Il personaggio dell’anno: Khalifa Haftar

Khalifa Haftar
Grafica di Valerio Angiolillo - @Υπουργείο Εξωτερικών - CC Search - Licenza: CC BY-SA 2.0

Dopo essere stato per gran parte del 2019 vicino alla conquista di Tripoli e de facto della Libia, il generale Khalifa Haftar ha visto la propria posizione stravolta e quasi rovesciata durante il 2020. Con l’intervento turco del gennaio 2020, infatti, le forze del Libyan National Army (LNA) di Haftar hanno iniziato a perdere terreno fino a ritirarsi. Una sconfitta militare a cui ben pochi leader sarebbero sopravvissuti politicamente. 

Tuttavia, Haftar è stato capace di giocarsi la partita a livello locale e internazionale, salvando il salvabile e rimanendo l’uomo forte della Cirenaica.

Chi è Khalifa Haftar, il generale rinnegato da quasi 40 anni

All’epoca ventiseienne, Khalifa Haftar ha fatto parte del gruppo di ufficiali rinnegati che, guidato da Mu’ammar Gheddafi, depose re Idris I nel 1969. Per vent’anni tra i più stretti collaboratori del raìs, Haftar ha scalato le gerarchie dell’esercito fino a diventare, nel 1987, colonnello e comandante delle forze impiegate nella guerra contro il Ciad. Il conflitto si rivelò un disastro personale per l’alto ufficiale, catturato dalle forze nemiche in seguito alla battaglia di Wadi-al-Dum (1987).

Durante il periodo di prigionia, Haftar familiarizzò con militari oppositori del regime e successivamente con agenti della CIA. Proprio grazie all’aiuto degli statunitensi, venne rilasciato nel 1990 e trasferito in Virginia nel 1991

Haftar tornò in Libia solo nel 2011 per guidare le forze ribelli. Alla morte di Gheddafi, venne nominato capo in comando dell’esercito in virtù della sua esperienza. Il rapporto tra il generale e il governo libico si interruppe nel 2014, quando questi apparve in televisione dichiarando decaduto il Congresso Generale Nazionale, che accusò di essere controllato dagli islamisti e incapace di garantire la sicurezza nazionale.

Proprio nel 2014, godendo di vasto supporto nell’est del Paese, Haftar fondò il Libyan National Army, poi impegnato nell’operazione “Dignità” contro le milizie islamiste della regione. Divenne così il braccio armato del Parlamento di Tobruk, eletto nel 2015 in risposta al “fallimento” di quello di Tripoli.

Da quel momento, Haftar è diventato uno degli attori determinanti del conflitto, anche grazie al supporto di Francia, Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Il sostegno dei suoi alleati internazionali gli ha permesso di avere la meglio sulle milizie del GNA fino all’assedio di Tripoli, iniziato nell’aprile 2019.

Il 2020 di Haftar: sempre in piedi ma a caro prezzo

Dopo una lunga serie di fallimentari attacchi a Tripoli, per Haftar il 2020 è iniziato nel peggiore dei modi. Il 2 gennaio, il Parlamento turco ha autorizzato l’invio di truppe a difesa di Tripoli e Haftar si è trovato costretto ad affrontare le rinvigorite forze del GNA. I danni inflitti dai droni di produzione turca e dalle milizie nemiche hanno costretto il generale a rompere l’assedio di Tripoli e a iniziare una rovinosa ritirata fino a posizioni simili a quelle precedenti all’aprile 2019. 

Dopo 14 mesi di battaglia, Haftar ha definitivamente perso la possibilità di ottenere il controllo del Paese manu militari. La disfatta però rischia di essere anche politica. Infatti, la prospettiva di conquistare Tripoli e concludere la guerra a breve era uno dei fattori che tenevano insieme le milizie del LNA. Il fallimento militare potrebbe alienare gli abitanti di Tobruk e Bengasi, sempre più stanchi del rigido controllo militare di Haftar. Allo stesso tempo, se da un lato l’intervento turco ha ribaltato la situazione sul campo di battaglia, dall’altro ha creato un pericoloso precedente. L’Egitto ha infatti minacciato di intervenire militarmente a sostegno di Haftar se le forze del GNA attaccano Sirte, nuovo fronte della guerra libica. 

Approfittando della tensione a livello internazionale, Haftar ha cercato di difendere la propria posizione ottenendo dai propri alleati armi, soldi e mercenari. La città di Sirte, l’aeroporto di al-Watilya e le regioni ricche di petrolio sono state rinforzate, garantendogli rifornimenti aerei e la possibilità di chiudere i pozzi e fermare l’estrazione di risorse naturali, strumento già usato in passato per fare pressione sui sostenitori di Serraj. 

Durante il mese di luglio, lo spettro di una guerra estesa ha fatto tuttavia calare l’intensità del conflitto. Il 21 agosto si è arrivati alla firma di un “cessate il fuoco” definitivo tra Tobruk e Tripoli. Haftar sta approfittando del periodo di tregua per rimettere in sesto l’esercito e ristabilire il fronte interno. Nel frattempo, il Parlamento di Tobruk continua a supportare il generale, come anche gli ufficiali dell’esercito (soprattutto a seguito dell’invio di nuovi aiuti finanziari da Mosca) e diverse voci dell’opposizione vengono messe a tacere. È il caso dell’avvocata e attivista per i diritti umani Hanan al-Barassi, uccisa il 10 novembre dopo aver denunciato corruzione e abusi di potere nelle forze armate e nell’amministrazione di Haftar. 

Per ora, dunque, nonostante la disfatta a Tripoli, l’uomo forte della Cirenaica sembra essere stato in grado di preservare i propri sostenitori internazionali e la propria influenza a livello locale. L’incognita è quanto durerà la tregua attuale e se porterà a un’effettiva riconciliazione di tutte le parti coinvolte e alla fine conflitto. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Beccaro A., “Chi protegge Haftar: Mosca e l’intervento in Libia”, ISPI, 10 gennaio 2020.

Burke J., “Gunmen shoot dead female Libyan dissident in busy Benghaz street”, The Guardian, 10 novembre 2020.

Il Post, “Haftar è diventato un problema ma i suoi alleati non lo mollano”, 25 settembre 2020.

Indelicato M., “Chi è Khalifa Haftar”, Inside Over, 18 agosto 2019.

Lewis A., “Down but not out, Haftar still looms over Libya peace process”, Reuters, 24 settembre 2020.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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