Droni in mano “nemica”: le milizie libiche

Tra i conflitti più violenti e deleteri degli ultimi dieci anni figura sicuramente la guerra civile libica. Catalizzatore di rivalità locali e interessi internazionali, il conflitto libico ha visto le varie potenze mondiali usare, sperimentare e infine fornire i combattenti locali di UAV (Unmanned Aerial Vehicle), nonostante l’embargo imposto dalle Nazioni Unite fin dal 2011. L’utilizzo di tali sistemi è andato a colmare le carenze tecnologiche delle parti in conflitto, incrementando la loro capacità di effettuare operazioni di ricognizione o attacchi di precisione a lunga distanza. Decisamente più semplici da manovrare rispetto a jet da combattimento ed elicotteri, da più di un anno i droni sono ampiamente utilizzati non solo da specialisti stranieri, ma anche e soprattutto dalle milizie libiche su cui fanno affidamento sia Serraj sia Haftar. L’uso indiscriminato e frequente di droni ha reso proprio la Libia “the world’s largest theater for drone warfare”- UN ( il più grande teatro bellico al mondo in cui siano impiegati droni)

Bayraktar TB2 vs Wing Loong II: uno sguardo sugli UAV usati dalle milizie

Fin dall’inizio del conflitto, diverse potenze regionali o internazionali hanno avuto UAV attivi nello spazio aereo libico. Inizialmente, si trattava prevalentemente di droni americani, italiani o francesi in missioni di ricognizione e di intelligence. I primi raid effettuati da droni risalgono al 2016, anno coincidente con la crescita esponenziale della presenza jihadista nello scenario libico (principalmente Isis ma anche al-Qaeda nel Maghreb islamico). Tali raid rientravano nella strategia delle forze americane di mirare a distruggere strutture sospettate di essere campi di addestramento jihadisti

Tuttavia, con l’intensificarsi del conflitto e con l’aumentare delle ingerenze straniere, le forze turche ed emiratine, con i rispettivi droni in dotazione, hanno fatto la loro comparsa nel conflitto. Quelle che inizialmente erano missioni di supporto, miranti a monitorare gli avanzamenti delle truppe di una fazione o dell’altra, si sono sviluppate in missioni di addestramento delle forze autoctone, dotando anche le milizie (di entrambe le fazioni) di sofisticato materiale bellico. I droni stessi rappresentano il legame tra i contendenti libici e i propri sostenitori internazionali. Se le forze del Government of National Accord (GNA) di Serraj possono avvalersi di droni Bayraktar TB2, prodotti e forniti dall’alleato turco; quelle del Libyan National Army (LNA) di Haftar possono contare su un vasto numero di Wing Loong II, di fabbricazione cinese ma forniti dagli E.A.U. 

In entrambi i casi, si tratta di modelli abbastanza economici – se paragonati con quelli di produzione americana (i quali hanno un costo che si aggira intorno ai 15 milioni di dollari). Nel caso dei Bayraktar TB2 usati dal GNA, si parla di droni di taglia media con una lunghezza che arriva ai 6,5 m e un’apertura alare di 12 m. Con una velocità massima di 220 km/h e una quota di servizio di 7000 metri, questo modello di UAV può essere armato con 4 missili a guida laser ed è ampiamente usato dalla Turchia e dai suoi proxies nei diversi contesti bellici del Medio Oriente. Dal costo di quasi 6 milioni di dollari, questo modello di UAV è fornito alle milizie libiche dall’esercito turco, che provvede anche all’addestramento dei piloti nelle proprie basi militari. 

Nel caso del Wing Loong II, di fabbricazione cinese e dal costo tra 1 e 2 milioni di dollari, si tratta di un sistema UAV di dimensioni leggermente superiori a quelle del Bayraktar TB2 (9 m di lunghezza per 14 di apertura alare e una velocità massima che arriva ai 280 km/h) con una quota di servizio superiore. Questo tipo di UAV è solitamente armato da 6 missili aria-superficie e ha visto il proprio esordio sul campo ben prima del Bayraktar TB2. L’uso di droni da parte delle forze di Haftar, infatti, è iniziato nel 2019, più di un anno prima dell’apparizione del modello “rivale”. Infatti, gli UAV usati dal LNA sono stati tra i protagonisti dell’offensiva che ha quasi portato alla caduta di Tripoli.

Dall’assedio di Tripoli all’operazione “Tempesta di Pace”: come e quando le milizie libiche usano UAV

Nell’aprile del 2019, forte delle recenti vittorie ottenute nel Fezzan, Haftar ordinò l’inizio dell’offensiva che, nei suoi piani, avrebbe dovuto far cadere Tripoli dando il colpo di grazia al GNA di Serraj. L’offensiva, che in poco tempo portò le milizie di Haftar alle porte della capitale libica, è da molti considerata il “battesimo di fuoco” dei droni in mano alle milizie. L’accanita resistenza delle truppe del GNA nell’hinterland di Tripoli spinse Haftar a fare un uso sempre maggiore di droni, nella speranza di ottenere un vantaggio strategico rispetto al rivale Serraj, ai tempi ancora non dotato di sufficienti UAV. 

L’obiettivo principale dei raid del LNA, almeno inizialmente, era l’aeroporto di Mitiga, l’ultimo operativo in mano al GNA. Per tutta la durata dell’assedio, i rifornimenti dai principali sostenitori di Serraj (Turchia in primis) sono arrivati via aerea a Mitiga, essendo il porto di Tripoli danneggiato dalle battaglie precedenti e praticamente inutilizzabile. I Wing Loong II del LNA hanno colpito più volte sia velivoli in procinto di scaricare materiale bellico, sia le strutture dell’aeroporto stesso; piste di atterraggio ma soprattutto gli edifici circostanti, occupati dalle milizie del GNA e fulcro della resistenza. Col passare dei mesi, l’inerzia dell’offensiva si arrestò, l’aeroporto di Mitiga non fu conquistato e si creò una nuova fase di stallo. Preoccupato dalla possibilità di doversi ritirare, Haftar decise di forzare la mano e di ricorrere ancor di più all’uso di droni. Nella fase finale dell’assedio, si sono registrati diversi raid nelle aree abitate di Tripoli e dintorni. Furono colpiti diversi tipi di infrastrutture civili, tra cui magazzini, palazzi e l’ospedale di Tripoli. I raid provocarono decine di morti tra le milizie schierate a difesa di Tripoli, ma soprattutto tra i civili. Secondo le stime delle Nazioni Unite, i droni hanno causato più del 60% delle vittime civili dell’assedio (aprile – dicembre 2019) in più di 900 raid. 

Alle vittime di Tripoli, vanno poi aggiunte quelle registrate nelle roccaforti del GNA nell’entroterra libico. A inizio agosto 2019, a Murzuch  nel sud-ovest del Paese, un missile lanciato da un Wing Loong II colpì il municipio causando la morte di 42 civili e ferendone altre 60. I raid indiscriminati delle forze di Haftar, più che abbattere il morale delle truppe e della popolazione dei territori controllati dal GNA, attirarono l’attenzione delle potenze regionali interessate al conflitto, tra cui la Turchia. La preoccupazione di Erdogan di vedere Serraj sconfitto e la Libia fuori dalla sua zona d’influenza, motivò il leader turco a incrementare il supporto bellico in favore del governo di Tripoli. Gli ultimi mesi del 2019, coincidenti con il fallimento dell’assedio e il ritiro delle truppe del LNA, hanno visto l’entrata in scena di fanteria turca, mercenari siriani ma soprattutto droni, sia in mano a operatori di Ankara sia in mano a milizie libiche.

La controffensiva che era iniziata a gennaio e si concretizzò un mese dopo sfondando il fronte del LNA, diede il via libera a una possibile avanzata del GNA verso la Libia orientale. Forte di nuove forze sul campo e di una rinnovata flotta di droni, le forze turco-libiche inaugurarono l’operazione “Tempesta di Pace”. Il piano mirava a riappropriarsi dei territori persi nell’anno precedente in favore del LNA, soprattutto la fascia costiera e i giacimenti petroliferi del Fezzan. L’offensiva prevedeva un largo uso di droni per diversi tipi di operazioni. 

Fin dai primi scontri, la conformazione territoriale libica, prevalentemente desertica e semi-desertica, concesse alle milizie del GNA il vantaggio di poter monitorare dall’alto le colonne militari del LNA in ritirata e di poter colpire con precisione le linee di approvvigionamento. Con la battuta d’arresto dell’offensiva e la fortificazione delle posizioni del LNA, la situazione si riequilibrò ed entrambe le fazioni cambiarono strategia utilizzando gli UAV per operazioni di supporto della fanteria o per raid miratiDi fatto, oltre alla semplice osservazione delle posizioni nemiche, le milizie di una parte e dell’altra usano gli UAV per guidare in maniera il più possibile precisa i tiri di cannoni e mortaiInoltre, le milizie hanno optato per colpire magazzini e aeroporti. E’ il caso  della base aerea di al-Watiya, usata dal LNA per ricevere il materiale bellico e i mercenari inviati dai russi e bersagliata dalle milizie del GNA. 

Droni e milizie, una rivoluzione nel teatro bellico libico

L’introduzione di UAV nel conflitto civile libico ha rivoluzionato e modernizzato il modo di combattere delle milizie. Queste ultime, addestrate da tecnici stranieri, utilizzano i droni in azioni di “supporto” per la fanteria e l’artiglieria, o per colpire le linee di approvvigionamento nemiche.
Tuttavia, la facilità con cui questi attori non statali cambiano fazione o regolano conti tra rivali rende l’uso di UAV nello scenario libico controverso ed estremamente letale, soprattutto per i civili, morti a centinaia durante i raid.

 

Fonti e approfondimenti

Gatopoulos A., “Largest drone war in the world’: How airpower saved Tripoli”, Al-Jazeera, 28 maggio 2020.

Herbet M., “Libya’s war becomes a tech battleground”, Institute for Security Studies, 8 ottobre 2019.

Kington T., “Libya is turning into a battle lab for air warfare”, Defense News, 6 agosto 2020.

Megerisi T., “It’s Turkey’s Libya now”, European Council on Foreign Relations, 20 maggio 2020.

Raghavan S., In Libya, cheap, powerful drones kill civilians and increasingly fuel the war, The Washington Post, 22 dicembre 2019.

Reinl J., “Libya world’s largest theater for drone warfare: UN”, Inside Over, 18 gennaio 2020.

Sabbagh D., Burke J. & McKernan B., “Libya is ground zero: drones on frontline in bloody civil war”, The Guardian, 27 novembre 2019.

Sofuoglu M., “How Turkish drones are changing the course of the Libyan civil war”, TRT World , 22 maggio 2020.

 

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