Elezioni a Barbados: la scelta repubblicana alla prova tra Cina e Usa

Barbados Government Information Service - flickr.com - CC BY 2.0

Oggi il popolo di Barbados si recherà alle urne per una votazione storica. Per la neonata repubblica caraibica, divenuta tale il 30 novembre 2021, quelle di oggi sono infatti le prime elezioni generali da Stato sovrano, le prime votazioni della Repubblica parlamentare di Barbados.

L’impressione generale è che l’attuale premier Mia Mottley, fautrice del processo costituzionale, possa confermare il suo ruolo da primo ministro del Paese e quindi rimanere al governo.

Al momento però, nell’arcipelago, l’entusiasmo per il cambio di status è più tenue di quanto si possa credere. Considerato quanto la svolta repubblicana ha pesato sulle scorse elezioni, non è detto che la realizzazione della stessa possa stavolta convincere il popolo di Barbados a confermare Mottley per un nuovo mandato.

Le elezioni legislative: cosa c’è da sapere

Con l’elezione di oggi il popolo di Barbados è chiamato a rinnovare i 30 rappresentati della Camera. Dati i numeri ridotti di Barbados, in pratica il leader del partito che ottiene la maggioranza relativa diventa quasi automaticamente primo ministro e può formare il nuovo governo. Non c’è mai stato, nella storia di Barbados, un governo di coalizione o di minoranza.

Il potere legislativo viene quindi controllato dalla Camera dei deputati che legittima il governo, a sua volta nominato dal Presidente della Repubblica. Il Senato non è invece eletto dal popolo: dei suoi 21 membri 7 sono scelti dal presidente, mentre 12 sono proposti dal primo ministro e 2 dalle opposizioni.

La storia e le critiche alla scelta di Mottley

Da un recente sondaggio, è emerso che la maggior parte degli abitanti di Barbados non abbia particolare interesse per il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Dall’opposizione, la svolta repubblicana voluta da Mottley è stata vista piuttosto come una sorta di palliativo in un momento in cui l’economia del Paese, cresciuta molto negli ultimi anni, sta vivendo un periodo di forte incertezza.

È in particolare nelle tempistiche e modalità della decisione che ricadono, infatti, molti dubbi dell’opposizione.

Il governo Mottley ha in primis deciso di cambiare lo status da monarchia a repubblica senza chiamare un referendum popolare in merito. Questo, per la costituzione del Paese, non era in effetti necessario nonostante fosse già stata promulgata una legge referendaria nel 2005. Per la premier è stata piuttosto la sua elezione (vinta nel 2018 con un’ampissima maggioranza) a legittimare l’azione.

La svolta repubblicana era un desiderio che la classe politica di Barbados aveva già iniziato a esprimere in passato. Nel 1979, ad esempio, venne creata la Commissione Cox, con l’obiettivo di monitorare il desiderio dei cittadini in merito, da cui emerse che la maggioranza della popolazione voleva rimanere sotto una monarchia. Dopo quasi 20 anni, il Parlamento ci ha riprovato nel 1996 con la creazione della Commissione di revisione della Costituzione e infine nel 2005 con il sopra citato Referendum Act.

Solo nel settembre del 2020, però, Mottley ha deciso di presentare i conti fatti: “Barbados è pronta a lasciarsi alle spalle il suo passato coloniale”, affermò in un discorso ai cittadini. La data di conclusione del processo venne infine fissata per il 30 novembre 2021, in occasione del 55 anniversario dell’indipendenza di Barbados.

Il processo di decolonizzazione e le ingerenze straniere

Come prima motivazione per lasciare il Commonwealth Realm (ma non il Commonwealth of Nations) Mottley ha sempre citato la necessità del suo popolo di abbandonare il proprio retaggio coloniale. Diventando una repubblica, secondo la sottotraccia dei discorsi di Mottley, Barbados sarebbe finalmente divenuta artefice del proprio destino.

Ma c’è chi dietro questa scelta ha visto ragioni ben più pratiche di quelle citate dalla premier. “La pressione cinese sta alimentando la spinta a rimuovere la regina dalla carica di capo di Stato a Barbados” scriveva un anno fa il Times, citando il parlamentare britannico Tom Tugendhat.

Infrastrutture, finanziamenti alle opere pubbliche e materiale didattico per le scuole sono gli strumenti con cui la Cina starebbe operando questa pressione. In cambio, ha ottenuto già nel 2018 l’ingresso di Barbados nella Belt and Road Initiative (dopo Guyana, Suriname e Trinidad e Tobago) e ha più volte espresso apertura a futuri investimenti nell’arcipelago.

Si tratta di investimenti di cui, in questo momento, il Paese ha bisogno. Specialmente dopo che, nel 2018, vennero resi pubblici dei documenti che svelarono la fragilità economica di Barbados, che in quel momento soffriva un debito pubblico pari a circa il 160% del Pil.

Il Fondo Monetario Internazionale quindi propose di intervenire attraverso l’inserimento dell’arcipelago nell’Extended Fund Facility (EFF), un fondo volto alla ristrutturazione dell’instabile struttura economica.

La situazione attuale, la pandemia e il futuro dell’economia di Barbados

Dopo aver abbandonato la produzione e il commercio di zucchero, retaggio economico del periodo coloniale, l’isola ha cercato di puntare su turismo e su programmi d’investimento in cambio di agevolazioni fiscali per grandi capitali.

Questo secondo aspetto, in particolare dopo la crisi del 2008 e lo svelamento dei Panama Papers, è stato ben presto smorzato. Dopo esser stata inserita nelle black list di mezzo mondo occidentale, quello che resta di Barbados come paradiso fiscale sembra essere quasi del tutto smantellato. Il settore turistico, d’altro canto, ha continuato a crescere seppur con maggiore difficoltà negli ultimi anni a seguito della sempre più alta concorrenza nella regione.

Poi è arrivata la pandemia, seguita da un uragano che ha devastato l’isola nel luglio del 2021. Il settore turistico è letteralmente crollato e il debito pubblico (sceso al 125% del Pil nel 2019) è tornato a crescere.

La posizione di Barbados nello scacchiere internazionale

Anche in quella occasione la Cina si mostrò pronta ad aiutare il popolo di Barbados con una dimostrazione reale e fisica del proprio supporto. Mentre il “blocco occidentale” (per non dire, direttamente, gli Stati Uniti), si è invece fermato a un piano di investimenti volto alla ristrutturazione e fortificazione dell’economia locale.

Messi anch’essi in ginocchio dalla pandemia, ancora adesso gli Usa hanno difficoltà a distribuire un vaccino nel mondo, con tanta efficacia e capillarità come la Cina, dando respiro alle economie locali.

Il riscontro effettivo nella popolazione è cardine del mantenimento di una soddisfazione elettorale tale da promuovere al potere un governo democraticamente eletto. Al momento, sembra che le scelte d’investimento cinesi, tanto a Barbados come in tante diverse realtà dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa, stiano dando proprio l’effetto desiderato. I governanti locali ricevono ciò di cui hanno bisogno mentre la Cina strappa accordi per i propri interessi commerciali.

Tra il Regno Unito, simbolo dell’antico potere coloniale, e il colosso asiatico, la piccola neonata Repubblica di Barbados ha mosso un grande passo simbolico diretto verso il secondo. Rimasta parte del Commonwealth, ma indipendente sia dal punto di vista politico che giuridico, ora Barbados sembra volersi mantenere in equilibrio tra le due potenze mondiali.

Le conseguenze della scelta di Mottley di guardare alla Cina si potranno giudicare anche in base alle elezioni di oggi. Non tanto per la volontà di abbattere gli ultimi retaggi del passato coloniale, quanto per il futuro economico e geopolitico sia di una piccola isola, che di un’intera regione.

 

Fonti e approfondimenti

CIJN staff writers, The Caribbean Engages the Belt and Road Initiative, Caribbean Investigative Journalism Network, 01/12/2019.

Torrance D, Barbados becomes a republic, House of Commons Library, 29/11/2021.

Fisher L, China blamed for Barbados ditching Queen, The Times, 23/09/2020.

Goddard R, Why does Barbados symbolic transition to a republic matter, LSE Latin America and Caribbean, 13/01/2022.

 

Editing a cura di Matilde Mosca

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