L’accordo sugli investimenti tra Cina e UE: prospettive e divergenze ideologiche

CAI: L'accordo commerciale tra Cina e Unione europea
Marco Verch Professional Photographer - Flickr - CC BY 2.0

Lo scorso 30 dicembre 2020, mentre affrontava le difficoltà derivanti dal persistere della pandemia da Covid-19, l’Unione europea annunciava la conclusione dei sette anni di negoziati volti alla definizione e messa a punto del Comprehensive agreement on investment (CAI), un’importante pietra miliare per le relazioni economiche tra i Paesi europei e la Cina. L’obiettivo di questo ambizioso accordo era quello di proporre un framework legale per gli investimenti di entrambe le parti e di sostituire i ventisei accordi bilaterali già firmati fino ad allora. Come abbiamo visto, i negoziati hanno una storia molto lunga: iniziati nel 2013, sono diventati sempre più importanti e centrali per entrambe le parti, vista la crescita del volume di scambi commerciali e di investimenti. Secondo Eurostat, dall’inizio del 2020, la Repubblica popolare è a tutti gli effetti il primo partner dell’Unione per commercio di beni

Nonostante l’indipendenza dei mercati europeo e cinese, ad appena quattro mesi dalla firma del CAI, il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha annunciato la sospensione dei lavori in Parlamento per la sua approvazione. Le sanzioni europee contro la Cina e le contro sanzioni cinesi (che hanno colpito, tra gli altri, alcuni esponenti delle istituzioni europee) hanno fatto sì che il clima si raffreddasse a tal punto da decidere di aspettare «l’evolversi delle relazioni bilaterali» prima di procedere alla ratifica, come ha dichiarato lo stesso Dombrovskis. Analizzando in maniera approfondita le ragioni che hanno portato Bruxelles e Pechino a posizioni così distanti, si può provare a delineare il futuro della cooperazione tra le parti, sia sul piano economico che politico. 

La questione uigura e i diritti umani in Cina

La catena di eventi che hanno portato alla decisione di fermare i lavori per la ratifica del CAI ha origine nella provincia autonoma dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, dove vive la minoranza musulmana degli Uiguri. Lo Xinjiang è una delle province più grandi del Paese ed è fornita di un governo locale e maggiore autonomia legislativa, proprio in conseguenza alla presenza della minoranza uigura, che è uno dei cinquantasei gruppi etnici riconosciuti dal Partito comunista cinese (PCC). Gli uiguri professano l’Islam sunnita e parlano una lingua turcofona, distinguendosi nettamente dall’etnia maggiormente diffusa in Cina, ossia quella Han

La cosiddetta “questione uigura” ha raggiunto le prime pagine della stampa internazionale intorno al 2017. In quell’anno, alcune testimonianze dimostrarono l’esistenza di veri e propri “campi di internamento” volti alla rieducazione delle minoranze di religione musulmana, come appunto quella uigura e quelle kazaka e kirghisa. Con il tempo, e con l’aumento dell’interesse internazionale per la situazione, si è fatta luce su un sistema di politiche del governo volte alla stabilizzazione nella regione attraverso rieducazione e indottrinamento. Sembra che Xi Jinping, arrivato alla guida del PCC nel 2013, abbia elaborato una nuova strategia di “rieducazione attraverso il lavoro”, che prevede la detenzione (anche extragiudiziaria) di chi avesse commesso reati minori o fosse stato individuato come dissidente. 

Da quando la questione è diventata nota, la comunità internazionale ha reagito condannando la violazione dei diritti umani della minoranza uigura. Nel 2019, un gruppo di ambasciatori di Paesi per lo più occidentali presentò una lettera che condannava il trattamento degli Uiguri al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Altri, come la Turchia (Paese di origine della minoranza), si sono schierati apertamente contro Pechino e hanno più volte minacciato azioni economiche, senza però passare poi realmente ai fatti: la questione dei diritti umani della popolazione uigura è passata più volte in secondo piano a causa degli interessi economici di tutti gli Stati. Lo Xinjiang, infatti, è un po’ il cuore e la regione centrale del progetto della Belt and road initiative (BRI), punto nevralgico dove passano alcuni dei corridoi economici più importanti. 

Per quanto riguarda l’Unione europea, il 2021 si è rivelato un anno fondamentale per la definizione della sua posizione rispetto alla questione. A pochi mesi dalla firma sul CAI, infatti, l’Unione a 27 ha approvato delle sanzioni contro la Cina per le violazioni dei diritti umani ai danni della minoranza uigura dello Xinjiang. Si tratta delle prime sanzioni di questo tipo dal 1989, dai fatti di Tiananmen, che sono state tra l’altro coordinate con Stati Uniti, Canada e Regno Unito e indirizzate a quattro funzionari di alto rango ritenuti responsabili del programma di sorveglianza in Xinjiang e delle detenzioni arbitrarie di persone appartenenti alla minoranza uigura. Pechino non ha atteso a rispondere, emettendo delle sanzioni mirate contro accademici e legislatori europei e le loro famiglie, accusati di distorcere la realtà dei fatti e di attaccare la Cina ingiustamente. Sono state imposte misure anche contro cittadini statunitensi e britannici e contro organizzazioni che studiano gli abusi dei diritti umani nel Paese. 

Proteggere il mercato interno

Le testimonianze provenienti dallo Xinjiang, così come la svolta anti-democratica a Hong Kong, hanno sicuramente favorito la decisione delle istituzioni europee di mostrare i muscoli alla Cina. Ma Bruxelles, all’inizio di maggio, ha ribadito che la decisione di sospendere i negoziati per l’adozione del CAI è frutto di una riflessione economica e di tutela del mercato interno. Attraverso le parole della commissaria alla concorrenza Margarethe Vestager, l’UE ha fatto sapere di voler introdurre un meccanismo di scudo che blocchi la scalata in Europa di società che ricevono aiuti extra-europei e che sono quindi a rischio di interferenze da parte di governi stranieri. Anche se il riferimento alla Cina non è chiaro, lo si può leggere tra le righe del discorso di Vestager. Secondo la sua proposta di legge, tutte le aziende che ricevono oltre 50 milioni di euro in sovvenzioni estere e vogliono rilevare attività europee per oltre 500 milioni, o partecipare a contratti d’appalto da almeno 250 milioni, dovranno notificare tutto a Bruxelles. Aggirare il meccanismo di controllo o non rispettare gli obblighi potrebbe comportare multe fino al 10% del fatturato

L’UE vuole proteggersi, ma le incongruenze del caso sono molte ed evidenti. La Germania, che ha sostenuto la necessità di concludere un unico accordo con la Cina – che è il suo mercato principale – continua a spingere affinché i negoziati riprendano. Inoltre, se da un lato l’UE sembra intenzionata a bloccare alcuni investimenti per difendersi da una concorrenza che reputa sleale, dall’altro sostiene alcune iniziative per attrarne altri. È il caso della produzione di semiconduttori, pesantemente esternalizzata e al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina, che ne sono i maggiori produttori. Anche se l’Unione è riuscita a trovare un accordo sulle sanzioni, è evidente che gli interessi degli Stati membri e le loro posizioni rispetto alla Cina non sono omogenei. Ne è prova evidente il fatto che, a differenza di Canada, Stati Uniti e Regno Unito, la maggior parte dei Paesi europei non ha riconosciuto il genocidio degli uiguri

Pechino guarda a Mosca mentre Bruxelles si rivolge a Nuova Delhi

I cambiamenti repentini avvenuti nei primi mesi del 2021, a poca distanza dalla conclusione dei round negoziali, hanno spinto sia la Cina che l’Unione europea a cercare nuovi possibili sbocchi commerciali e alleanze strategiche. 

Anche se la chiusura nei confronti di Pechino è stata dichiarata come momentanea e in attesa di sviluppi ulteriori nelle relazioni sino-europee, il Consiglio e la Commissione non hanno aspettato molto prima di ristabilire il dialogo con un altro partner complicato, l’India. Ad aprile, è stata annunciata la ripresa dei negoziati di un accordo di libero scambio in stallo ormai dal 2013, e a inizio maggio c’è stato un summit virtuale con il Primo ministro indiano Narendra Modi. Durante questo incontro, oltre ad affrontare la delicata questione dell’escalation della pandemia da Covid-19 nel subcontinente indiano, che ha causato centinaia di migliaia di vittime, i rappresentanti dell’UE hanno ribadito la necessità di rafforzare la cooperazione su temi come il commercio, la sostenibilità e la possibilità di collaborare a progetti infrastrutturali in altri continenti, come l’Africa. L’India è una destinazione importante per le esportazioni europee, e viceversa; un fronte euro-indiano, che si aggiungerebbe all’intesa già stabilita con il Giappone, mira ad arginare l’espansionismo cinese e il progetto della BRI. 

Pechino non è rimasta a guardare. A pochi giorni dall’annuncio delle sanzioni coordinate contro le violazione dei diritti degli Uiguri, è arrivata la difesa della Cina da parte del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, in visita in Cina. Parlando di imprudenza della decisione europea, Lavrov ha sottolineato l’importanza per Mosca e Pechino di cooperare e cercare di liberarsi dalla dipendenza dal dollaro, lanciando un chiaro messaggio agli Stati Uniti e, di conseguenza, all’Unione europea. Si va delineando quindi un quadro geopolitico mondiale in cui gli Stati Uniti fanno pressione sull’Unione affinché si smarchi dalla dipendenza dal mercato cinese e da qualsiasi rapporto con la Russia, mentre Pechino contesta la pesante ingerenza nei suoi affari interni dalla parte occidentale. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Barigazzi Jacopo, EU to launch new mechanism for human rights sanctions, Politico, 3/12/20. 

Bianchi Federica, Perché la repressione degli Uiguri da parte della Cina ora è una questione europea, L’Espresso, 7/4/21. 

Mauk Ben, Inside Xinjiang’s prison state, The New Yorker, 26/2/21.

Baruzzi Sofia, What EU investors seek from China?, China Briefing, 6/10/20. 

Baruzzi Sofia, EU-China Comprehensive Investment Agreement, China Briefing, 28/12/20.  

Sciorati Giulia, Accordo Cina-Ue sugli investimenti: cosa prevede (e cosa no), ISPI, 8/1/21. 

Ardito Greta, La nuova Via della Seta sembra diventata una strada senza uscita, Linkiesta, 10/5/21.

Weinian Hu, The EU-China Comprehensive Agreement on Investment, CEPS, 11/5/21. 

Hessler Peter, Il potere del commercio, The New Yorker (tradotto su Internazionale n. 1411), 3/21.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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