibo a disposizione e sottoposti ad abusi fisici se non raggiungevano una quota di produzione minima. In questo processo, la responsabilità delle due imprese derivava, secondo l’accusa, non solo dalla questione per cui l’azienda produttrice di cacao era inserita nella loro catena di produzione, ma anche dal fatto che entrambe erano a conoscenza dell’utilizzo di schiavi e, soprattutto, avrebbero potuto fare leva sul proprio potere economico-finanziario per costringere i produttori ivoriani a cambiare le condizioni lavorative nell’azienda.

Nel processo spiccano le motivazioni portate dal principale rappresentante della difesa, l’avvocato vicino al Partito democratico Neal Katyal. Katyal ha basato la propria linea difensiva su alcune direttrici: secondo lui, l’applicazione dell’ATS all’operato delle imprese statunitensi le avrebbe poste in una condizione di svantaggio competitivo con quelle straniere e ciò avrebbe portato a una riduzione degli investimenti stranieri negli USA. Infine, l’avvocato difensore ha affermato che il diritto internazionale non riconosce le responsabilità delle imprese di fronte a violazioni del diritto internazionale.

Nonostante le perplessità che la linea difensiva di Katyal aveva sollevato persino tra i giudici stessi, anche in questo caso la Corte Suprema si è schierata con le imprese. La maggioranza di 8 -1 ha stabilito che l’ATS non si applica alle operazioni estere in questione delle imprese, pur riconoscendo che la condotta di Nestlé e Cargill aveva, effettivamente, aiutato e incoraggiato l’uso di lavoro forzato. La Corte ha quindi perpetrato l’interpretazione, già codificata in molte sentenze recenti, di cui alcune sopra menzionate, secondo cui le multinazionali non sono soggetti giuridici a cui si applicano gran parte delle norme del diritto internazionale.

Le implicazioni legali e sui diritti umani

La questione dei diritti e doveri delle multinazionali è dibattuta da tempo. La loro caratteristica di imprese transnazionali le rende sfuggenti al controllo di una sola giurisdizione statale, come avveniva invece tradizionalmente. Allo stesso tempo, non c’è un’istituzione sovranazionale, né un corpus di leggi accettato dalla comunità internazionale, che ne sorvegli l’operato.

Il problema è connesso alla dinamica per cui la globalizzazione ha indebolito gli Stati nazionali e il loro potere, in favore di un aumento della concentrazione di questo nelle mani delle imprese transnazionali. Negli Stati occidentali, questo processo si è sostanziato con una retrocessione costante del welfare state, che era invece emerso grazie al ruolo forte di mediatore giocato dall’istituzione statale come intermediario nei processi di conflitto tra capitale e lavoro. Con la globalizzazione e lo sbilanciamento dei rapporti di forza a favore delle imprese, gli Stati cedono progressivamente questo potere e lo stato sociale è in remissione più o meno ovunque. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la dinamica è di tipo neocoloniale, con le multinazionali che continuano a sfruttare le risorse e la manodopera a basso costo di questi territori, anche grazie alle garanzie fornite da governi locali spesso deboli e corrotti.

Il problema che emerge dalle sentenze Nestlé USA, Inc. v. Doe et al. e Cargill v. Doe et al., però, è che gli Stati occidentali sono sempre più inadeguati e disinteressati a essere garanti del diritto umanitario internazionale, preferendo invece la difesa degli interessi delle compagnie. La Corte Suprema statunitense non è certo nuova a prese di posizione molto sbilanciate a favore delle imprese: molto famosa in questo senso è la sentenza Citizens United v. FEC del 2010, che stabilì il principio “corporations are people”, (ovvero, “le imprese sono equiparabili alle persone”) nell’ambito delle spese elettorali, difendendo il loro diritto di spendere in maniera illimitata per sostenere candidati politici negli Stati Uniti e aprendo la strada a forme di corruzione “soft”.

Le sentenze di giovedì 17 giugno, però, aprono una frontiera se possibile ancora più preoccupante nelle concessioni che gli Stati garantiscono alle multinazionali. La Corte ha stabilito che delle persone ridotte in schiavitù non possono fare causa a chi è stato responsabile della propria condizione, se il fatto è avvenuto all’estero. Nonostante questi soggetti siano sotto la giurisdizione delle leggi statunitensi, la Corte Suprema (spinta anche, ricordiamolo, dal governo USA) ha mosso un altro passo verso la connivenza nei confronti della schiavitù. Queste decisioni hanno reso di fatto nullo il diritto delle persone costrette ai lavori forzati di difendersi contro le compagnie che le sfruttano se il fatto è avvenuto all’estero, stabilendo un precedente che mette in discussione le basi etiche e morali su cui l’occidente ha fondato parte della sua narrazione e identità.

 

Fonti e approfondimenti

Howe, Amy, “Justices scuttle lawsuit against Nestlé, Cargill for allegedly aiding child slavery abroad”, SCOTUSblog, 17/06/2021.

Kennerly, Max, “Originalism and Corporate Personhood Meet The Alien Tort Statute”, Litigation and Trial, 28/02/2012.

Mangan, Dan, “Nestle and Cargill win child slavery case at Supreme Court”, CNBC, 17/06/2021.

Nestlé USA, Inc. v. Doe et al., Supreme Court of the United States, 17/06/2021.

Pareene, Alex, “Neal Katyal and the Depravity of Big Law”, The New Republic, 08/12/2020.

Stephens, Pamela J., 2007, “Spinning Sosa: Federal Common Law, The Alien Tort Statute, and Judicial Restraint”, Boston University Law Journal, 25:1.

Stern, Mark J., “Prominent Anti-Trump Attorney Asks the Supreme Court to Let Companies off the Hook for Child Slavery”, Slate, 01/12/2020.

The Alien Tort Statute (ATS): A Primer, Congressional Research Service, 01/06/2018.

US Supreme Court backs Nestle, Cargill in child slave labour suit, Al Jazeera, 17/06/2021.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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