Pandora Papers in Africa: il caso della famiglia Kenyatta

Kenyatta
@viarami - Pixabay - Pixabay Licence

Con la locuzione “Pandora Papers” ci riferiamo a un insieme di quasi dodici milioni di documenti, per la maggior parte materiale che il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) ha ottenuto da quattordici società specializzate nella creazione di entità offshore in paradisi fiscali. Oltre seicento giornalisti hanno analizzato poi questo materiale, ricostruendo come migliaia tra i leader politici e gli imprenditori più ricchi del pianeta si affidino a questi meccanismi finanziari per occultare le loro fortune.

L’indagine ha interessato moltissimi tra gli africani più influenti del continente, compresi alcuni tra gli industriali e i finanzieri più importanti, oltre che quarantatré vertici della politica. Tra i leader africani coinvolti nelle rivelazioni dei Pandora Papers spicca il nome di Uhuru Kenyatta, attuale presidente del Kenia.

A destare particolare scalpore è soprattutto il fatto che diversi membri della sua famiglia sono coinvolti nello scandalo e questo è un fatto molto rilevante, visto il peso politico, economico e simbolico che questa dinastia ricopre in Kenia, uno dei Paesi del continente che economicamente sta crescendo più rapidamente.

Il caso Kenyatta

A comparire nei Pandora Papers sono in totale sette membri della famiglia Kenyatta, tra cui Uhuru, suo fratello Muhoho, le sue sorelle Kristina e Anna e sua madre “Mama” Ngina.

Secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’ICIJ, la famiglia sarebbe in possesso di milioni di dollari in depositi bancari, di quote e azioni grazie a una rete di almeno tredici fondazioni e compagnie offshore, tra cui una del valore di circa trenta milioni di dollari. I capitali della famiglia si trovano in paradisi fiscali come Panama e Isole Vergini Britanniche, dove sono stati spostati progressivamente sin dagli anni Novanta, ma grazie ad alcune fondazioni offshore i Kenyatta hanno anche acquistato dei palazzi nel centro di Londra.

Secondo l’ICIJ, già nel 1999 Ngina Kenyatta e le sue figlie avevano creato una compagnia chiamata Milrun International Limited nelle Isole Vergini Britanniche, grazie alle consulenze della banca svizzera Union Bancaire Privée (UBP) e dello studio legale panamense Alcogal. Da quel momento, grazie a questi consulenti, la rete delle proprietà offshore dei Kenyatta si è allargata e infittita molto rapidamente.

Vale la pena ricordare che la creazione di queste compagnie e fondazioni non è di per sé illegale e che la finanza offshore è molto ambita dai personaggi influenti non solo per i vantaggi fiscali, ma anche per la possibilità di nascondere la dimensione dei propri capitali dalla conoscenza del pubblico. Al fianco di chi se ne avvale per nascondere i proventi di atti illeciti, riciclare denaro o evitare la tassazione nazionale, infatti, tra i clienti di questi studi si trovano moltissime famiglie, come i Kenyatta, che preferiscono non far sapere le dimensioni reali delle loro fortune e apprezzano molto la segretezza e l’anonimato offerti da alcuni paradisi fiscali.

Il problema del coinvolgimento della famiglia Kenyatta nei Pandora Papers è quindi soprattutto politico prima ancora che legale, visto che la storia della famiglia è strettamente legata a quella del Kenia, dove detiene moltissimo potere. Uhuru Kenyatta, in particolare, ha speso molte energie durante la sua presidenza per presentarsi come un paladino della legalità e della trasparenza e si trova ora in una posizione decisamente scomoda.

La famiglia Kenyatta

La storia di questa famiglia è strettamente legata a quella del Kenia, visto che il suo fondatore Jomo Kenyatta fu il primo leader del Paese dopo la sua indipendenza, nel 1963. La presidenza di Kenyatta, viste anche le contingenze della Guerra Fredda in Africa, divenne presto un regime a partito unico, guidato in maniera personalistica proprio da Jomo Kenyatta. Dato il ruolo di primo piano del suo capostipite nella storia keniota e in generale nel movimento anticoloniale africano, la famiglia gode quindi di un enorme prestigio nel continente.

Già dai primi anni della sua presidenza, però, Jomo Kenyatta fu colpito da pesanti accuse di clientelismo, visti i conflitti di interesse generati dagli stretti rapporti che i suoi familiari e alleati politici avevano con le istituzioni e l’imprenditoria. A destare particolare scandalo era stata la rapidità con cui personaggi vicini al presidente avevano acquisito delle proprietà terriere lasciate dai vecchi coloni inglesi una volta che questi avevano abbandonato il Paese.

Secondo le stime di Forbes, i Kenyatta possiedono circa 500.000 acri di terra, ottenuti per la maggior parte negli anni Sessanta e Settanta. Il patriarca Jomo, infatti, approfittò del tanto criticato sistema di trasferimento delle terre degli ex coloni britannici (supportato dalla Banca Mondiale) per acquistarle a basso prezzo. Dopo l’indipendenza del Paese, infatti, parte degli accordi con il Regno Unito prevedeva che il nuovo governo keniota acquistasse le terre dai coloni bianchi per poi redistribuirle alla popolazione che le aveva abitate. L’amministrazione, a quel punto, favorì la creazione di compagnie dedicate all’acquisto di queste terre da parte del governo, ma le compagnie poi redistribuirono le terre ai loro azionisti, ignorando la maggior parte delle rivendicazioni delle popolazioni locali. 

Dietro alle compagnie, si celavano gli ufficiali del nuovo governo e i loro alleati, che in questo modo si impossessarono delle terre più produttive del Paese. Uno dei principali beneficiari di questa attività fu proprio Jomo Kenyatta, che acquisì enormi proprietà fondiarie nell’area di Gatundu. Su queste terre nacquero in fretta piantagioni, fattorie e altre attività, che andarono a costituire il nucleo originale dell’impero economico della famiglia.

Oggi quella dei Kenyatta è una delle famiglie più ricche del continente. Sebbene non esista una documentazione precisa, il patrimonio della dinastia Kenyatta è stimato in circa mezzo miliardo di dollari. La famiglia negli anni ha investito in moltissimi ambiti dell’economia keniota, compresi quello bancario, assicurativo, turistico, estrattivo, energetico e immobiliare, oltre che in istruzione, aviazione civile e agricoltura. Quest’ultima, in particolare, ha avuto una grossa rilevanza per gli affari della famiglia.

Dopo la morte di Jomo Kenyatta nel 1978, gli succedette alla guida del Paese quello che era stato il suo vicepresidente sin dagli anni Sessanta: Daniel Moi. Il suo governo fu ancora più autoritario del precedente e durò fino al 2002. Grazie ai legami con il nuovo leader e all’importanza simbolica del suo patriarca come eroe dell’indipendenza, la famiglia Kenyatta prosperò in quegli anni. Sotto la guida di Ngina Kenyatta, ultima moglie di Jomo, la famiglia entrò in affari in diversi settori e i suoi membri più giovani iniziarono brillanti carriere.

Tra questi spiccava Uhuru Kenyatta, che divenne un leader politico locale e già nel 1997 ricevette incarichi istituzionali nel governo di Moi che poi arrivò a designarlo come suo successore nel 2002. Quell’anno però Uhuru Kenyatta perse contro il rivale Mwai Kibaki. In quegli stessi anni vennero alla luce i crimini dell’amministrazione Moi, compreso l’occultamento offshore di centinaia di milioni di dollari. Uhuru Kenyatta difese strenuamente il suo mentore nei suoi anni all’opposizione, per poi diventare presidente del Kenia nel 2013.

Le conseguenze dei Pandora Papers

Le informazioni sulla famiglia Kenyatta, contenute nei Pandora Papers, arrivano in un momento importante della sua storia politica. Nel 2022, Uhuru Kenyatta dovrà infatti abbandonare la presidenza, visto che scadrà il suo secondo e ultimo mandato costituzionale. L’interesse principale del leader è quindi quello di costruire il suo lascito per le generazioni future, il quale determinerà il suo futuro prestigio all’interno del Paese.

Negli anni, Uhuru Kenyatta ha supportato ferventemente gli attivisti che chiedevano maggiore trasparenza, lotta alla corruzione e contrasto dei reati finanziari, cercando di costruire la sua eredità storica basata proprio su questi principi. Questi alleati ora potrebbero trovarsi in imbarazzo a vedere il loro nome associato all’ex presidente, specialmente se i suoi successori alla guida del Paese decideranno di indagare ulteriormente negli affari della famiglia. Presentare questa immagine alla luce delle rivelazioni dei Pandora Papers potrebbe risultare molto complicato.

Nessun membro della famiglia ha risposto alle domande dei giornalisti riguardo queste rivelazioni e non sono ancora state intentate azioni legali contro alcun membro dei Kenyatta. Investire all’estero, infatti, non è di per sé un reato ed esistono molti modi legali per farlo. Che si tratti di azioni illegali (elusione fiscale) o legali (cosiddetto capital flight, fuga di capitali), le operazioni offshore dei Kenyatta mantengono comunque un considerevole peso politico. 

A questo modo spregiudicato di gestire i propri patrimoni da parte dei più ricchi, infatti, sono collegati forti effetti sulla diseguaglianza economica all’interno delle società, dove non si riesce a redistribuire nemmeno parzialmente queste fortune attraverso la tassazione. In un Paese diseguale, ma in forte crescita come il Kenia, inoltre, un atteggiamento di questo tipo da parte delle classi dirigenti contribuisce a rendere le pratiche dell’offshore molto popolari tra le persone abbienti, incrementando sia la domanda per questi servizi, sia la loro rilevanza nell’economia nazionale. In questo modo, mano a mano che un numero maggiore di professionisti prende parte a vario titolo all’industria della fuga di capitali, sempre più risorse economiche vengono drenate dal Paese verso i paradisi fiscali.

La domanda più pressante per gli osservatori più critici è se anche delle risorse pubbliche siano state occultate tramite le azioni di finanza offshore della famiglia Kenyatta, andando così a sommarsi al loro patrimonio nascosto. Dai documenti non emergono prove di azioni di questo tipo, ma per molti analisti la compenetrazione tra il potere della dinastia Kenyatta, i loro interessi economici e alcuni settori dell’amministrazione pubblica rende questo scenario quantomeno plausibile.

Lo scandalo dei Pandora Papers potrebbe quindi trasformare una famiglia simbolo delle indipendenze africane nel simbolo vivente della crescente diseguaglianza economica del continente. Al momento, lo scandalo non ha ancora generato conseguenze drastiche per i coinvolti, in parte perché gli effetti della fuga di capitali non sono del tutto noti e immediatamente riconoscibili al grande pubblico. Fino a che questa conoscenza non sarà diffusa, sarà difficile aspettarsi che rivelazioni come quelle dei Pandora Papers, per quanto significative, possano realmente generare un cambio di paradigma su come ci rapportiamo come società con la finanza offshore.

 

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Bowers Simon, (2021).Pandora Papers: The Kenyatta files”, Finance Uncovered. 

Dickens Olewe & Adamou Louise, (2021).Pandora Papers: Uhuru Kenyatta family’s secret assets exposed by leak”, BBC News. 

Fitzgibbon Will, (2021).As Kenyan president mounted anti-corruption comeback, his family’s secret fortune expanded offshore, International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ).  

Hanspal Jaysim, (2021).Pandora Papers shines a spotlight on the Kenyatta family fortune”, The Africa Report. 

Mfonobong Sehe, (2013). “Kenyan Millionaire Uhuru Kenyatta Officially Wins Presidential Election”, Forbes. 

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi

Be the first to comment on "Pandora Papers in Africa: il caso della famiglia Kenyatta"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: